Come non condividere il richiamo del presidente della Camera alla difesa della centralità del Parlamento, quale luogo della rappresentanza, nelle scelte legislative e contro le pulsioni “governiste” rappresentate dal ricorso sistematico al “voto di fiducia”. Fa sorridere, però, che giunga da chi, al momento del suo insediamento, definì auspicabile il tendere verso “una democrazia più rappresentativa e più governante”.
L’espressione di Fini è un curioso ossimoro, che in sostanza, però, sottintende che la “governabilità” sia il fine dell’azione politica e, per mutuazione, anche dell’intero universo democratico. Ovviamente, l’idea della “democrazia governante” non trova sostenitori solo da una parte, ed in essa anche lo stesso sistema elettorale ha senso solo se ha per oggetto la scelta del governo (si legga “voto utile”).
All’organo di governo, in tale visione, è logico ipotizzare di trasferire quanto più potere possibile, svincolandolo, contemporaneamente, da tutte le interferenze: anche da quelle della rappresentanza. E, poiché l’esecutivo è espresso solo dalla parte maggioritaria, non è più l’intera assemblea elettiva, attraverso processi di sintesi e mediazione, ad indicare e decidere il da farsi, ma solo la parte maggioritaria.
Questo in astratto. Perché in concreto l’esecutivo ha una composizione ancora più ristretta e meno rappresentativa, e siccome è questo a dettare le scelte poi ratificate dalla parte maggioritaria della rappresentanza, allora è con esso che va ad identificarsi la meta ed il fine della politica e della democrazia governanti.
Gli esecutivi divengono, quindi, una sorta di Cda guidati da amministratori delegati che solo formalmente dipendono dall’assemblea dei soci (la parte rappresentativa), in un progressivo processo di imposizione dei modelli dell’impresa alle forme dell’agire politico. Una prospettiva in cui i poteri, anche quelli di indirizzo, si spostano verso l’organo esecutivo da quello rappresentativo, dove il bilancio diventa lo strumento di valutazione dell’efficacia e della validità della politica, e dove, dato che i temi della rappresentanza contano sempre meno rispetto ai risultati del governo, si assiste progressivamente alla sostituzione del vecchio modello politico del mediatore con un “nuovo” ceto manageriale.
In una simile ottica, il pluralismo, da valore di idee frutto dell’eterogeneità della rappresentanza, diviene impiccio, causa di inefficienza, ostacolo, disturbo al manovratore. E diviene “inutile” quella parte della rappresentanza che non esprimere un esecutivo.
Ora, chi teorizza la democrazia governante non può poi indignarsi che l’azione di governo si esplichi solo attraverso decreti legge e voti di fiducia; chi sostiene l’incremento dei poteri in capo ai sindaci ed agli esecutivi, ha poco da lamentarsi se l’azione dei consigli si riduce, di fatto, alla sola ratifica di atti di giunta.
Se il concetto della rappresentanza assume sempre più valori negativi per l’assonanza, indotta, fra pluralità e frammentazione, se l’unico orizzonte della politica è il potere esecutivo, allora le assemblee elettive e rappresentative saranno sempre più svuotate di senso, funzioni e poteri.
Nessuna meraviglia, infine, se i partiti si trasformano in comitati elettorali del “potente” (inteso come detentore del potere esecutivo) di turno. In una logica “governista”, i partiti possono essere solo “degli assessori”. E se pure consiglieri e parlamentari diventano comparse, figuriamoci i semplici militanti; come meravigliarsi della disaffezione verso una tale politica e le sue forme organizzative?
Se la politica non è più strumento della mediazione e luogo della rappresentanza, a rischio non sono solo le sue istituzioni, ma il concetto stesso di democrazia. Se il governo diviene l’unico fine ed il solo ambito dell’agire politico, allora lo stesso concetto di rappresentanza non ha più ragion d’essere. In una tale logica, quando la politica coincide e finisce col governo inteso come luogo delle scelte, non hanno senso concetti come maggioranza e minoranza all’interno degli ambiti rappresentativi, e tutto è delegato agli esecutivi, con il popolo privato del potere di eleggere i propri rappresentanti ed a cui, al massimo, è concesso quello di scegliersi i governanti.
Non voglio concludere con un giudizio di valore su un simile scenario, ma viene spontaneo un interrogativo: un sistema in cui il solo fine della politica è la gestione del potere esecutivo è sicuramente più “governante”; ma si può ancora parlare di democrazia?
No, non sono stati solamente i tagli alla scuola, all’università, alla ricerca. Non è solo l’assalto senza precedenti all’istruzione pubblica o quello, che già si profila, alla sanità ed allo stato sociale. E’ la chiusura delle prospettive. “So che avrò un lavoro precario e pagato poco –dice una studentessa– che forse dovrò lavorare sempre in un call center e che probabilmente faticherò a vita per pagare l’affitto di un monolocale. Ma la laurea no. La speranza di laurearmi non possono togliermela. Se tagliano i fondi e l’università aumenta le tasse, anche solo del 20 per cento, io non ce la faccio”. E la chiave, la cifra dell’Onda è tutta lì: “La speranza non possono togliermela”.
A me non piace per nulla la politica di questo Governo. In ciò sono di parte, sono partigianamente (e le dichiarazioni ultime del presidente del Consiglio dei Ministri come le spranghe di piazza Navona rianimano il senso di questo avverbio) contrario alle politiche economiche e sociali messe in campo da Pdl e Lega. Nel Paese, però, la mia cultura politica oggi è minoranza, sebbene non minoritaria, con cifre così basse (narrano i sondaggi) come mai prima nella storia repubblicana. Sempre gli stessi sondaggi, fino a qualche settimana fa, attribuivano un gradimento impressionante al Governo.
Eppure, proprio in questa congiuntura nasce un movimento di critica alle decisioni dell’esecutivo organizzato, deciso e puntuale come non se ne vedevano da tempo. Non è certo frutto della capacità di sensibilizzazione e movimentazione della o delle opposizioni; magari così fosse, per le opposizioni intendo.
E’ invece, a parer mio, un’azione spontanea che nasce da un sentimento diffuso, capillare, condiviso: quello d’aver subìto un’ingiustizia, la soppressione, per decreto, della speranza. Quella studentessa ci dice che oggi non sta certo bene, ma che la speranza di star meglio gliela devono lasciare.
Illusione? Ma quale cinismo ha condotto la borghesia di questo Paese a passare da un modello fondato sulla mobilità sociale alla visione di una società bloccata in caste? Quale reazione restauratrice ha potuto consentire di ipotizzare la pianificazione di destini differenziati per i figli dei ricchi rispetto a quelli dei poveri? Di classi “appartate” per i migranti? Di elenchi separati per favorire la scelta di “insegnati stanziali” (la definizione è del Ministro dell’Istruzione) rispetto a quelli provenienti “da fuori”? Di demonizzazione e screditamento scientifico di tutto ciò che è pubblico, cioè di tutti ma soprattutto per tutti?
Contemporaneamente, accanto a ciò si dava corso a misure salva banche, a “misurine” salva manager (tolta dal provvedimento su Alitalia ed inserita nel ddl per le imprese in crisi), si trovano i soldi a sostegno della cordata Cai, si toglie l’Ici anche ai più benestanti. Quasi a dire, come emerge dall’insieme di queste considerazioni: se nasci povero ed in un dato luogo, lì e così devi rimanere. Al massimo puoi sposarti un milionario, sognare un destino da tronista o velina e sorbire massicce dosi di “ottimismo” a reti unificate.
Ma il troppo è troppo, ed ecco allora il perché della protesta. “Noi la crisi non la paghiamo”: è lo slogan simbolo dell’Onda, il messaggio globale che lancia questa generazione.
“Noi la crisi non la paghiamo” perché quando le cose andavano bene per i ricchi, quando il Pil cresceva e gli indici di Borsa salivano il nostro reddito reale calava, il nostro lavoro diventava sempre più precario, il nostro futuro sempre più incerto.
“Noi la crisi non la paghiamo” perché negli anni di “vacche grasse” i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri, ed ora che arriva la recessione si vuole che gli ultimi paghino per primi.
“Noi la crisi non la paghiamo” se prima chi governa il Paese e l’Economia, le Industrie ed il Mercato non da’ il buon esempio rinunciando a quello che ha avuto in questi anni.
“Noi la crisi non la paghiamo”, dicono i ragazzi a tutti, perché l’abbiamo già pagata con le difficoltà del presente e perché, per quanto qualcuno si sforzi di convincerli del contrario, si può dare un taglio al passato, ma è impossibile accettarne uno al futuro.
C’era una misura diversa nel vivere le cose e nel mondo qualche decennio fa. No, nessun ascetismo eremitico. Piuttosto la tensione a quell’aurea mediocritas di cui parla il mio illustre conterraneo dell’antichità Orazio (lucano anch’egli, di Venosa) nelle sue Odi. E come in Orazio, anche in quella mediocritas non v’era traccia dell’accezione puramente negativa che l’italiano dà al termine mediocrità.
Più che altro era la descrizione di uno stare in mezzo, in una posizione intermedia fra il massimo ed il minimo che la vita poteva significare. Né ottimo, né pessimo: accettabile, decente, dignitoso. Un giusto mezzo, né tanto, né poco: quanto basta. La dottrina della poetica oraziana era la traduzione della filosofia epicurea, quell’invito a godere dei piaceri della vita, ma con moderazione, senza abusare, senza strafare. Ed una volta raggiunta quest’aurea “medietà” fra le varie posizioni, fra le diverse situazioni e condizioni, si sarebbe stati capaci di vedere, come ancora il poeta venosino ci raccomanda nelle sue satire, che est modus in rebus, c’è una misura nelle cose, in tutte le cose del mondo e della vita.
Ed anche se analfabeti, anche se poco scolarizzati, i nostri nonni questo lo sapevano, lo sentivano, era per loro giusto: senza spiegazioni filosofiche ma con la forza del sentimento del buon senso.
“Ti serve ciò che ti basta per vivere”. Potrebbe essere questa la massima di allora, una massima che nei nostri avi è valsa fino all’altro ieri, e che oggi sembra ispirarsi a principi che non valgono più nulla: eppure vorrei che fosse incisa in tutte le pietre miliari sulle strade del Mondo, davanti alle Borse nazionali, alle sedi dei governi ed all’ingresso delle fabbriche, nelle sedi delle aziende di Stato come nei messaggi a bande colorate della fine delle trasmissioni televisive. Invece, abbiamo messo il turbo alle cose della Terra. Abbiamo voluto tutto e lo abbiamo voluto subito.
Ormai forse è troppo tardi. Eppure solo ora cominciamo a farci la domanda reale: tutto che? Il necessario o ciò che non ci sarebbe mai servito se non lo avessimo apposta inventato, costruito, pensato, ipotizzato. Ci servivano davvero le utilitarie da 100 cavalli e 200 all’ora per andare a comprare il pane che sale sempre più di prezzo perché stiamo consumando il petrolio e ci servono i cereali per il bioetanolo? Erano proprio necessari fuoristrada di sei metri capaci di reggere il confronto con i mezzi di Overland per accompagnare i figli a scuola e poi, ovviamente, non poter parcheggiare? Ci servivano davvero i telefonini capaci di sostituire intere biblioteche, di scaricare in un attimo tutti i classici della cultura latina e greca, di navigare su internet e con le mappe del tom tom di tutto il Mondo per star seduti all’angolo della piazza del quartiere a mandare messaggi “poetici” con “xché 6 grnd e tvb”? E’ necessario trovare fonti di energia atomiche per consentire agli americani di illuminare le loro abitazioni a Natale in modo che si vedano dalla luna? E’ indispensabile montare condizionatori per poter indossare il maglione di cachemire a Palermo ad agosto, o impianti di riscaldamento così potenti per girare in costume da bagno a casa a Vipiteno a Capodanno? Ci servono quattro televisori a testa? Dodici telefonini a famiglia?
Ma c’è l’ho col consumatore finale? Certo che no. Ma la cultura del tempo si misura nelle cose di ogni giorno. Perché è la misura del come vanno le cose. L’utilitaria da 100 cavalli è l’emblema di una società in cui non sei nulla se non hai il massimo. E così, tirando e ritirando, si arriva a concepire che si possa guadagnare un milione di euro al mese per tirare calci ad un pallone, milioni a far finta di capire in Borsa com’è che va l’economia (che poi quando va male ci pensa pantalone, ma questa è un’altra storia), per cantare canzonette o mostrare le gambe in pubblico (poi la multa la si fa alle meretrici lungo i viali), per far finta di dirigere un’azienda o per non dirigere un Paese. Come se le risorse fossero infinite, come se l’uomo non avesse bisogno di regolare le sue pretese su quello che è il Mondo. Ma le risorse non sono infinite, anche quelle economiche. E se i soldi non bastano non si dividono quelli in alto, si taglia in basso. Perché? Perché, come si dice dalle mie parti, prova a togliere l’osso dalla bocca di un cane: se non c’è l’ha si arrangia, ma una volta preso…
E allora si arrangino i più poveri, i più deboli, e chi non c’è la fa, pazienza: è il liberismo, baby! Come se il liberismo o l’attuale ripartizione delle risorse nascesse da un distacco della Pangea, da una legge divina immutabile, da una condizione di natura di fronte a cui gli uomini sono impotenti.
La nostra educazione alla dis-misura ha prodotto il mostro della diseguaglianza incommensurabile. Ed ora? Prospetto un ritorno al passato? Nient’affatto. Piuttosto un balzo nel futuro, in un Mondo più adulto capace di dare il giusto valore e senso alle cose, e che capisca che non può esistere, sotto lo stesso cielo nello stesso momento, chi muore di fame e chi di crapula. Non fosse altro che per non assistere alla nostra fine, come non dipendesse da noi, da ciascuno di noi, e magari, all’ultimo istante, rimpiangerli, dopo averli voluti dimenticare e deridere a tutti i costi, quei tempi in cui erat modus in rebus.
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