"FiloPolitica"

giovedì, 05 novembre 2009

La libertĂ  di non giocare e le amare provocazioni

E se smettessimo di giocare? Se smettessimo di partecipare a questo meccanismo sociale, se smettessimo di far parte del gioco mondiale fatto di ruoli e compiti, di regole e comportamenti prestabiliti? E se facendo così il sistema smettesse di funzionare? E se, infine, questa libertà di non giocare la esercitassimo come arma di difesa, o di lotta, come deterrente e come rivalsa?
Mesi fa, scrissi una nota su quella che definivo “democrazia in negativo”, ovvero sulla sempre più diffusa pratica dell’astensione dal voto come rivalsa personale nei confronti di una politica lontana dai problemi quotidiani. Non certamente un atteggiamento infantile, non un semplice “io non gioco più”, ma la volontà di far saltare il gioco che è stato truccato e sul quale ogni nostra mossa è diventata inutile: tranne quella di non giocare, appunto.
Rispondendo su Facebook ad un pensiero di mio fratello, mi è venuto in mente che quello che vale per il caso elettorale vale in genere per tutti i meccanismi sociali. Mio fratello si chiedeva, ironicamente ma non tanto, se un precario potesse “rispettare le regole precariamente”. Beh, in effetti io penso che dovrebbe.
Mi spiego meglio. Quella in cui viviamo sempre più sta smettendo di essere una società di cittadini, di portatori di diritti, per diventare un universo di produttori e consumatori, ai quali e solo in virtù di quei requisiti, vengono riconosciuti dei benefit, più che dei diritti veri e propri. E dai quali, più che doveri, si pretende una fedele, indiscussa e totale abnegazione al gioco dei ruoli iscritto nel più generale meccanismo sociale globale.
Tutto, infatti, sta divenendo una questione di rapporti di produzione e consumo, anche la rappresentanza politica ed i processi democratici. Siamo clienti consumatori o professionisti produttori anche in quei rapporti, come quelli politici, che dovrebbero essere improntati ad altri valori, non necessariamente quotabili in Borsa. E se tutto è sempre più solo una questione di rapporti di produzione e consumo, è su quelli e con quelli che dobbiamo fare i conti e regolare il nostro agire.
Quindi, dobbiamo cominciare a “rispettare le regole precariamente”. Perché se nella società dei cittadini e dei diritti io sono “cittadino” sempre, ho sempre i miei diritti e, quindi, sono sempre tenuto ai miei doveri, nella società dei produttori e consumatori io non sono tale sempre. Ed allora perché dovrei conformarmi sempre a quelle che sono le regole del gioco?
Fin quando si fa parte di questa “società economica” se ne rispettano le regole. Ma quando questa ci espelle? Quando questa ci mette alla porta e ci lascia fuori? Beh, allora stiamo fuori. E dovremmo esserlo in tutti i sensi. Non giocare più. Sottrarci ai nostri ruoli, smettere di seguire le regole della società dei produttori e consumatori che ci ha espulsi, dirle: “non mi vuoi, non sono buono per te? Va bene, allora non giocherò più secondo le tue regole”.
Non ci può essere un meccanismo sociale che considera a tempo la permanenza al suo interno di una persona e poi, al contempo, pretendere da questa l’osservanza delle regole per sempre. O dentro o fuori. E se fuori, fuori da tutto.
Anche dalla nostra parte di consumatori. Spesso la società economica può fare a meno di noi come produttori, ma non così di frequente può espellerci dal novero dei consumatori. Ed è lì che dovremmo imparare a colpire un po’ noi, visto che è forse l’unico argomento “sensibile”. Come diceva quel motto del liberalismo (vera religione di questa società)? No taxation without representetion? Cioè, se non mi rappresenti, se non ti ho scelto io, non hai il diritto di impormi le tue tasse. Bene. Mi chiedo, ma chi ha scelto quelli che oggi impongono i costi e le regole? Quelli che comandano veramente, non quelli che siedono nelle assemblee elettive ormai svuotate di senso e funzioni?
Ed allora smettiamo di giocare ad un sistema che ci vuole ai margini, sottraiamoci, in questa sorta di particolare interpretazione dell’autonomia del negativo, al gioco dei ruoli che ci vuole clienti consumatori anche in quella società economica che ci ha messo fuori, colpiamo con le armi migliori e dove chi detiene il potere vero è più sensibile, e forse qualche risultato si potrebbe anche ottenere.
Ma non solo come “lotta” in generale, anche nel piccolo quotidiano. Scrivendo mi sono venute in mente alcune amare provocazioni. Ad esempio, la banca non vi concede il mutuo perché non vi ritiene “affidabili”. Togliete il conto e fate proseliti fra quanti conoscete a che facciano lo stesso nei confronti di quell’istituto di credito. L’azienda di prodotti alimentari manda a casa vostro figlio, smettete di comprarli e convincete quanta più gente possibile a fare lo stesso. La società non vi conferma il contratto a tempo, boicottatela. Poca roba direte voi, piccole ripicche. Dipende da quanti saremo a farle. Ma se così facendo, mi potreste chiedere, un’azienda fallisce e manda a casa altri lavoratori? Non avremmo agito per il peggio? Forse. Però la solidarietà se non la si dà prima, poi è difficile pretenderla dopo; specialmente in un mondo dove questa è argomento per perdenti, mentre i vincenti decantano il verbo dell’individualismo.
In conclusione, se la società spinge fuori dal suo novero quelli che ritiene superflui, non può pretendere da questi totale obbedienza alle sue regole. Essi, prima o poi, cominceranno ad infrangerle. Fino a quella a difesa della proprietà e della ricchezza su cui l’intera società economica si basa: non rubare.
Ma l’espulso dalla società economica, facendo sue le parole del Tito deandreiano ci ricorda che quel comandamento è per i ricchi “e forse io l’ho rispettato/ vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie/ di quelli che avevan rubato:/ ma io, senza legge, rubai in nome mio,/ quegli altri nel nome di Dio”. E poi in fondo, sempre citando il grande Faber: “c’hanno insegnato la meraviglia/ verso la gente che ruba il pane/ ora sappiamo che è un delitto/ il non rubare quando si ha fame”.   

scritto da: olitarocco alle ore 19:08 | link | commenti
categorie: politica, economia, libertĂ  di espressione
lunedì, 05 ottobre 2009

Dividi, licenzia e regna

              Ma secondo voi, si sarebbero mai potuti perdere tanti posti di lavoro se si fosse dovuto procedere con licenziamenti di massa? Credo proprio di no. Almeno non così silenziosamente.
            Ed allora che accade? Succede semplicemente che non sono tanto i licenziamenti in blocco a mancare nei fatti, quanto piuttosto la “massa”, intesa come insieme organizzato e “pesante”, dei lavoratori; mancando questa, di conseguenza, i licenziamenti non possono, nella forma, essere considerati “di massa”.
            Ma è solo una questione di forma? Guardando a quello che sta succedendo qualcuno potrebbe dire di si, che ci si trova di fronte a processi che sono nei fatti “licenziamenti di massa” ma che vengono chiamati con altri nomi. E d’altronde, come chiamare tagli di personale così importanti, che superano le centinaia di unità in molte aziende anche non grandissime, si avvicinano alle migliaia nelle imprese più importanti e sfondano il muro dei cento mila in alcuni settori altamente sensibili come la scuola. Tutti questi fenomeni sembrerebbero, in effetti, dei licenziamenti di massa abilmente passati sotto un altro nome.
            Purtroppo (e lo dico con estremo dispiacere) credo che non sia così. Perché, come accennavo all’inizio, è proprio la “massa”, secondo le caratteristiche prima descritte, dei lavoratori a non esistere più. Si tratta, spesso, di un insieme casuale di persone, che si trovano, in un momento e per un periodo definito, a condividere lo stesso percorso, luogo, impiego lavorativo. A volte, persone talmente sole che lavorano col pubblico e conoscono l’altro con cui interagiscono solo attraverso un’interfaccia di telecomunicazione, o che svolgono un lavoro manuale in tempi e spazi che poco lasciano alla possibilità di interagire. E quando non è così nei fatti, lo è nella percezione.
            A causa delle tante, tantissime divisioni e frammentazioni all’interno delle categorie lavorative, in uno stesso processo di produzione è ormai sempre più difficile parlare di gruppo omogeneo di lavoratori, figuriamoci di classe. Ed anche quando alcune condizioni oggettive del lavoratore sembrerebbero accomunarne le sorti, ecco allora che il “capitale” (che parola desueta, da socialismo d’altri tempi!) si inventa e mette in pratica antidoti a questa evenienza sempre più sottili e raffinati.
            Ad esempio, non è casuale che, prendendo il solo caso italiano, esistano decine e decine di possibili contratti di lavoro cosiddetti “atipici”: cococo, cocopro, interinali, lavoratori in affitto, a chiamata, finte partite Iva, eccetera, eccetera, eccetera. Chiaro che diventa sempre più difficile orientarsi e definire chi sta con chi. Perché spesso, troppo spesso, lavoratori che condividono nei fatti la stessa sorte e lo stesso sfruttamento, faticano a fare gruppo proprio a causa delle diverse condizioni contrattuali, le diverse garanzie e tutele, le diverse possibilità di carriera (che poi si realizzino o meno non conta in questa analisi).
            Quest’estate, ho sentito dire ad un’insegnante da poco assunta a tempo indeterminato “si, ho sentito dei tagli del personale docente, ma non mi interessa più: ormai sono problemi di altri, io sono di ruolo”. Ecco, è la sintesi migliore che potrei fare di quest’analisi.
            E così ognuno pensa al suo metro di spazio vitale, alla trattativa privata per spuntare la condizione migliore, a scapito di chi non importa, a godere dell’oggi senza curarsi del domani, come se questo non dovesse arrivare con tutto il suo conto da saldare; e, ciascuno immerso nella logica del proprio ombelico, mettiamo definitivamente in soffitta l’idea stessa che esista la sola possibilità che altri condividano la nostra sorte, e noi la loro.
            Temo, guardando alla generazione che sempre più ha come massima aspirazione partecipare al Grande Fratello o ad Amici, seguita solo da quella di far parte del pubblico in sala, che le cose non miglioreranno a breve. E’ difficile far nascere una coscienza collettiva a colpi di nomination, dove io continuo a stare nella casa, anche al prezzo di cacciarti fuori a calci, per la gioia degli spettatori del video e le tasche del padrone di tutta la giostra.
            Questo è il bivio: o coscienza di classe, o barbarie.

scritto da: olitarocco alle ore 18:52 | link | commenti (3)
categorie: politica, economia, filosofia, libertĂ  di espressione
martedì, 01 settembre 2009

Tagli mirati per gli insegnanti, fra silenzio e disinteresse

Immaginate che chiuda la Fiat. Immaginate che un’azienda mandi via 4.000 lavoratori senza alcun sussidio. Immaginate che il tutto avvenga in una piccola regione ed in silenzio.
Impossibile? Eppure è quanto sta accadendo in Basilicata al personale della scuola. Dai calcoli degli addetti ai lavori, nel giro di qualche anno si effettueranno 4.000 tagli, fra insegnanti e personale amministrativo. E ad essere “tagliati” saranno i precari, senza alcun ammortizzatore sociale. Eppure, se non fosse stato per i presìdi degli insegnanti nessuno ne avrebbe parlato.
La notizia sarebbe passata in silenzio, valendo meno di una bandiera rubata e poi ritrovata. Ed ancora oggi, dopo le proteste, questo tema interessa a pochi. I tg non ci fanno le aperture, nei giornali non è centrale, e fra l’opinione pubblica non direttamente interessata è come se la cosa non ci fosse.
Un discorso che vale anche a livello nazionale. Per effetto delle riforme introdotte con la Finanziaria, nel giro di tre anni ci saranno ben 130.000 posti in meno nella scuola. Ad essere “fatti fuori”, neanche a dirlo, saranno i precari, lasciati a piedi senza una lira. Ma avete sentito un tg aprire con questa notizia? Dico, 130 mila è la popolazione di una città media; interesserà pure a qualcuno? Senza voler fare paragoni, ma lo scorso anno per i 10.000 dell’Alitalia si è fermato il Paese e, forse, si è condizionato l’esito delle elezioni politiche. E per i precari della scuola, per i 130.000 lavoratori che rimarranno a casa? Nemmeno un accenno sulle tv nazionali, che trovano però lo spazio per raccontarci le disavventure dei viaggi di nozze di una coppia inglese o intervistare, uno per uno, i vacanzieri in colonna sull’A3.
Nulla. Perché i precari della scuola non interessano. Lo dico con rammarico, ma è così. Già nella definizione comune c’è il germe del disinteresse. Perché “gli operai” che perdono il lavoro (ed a cui va la solidarietà mia e anche, credo, di tutti gli insegnanti) sono sempre padri di famiglia, anche se hanno 18 anni e sono in fabbrica con un contratto di apprendistato da sei mesi. Mentre “i precari” della scuola sembrano essere ragazzotti al primo “contrattino”, e magari, invece, hanno 50 anni, una famiglia ed insegnano da 25.
E’ l’inizio della divisione dei lavoratori. Quest’anno l’isolamento tocca agli insegnanti. Anzi, specificatamente solo ad alcuni. Si, perché i tagli sono selettivi, quasi chirurgici. Si colpisce un solo pezzo di una categoria per dare l’impressione che si stia con gli altri, e così si va avanti, senza che fenomeni di lotta comune possano nascere fra i lavoratori (chiamateli “coscienza di classe” o “solidarietà”, a seconda dei gusti).
E così assistiamo oggi al taglio di due ore di insegnamento d’italiano nelle medie, domani a due di matematica alle superiori, poi una d’inglese e così via. Risultato: 130 mila in meno e riduzione al minimo delle tensioni.
Scusate la domanda: ma qualcuno se ne è accorto? I sindacati, ora, chiedono con forza di “condurre in porto, nel più breve tempo possibile, le annunciate misure straordinarie per i precari che perderanno il posto di lavoro”. Non credo sia questo il problema. Gli insegnanti precari chiedono di lavorare, non di avere solamente un sussidio per qualche mese. E lo chiedono perché quando sono state pensate le graduatorie ad esaurimento (il nome non era casuale) erano state garantite 150 mila assunzioni in ruolo in tre anni. Poi non se ne è fatto più nulla; ma chi doveva accorgersene dov’era andato?
Gli insegnanti precari chiedono, se necessario, anche di spostarsi sul territorio nazionale, se è ancora “uno e solo” il Paese. E lo chiedono perché alle convocazioni nelle scuole del Nord si presentano sempre meno docenti di quelli che servono. Ma anche questo è precluso, prima dal blocco dei trasferimenti, ora dall’insensatezza delle “graduatorie di coda”, che fanno sì che un insegnante con più titoli stia dietro ad uno con meno solo perché inseritosi dopo in quella provincia. In molti, organizzatisi in associazione e senza l’aiuto dei sindacati, contro queste storture hanno fatto ricorso, ed il Tar Lazio gli ha dato ragione (sia per il trasferimento, secondo il principio della mobilità nazionale, sia per la questione delle code, per l’assunto che chi ha più titoli e servizio non può stare dietro a chi ne ha meno). Nei fatti, però, non è accaduto nulla; ed anche qui mi chiedo dove fossero i sindacati e la politica.
Ora si tentano strade alternative, quali attività extracurriculari e progetti regionali. Ma al di là dei proclami, qualcuno ci vuole spiegare le soluzioni che intende mettere in atto o dovremo continuare a veder tamponata poco per volta la situazione con l’unico risultato di diluire nel tempo il problema nella speranza che “pochi” disoccupati per volta non diano troppo fastidio ai tanti manovratori, spesso improvvisati?

scritto da: olitarocco alle ore 17:39 | link | commenti
categorie: politica, libertĂ  di espressione
venerdì, 21 agosto 2009

Unità d’Italia?

“In relazione al dibattito in corso sulle celebrazioni del 150/mo anniversario dell’Unità d’Italia –è scritto in una nota diffusa dal Quirinale– si precisa che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella lettera inviata lo scorso 20 luglio al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva sottolineato come occorra ormai con la massima urgenza un chiarimento: se necessario, un esplicito e preciso ripensamento selettivo, e dunque ridimensionamento del programma di investimenti infrastrutturali, tenendo conto delle disponibilità del bilancio pubblico (Stato, Regione ed Enti locali). E nello stesso tempo, una soddisfacente definizione delle iniziative più propriamente rispondenti al carattere e agli scopi di una seria celebrazione dell’evento”.

Caro Presidente, mi scusi l’ardire, ma sa a noi quanto poco può interessare il dibattito sulle celebrazioni per l’Unità d’Italia?

Non l’Unità del Paese, s’intende, ma le celebrazioni, francamente, ci lasciano indifferenti. Anche perché non sarà in qualche gagliardetto tricolore o sulle note dell’Inno di Mameli che ritroveremo ciò che sempre più ci è tolto da chi pensa al Federalismo e lo declina in razzismo e chi, fingendo di opporsi, si astiene per non contrariare troppo le bavose grida che dai postriboli della bassa prealpina spingono fin dalle parti di Piazza Colonna.

Ecco, sull’Unità d’Italia servono chiarimenti. Per esempio, Presidente, che ne dice del blocco della mobilità sul territorio nazionale per gli insegnanti precari disposto dal Ministero dell’Istruzione? Che ne dice del fatto che molti di loro, con anni di esperienza, si ritrovino dietro altri solo perché giunti dopo in quella provincia?

E poi, Presidente, dov’era andato quando la Lega propose il punteggio aggiuntivo nei concorsi pubblici in base alla residenza? E quando il Consiglio provinciale di Vicenza, Lega, Pdl e Pd incluso, votarono un ordine del giorno per impedire l’arrivo dei dirigenti scolastici da altre regioni?

Quando la Lega straparla di gabbie salariali o di esame di dialetto per gli insegnanti terroni, perché non ci regala un altro comunicato come questo, con toni chiari e dirimenti.

Presidente, la sua voce non si è mai levata contro l’obbrobrio dell’accordo con la Libia per il respingimento dei clandestini in mare; non abbiamo mai letto un suo intervento contro l’aberrante idea delle ronde in camicia verde; non abbiamo mai ascoltato un suo intervento sul fatto che un Ministero della Repubblica ignori bellamente le sentenze di un Tribunale Amministrativo della stessa Repubblica, come nel caso dell’Istruzione in relazione alle questioni dei trasferimenti e degli insegnanti di religione. Eppure, tutte queste cose, in principi, sono esposte e sancite nella Costituzione, e Lei ne è il garante.

Dei festeggiamenti, onestamente, proprio non me frega nulla. Aboliamoli, ed investiamo il risparmiato per l’accoglienza dei clandestini. E visto l’andazzo, visto che da meridionale vedo ridimensionato, se non negato, quotidianamente ogni mio diritto di cittadino italiano, da quello alla mobilità a quello al lavoro, da quello alla sanità a quello ad una giusta amministrazione, potremmo anche abolire l’Unità del Paese. Se i miei diritti valgono meno, se quasi non ne ho più, allora non ho più nemmeno doveri, incluso quelli verso una Patria che alla mia schiatta è stata pur sempre imposta con la forza delle armi da un esercito straniero, guidato da un generale marsigliese e sotto l’egida di un sovrano francofono.


scritto da: olitarocco alle ore 19:18 | link | commenti
categorie: libertĂ  di espressione
sabato, 13 giugno 2009

Tanti candidati, nessun eletto. Ed in molti hanno scelto di non scegliere

Nessun eletto. Di nuovo. Il collegio di Stigliano, come cinque anni fa, non elegge nessun rappresentante all’interno del consiglio provinciale. Il motivo è facilmente intuibile: l’eccessiva frammentazione dei consensi fra i vari candidati. Un po’ il male comune a tutti quei piccoli e medi centri che hanno la caratteristica di formare, da soli, un collegio. Se manca in questi paesi una leadership forte e riconosciuta, attestata ad un partito o ad un candidato, è chiaro che i voti difficilmente si concentrano, determinando piccoli risultati per ognuno dei candidati.

E siccome si viene eletti all’interno delle liste in base alla cifra individuale, in percentuale, raccolta nel rispettivo collegio, il risultato è spesso scontato. Nei collegi che invece raggruppano più comuni questo fenomeno non è presente, perché sovente ogni comune all’interno del collegio esprime pochi candidati e su questi si concentra il voto. Ecco perché nei collegi con più comuni vengono eletti sempre dei consiglieri, a differenza di quanto a volte accade nei collegi composti da un solo centro.

A Stigliano, però, stavolta c’è in più un dato curioso. Sono stati tre gli assessori candidati, e due di loro, perché la sorte è ironica, hanno mancato l’obiettivo per un pugno di voti. Spesso si indica l’accordo fra le forze politiche come soluzione per eleggere un rappresentante. Cosa ovviamente difficile da ottenere. Ognuna vorrà il suo candidato, fa parte del gioco. Ma, mi chiedo: nemmeno all’interno di una stessa giunta comunale è possibile trovare un simile accordo?

Era necessario candidare, in pratica, l’intero esecutivo? Già, perché per fortuna che il collegio è uninominale, altrimenti il partito che esprime diversi assessori, forse, li avrebbe candidati tutti. Non era proprio possibile trovare una sintesi?

Immagino sia difficile, quasi impossibile, quando si è impegnati a livello di militanza o istituzionale, dire no al proprio partito politico circa una candidatura. Ma non si può dire “troviamo una sintesi con i partiti con cui dividiamo l’azione amministrativa”?

E poi mi viene da chiedere: ma è importante avere un rappresentante alla Provincia per un’amministrazione comunale? Perché, se la risposta è si, allora non capisco la frammentazione; diversamente, non comprendo perché un’amministrazione dovrebbe candidare i propri assessori.

Ed infine, perché i vari partiti hanno scelto di candidare i loro vertici istituzionali locali? Per mettere a valore in termini di consenso il lavoro da questi fatto nell’esecutivo? Se è così, i dati imporrebbero una riflessione: 4.760 elettori e solo mille quelli che sono andati a votare ed hanno scelto di dare la loro preferenza ad uno dei rappresentanti della giunta comunale. Non so leggere la politica, però mi pare poco. E poi, il partito di maggioranza assoluta nella giunta e nel consiglio caratterizzato da una paradossale maggioranza senza opposizione? Solo cinquecento e rotti voti?

Ma sarebbe facile continuare ancora questa analisi un po’ ironica. Il dato più serio, però, nel comune di Stigliano è ancora una volta quello dell’astensione o del voto non dato. Dei 4.760 aventi diritto solo 2.559 hanno espresso un voto valido. Ben 266 si sono pure presi la briga di andare ai seggi, ma hanno lasciato in bianco la scheda o l’hanno deliberatamente annullata: la quasi totalità delle nulle, infatti, non erano errori; erano schede scarabocchiate o con sopra frasi che andavano dall’ironico allo scurrile.

In quel non voto è da leggere la volontà di esprimere il proprio parere: non dando potere di rappresentanza attraverso la preferenza, ma sottraendo consenso con l’astensione. Un modo per dire “non in mio nome”: dai tanti residenti che ormai vivono fuori, e che non comprendono perché venire a votare una classe politica dalla quale non saranno nei fatti mai amministrati, o che spesso per gli errori della quale sono dovuti andar via, ai molti che semplicemente non sentono come “affar loro” quello che accade nelle urne. Certo, per chi fa politica è molto più comodo archiviare tali fenomeni sotto la voce “qualunquismo” invece che indagarne le cause ed analizzarne gli effetti.

Infine un ultimo dato: gli elettori cinque anni fa erano 5.018, oggi solo 4.760. Interessa a qualcuno?


scritto da: olitarocco alle ore 15:09 | link | commenti
categorie: politica, libertĂ  di espressione
martedì, 05 maggio 2009

La mia patria al tempo d'oggi

“La mia patria è la Banca. Ma io vivo in esilio”. Sono le parole di un poeta di cui non ricordo il nome ma che da un po’ di giorni campeggiano nella mia mente. Ci sono arrivate non so nemmeno più da dove, hanno piantato le tende ed ora stanno lì. Pronte a festeggiare ad ogni occasione. E di occasioni, in questo periodo, ne hanno davvero molte.

Ogni giorno sento persone parlare di nuovi modi di intendere lo stare al mondo, in tutte le sue forme. Questo mio Paese, ormai, sembra non essere capace più di pensare l’altro se non in termini di vittoria o sconfitta. E’ una gara continua, anche se in palio, vi giuro, nessuno è ancora riuscito a spiegarmi cosa c’è poi veramente. Ma una cosa è certa: se non sei un vincente, se non fai parte del gruppo dei vincenti, semplicemente non esisti.

Sono momenti pre-elettorali quelli che stiamo vivendo ora. Bene, anche lì i discorsi sono più o meno sempre gli stessi. “Se non sei parte della maggioranza, non conti nulla”. E nel sostenere tale tesi, suppongo, ci si riferisca ad un’idea di maggioranza totalitaria ed onnicomprensiva. Perché se è vero che questo discorso vale per tutti, solo la maggioranza unanime (che poi è un ossimoro: una maggioranza può esistere solo in contrapposizione ed in funzione di una minoranza. Da sola è totalitarismo) può garantire la tenuta del “tutti dentro”. Per fare che? Be’, che importa. L’importante è stare lì dove le cose accadono. Non conta se la nave maggioritaria va nella direzione che noi vogliamo o meno: l’importante è stare a bordo. Tanto quello, il capitano intendo, sa quello che fa.

Perché tutti sono maggioranza, ma pochi “comandano”. Avrete mica pensato ad una maggioranza a decisione democratica? Che assurdità. Uno comanda, e gli altri, in maggioranza, stanno attenti a non disturbare il manovratore. Non è scritto pure sugli autobus “non parlate al conducente”? Quindi bando alle ciance. Uno vince e tutti gli altri corrono in suo soccorso.

E se qualcuno sostiene altre teorie? Anancronistico, idealista, sognatore. Ma anche pusillanime, individuo senza volontà e nessun senso della realtà. E nella peggiore delle ipotesi disfattista, guastafeste, rompicoglioni.

Questo per un aspetto della società, quello della politica. Negli altri invece, be’, lì quello che conta davvero è…vincere. Fare soldi, essere famoso, riconoscibile e conosciuto, importante. Su quale scala? Ma proprio non riuscite a togliervelo il vizio di dare fastidio voi anacronistici idealisti sognatori, pusillanimi senza volontà e senso della realtà, disfattisti, guastafeste e rompicoglioni?

La mia patria è tutto questo. Un posto dove guardare in un vetro il farsi mondo delle cose più misere e vedere andare in miseria dimenticati nel nulla i più grandi valori e le migliori cose del Mondo. Un posto dove non sei se non sei parte della maggioranza, che la si vorrebbe infinita e complessivamente comprensiva di tutto e tutti, dove si è strani se non si bela all’unisono con tutto il resto degli armenti, a cui ormai non rimane più nemmeno la traccia del sogno di voler rompere gli stabbi.

La mia patria è ormai tutto questo. Ed anche io vorrei vivere in esilio.


scritto da: olitarocco alle ore 19:13 | link | commenti
categorie: politica, libertĂ  di espressione
mercoledì, 29 aprile 2009

Condividere scrivendo

            Quelli che seguono sono degli appunti, scritti di getto sulla tastiera senza il filtro della riflessione e pubblicati sul mio blog e nella mia pagina facebook senza nemmeno la rilettura che solitamente dedico ad ogni cosa che scrivo, dalla relazione all’sms.

            Mi interessa condividere, con chi avrà la bontà e la pazienza necessarie per leggere queste poche righe, un pensiero che da stamane sta riempiendo la mia giornata. Un pensiero che si è formato dopo aver letto un brano del nuovo libro di Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse”, riportato su di un quotidiano. L’assunto di Zizek è che proprio in un momento di crisi culturale sia necessario un “Salto di Fede”; che proprio in un’epoca che sembra rigettare alle ortiche tutte le teorie, gli schemi analitici e riflessivi del mondo e della società finanche la semplice riflessione per abbracciare il “verbo” dell’azione, dell’agire sempre e senza preamboli, sia necessario ritornare agli ideali, al valore delle posizioni anche estreme nate dal pensiero e dall’analisi, per così dire, ideologica.

            Zizek compie davvero un’operazione “controcorrente”. Ed il bello, o il brutto, è che mi ci ritrovo totalmente. Non nel concetto fideistico di adesione ad un ideale, certamente, ma nella necessità di un ritorno alla supremazia dell’idea sull’azione. Sarà per una mia personale tara, ma continuo a credere che fermarsi a pensare, a studiare il mondo per quello che è e per come si manifesta, analizzare le cause dei fenomeni e valutarne gli effetti con tutte le loro implicazione, ragionare intorno ai principi che sottendono ai processi che di volta in volta ci si trova ad affrontare sia l’unico modo per capire. E capendo si generano le idee, che, ma è solo una mia opinione, devono essere il vero movente delle azioni.

            Ma sempre di più mi vado convincendo di essere una sorta di ailleurs fin-de-siècle, il personaggio di un romanzo di Huysmans, il retaggio di un tempo che non esiste più. Scusate il disturbo, e la noia che ho arrecato a chi in questo tempo avrebbe potuto fare altro di molto più interessante che leggere le mie parole. A chi invece questa riflessione che ho voluto condividere scrivendo è piaciuta dico grazie, “attraverso le desolate distanze dei tempi”.


scritto da: olitarocco alle ore 20:56 | link | commenti
categorie: libertĂ  di espressione
sabato, 28 febbraio 2009

Quelle strane coincidenze

Hanno iniziato con i Rom, con lo sgombero coatto dei campi abusivi, con la protervia securitaria elevata anche al di sopra dei diritti umani, con le folli idee di schedatura globale, anche per i bambini. Ma non c’è stata la barriera dell’opinione dei giusti che mi attendevo.

Poi hanno cominciato a prendersela con i fannulloni nella pubblica amministrazione, elevando a categoria alcuni cattivi comportamenti e facendovi rientrare tutti coloro che lavorano per conto dello Stato e delle sue articolazioni. Ed a molti non è dispiaciuto, anzi.

Si è poi proseguito colpendo gli insegnanti, ed in tanti si sono detti: “va bene, è giusto. Alla fine, poi, sarà un problema solo dei maestri e dei professori”.

Quando poi hanno cominciato a girare ipotesi, sempre più confermate, della volontà di limitare l’azione di magistrati e giornalisti, qualcuno ha cominciato a preoccuparsi; ma pochi. Per gli altri: “era ora che si ponesse un freno a questi presuntuosi togati o ai giornalisti che scrivono di tutto e tutti”.

E quando sono arrivate le ronde, non sono stati pochi quelli che vi hanno visto un freno serio al dilagare della delinquenza, un baluardo concreto contro “l’invasione incivile” delle nostre città. Infine si è attaccato il fondamento della contrattazione sindacale ed ora anche le modalità di esercizio del diritto allo sciopero, di fatto limitandole, per ora, ma credo solo momentaneamente, con riferimento solo al settore del trasporto pubblico. E sono pronto a scommettere che sono stati in molti quelli che hanno pensato: “finalmente, non se ne poteva più di questi che scioperano quando gli piace, costringendo il Paese a fermarsi”.

E ancora gli attacchi alla Costituzione, ai fondamenti della democrazia, al Parlamento ed alle funzioni della rappresentanza, sempre più ritenuti ostacoli e freni all’azione governista del leader. Anche qui, ho visto meno resistenza di quanta me ne aspettavo.

A tutti coloro che pensano che questa strada sia quella giusta, quella da percorrere per il bene del Paese, non offro giudizi di valore. Voglio solamente ricordare alcuni versi, che m’hanno guidato nello scrivere queste poche righe. Sono le parole di un grande drammaturgo e poeta tedesco, Bertolt Brecht.

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.


scritto da: olitarocco alle ore 07:40 | link | commenti (1)
categorie: politica, storia, libertĂ  di espressione
giovedì, 15 gennaio 2009

Quel mondo dietro i numeri

“Che ne sapevano di questa gente, che ne sanno quelli che ci governano? Ora lassù le montagne sono deserte e franano, anche le piccole chiese sono state rapinate dei loro poveri oggetti d’arte, già ‘arte povera’ diventata mercato per i ricchi. Dalle case abbandonate hanno pure rubato i poverissimi oggetti per fare antiquariato. Nei cimiteri crescono le ortiche e sui monumenti ai caduti i nomi diventano illeggibili. Come sono diventate agre le nostre speranze”.
Queste parole di un racconto di Mario Rigoni Stern, mi sono tornate in mente apprendendo la notizia che Oliveto Lucano non ha più il medico di base, per il pensionamento del dottore che fino ad ora ha assicurato il servizio.
Letta di volata, la notizia ha dell’incredibile: insieme al medico condotto andranno in pensione anche tutti i malanni della popolazione del piccolo centro del materano? Suppongo di no. Ed allora come mai quel posto è vacante? Non si sapeva forse che il dottore sarebbe andato in pensione?
A leggerla meglio però, incastonandola nei fenomeni generali che da anni colpiscono i piccoli paesi, la notizia diventa meno improbabile, più conforme al sistema delle regole attuali; per certi versi più attesa, annunciata. Il medico va in pensione e non si pensa immediatamente alla sua sostituzione perché i numeri non giustificano l’urgenza di tale cambio, forse nemmeno lo stesso servizio.
La politica e le sue scelte, come quelle dell’economia e del mercato (che poi, purtroppo, sono sempre più figlie della stessa scuola di pensiero) si basano sui numeri. Sono i numeri che indirizzano, e spesso “fanno”, le decisioni. I numeri sono insindacabili, ci viene ripetuto, e se non quadrano non ci si può fare nulla. Sembra disarmante nella sua veridicità un tale ragionamento: ma è la più grande di tutte le menzogne che ci sono state raccontate.
E’ una vita che ci costringono a sottostare alla presunta “legge dei numeri”, che si giustificano le scelte in base a questa legge quando poi in effetti essa non ha colpa. La storia che i numeri non quadrano, non sposta la responsabilità della scelta dalla politica (sottoposta a giudizio e quindi valutabile per i risultati) alla matematica (per definizione obiettiva pertanto insindacabile), e quindi non libera gli attori della prima da eventuali colpe per effetto della non opinabilità dei meccanismi della seconda. I numeri di per sé sono un dato, ed in quanto tali non determinano da soli una scelta. La scelta è invece frutto del loro raffronto con il “quadro” di riferimento scelto, da dove deriva poi il valore, la qualità, il significato di quegli stessi numeri. E siccome la definizione del “quadro di riferimento” attiene alla politica, anche le conseguenti scelte dettate dal raffronto con i numeri non saranno insindacabili risultati matematici, ma il frutto di decisioni assunte nella individuazione dei criteri per la composizione di quest’ultimo.
Quindi, per non farla troppo lunga, non ha senso affermare “ce lo impongono i numeri” in relazione alle scelte da fare. Ma soprattutto, quando si sostiene una teoria simile, non si deve dimenticare che “quei” numeri sono persone. Non si tratta di insiemi numerici vuoti, ma di comunità ricche di storia, tradizioni, culture. Un’umanità diffusa, una ricchezza che non si misura in avanzi di bilancio, e che non si può cassare a tavolino perché “non quadra” sullo schema di partita doppia di qualche contabile o politico.
Se progressivamente dai piccoli centri togliamo le rappresentanze simboliche di comunità, per iscriverci sopra i segni di un potere che si manifesta attraverso le leggi dei sistemi aziendali, alla fine metteremo in crisi l’idea stessa di comunità. Togliendo la scuola, l’ufficio postale e gli altri servizi pubblici, il medico, i presidi della sanità, quelli delle forze dell’ordine e delle altre rappresentazioni dello Stato in quanto comunità più ampia dai piccoli centri, si determina lo smarrimento del senso di appartenenza ad una comunità, prima, e si realizza nel sentire degli abitanti di quei centri, dopo, quella situazione ben sintetizzata dal titolo di un libro di racconti ambientati in Italia meridionale di Tahar Ben Jelloun: “Dove lo Stato non c’è”. 
Determinare oggi, per effetto di decisioni che nascondono la faccia dietro la “teoria dei numeri”, la fine dei piccoli comuni determinerà domani, per effetto della stessa logica, la vittoria di coloro che sostennero ieri l’inutilità di una piccola regione come la nostra. E dopodomani, in un’ottica globale di miliardi di esseri umani, quanto sarà forte la voce di una nazione di appena una cinquantina di milioni di abitanti?

scritto da: olitarocco alle ore 15:53 | link | commenti
categorie: politica, libertĂ  di espressione
mercoledì, 10 dicembre 2008

Pericle, Atene, 461 a. C.

Un testo illuminante, di quasi duemilacinquecento anni fa. Una grande lezione: purtroppo dimenticata. Queste parole la Storia ci ha tramandato dei discorsi di Pericle al suo popolo, gli ateniesi del V secolo prima di Cristo.
 
Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza.Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private (“ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private”; questa frase fu aggiunta da Paolo Rossi durante una lettura pubblica delle parole di Pericle allo Iovinelli di Roma: credo che qui da noi l’aggiunta di Rossi dia ancora più forza al testo).
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

scritto da: olitarocco alle ore 18:14 | link | commenti
categorie: politica, storia, filosofia, libertĂ  di espressione

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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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