La democrazia è antieconomica. Lo è perché non deve sottostare per forza alle regole dell’utile e lo è perché tende ad affiancare all’obiettivo del vantaggio il metodo del giusto, mirando a non attestare al primo la supremazia sul secondo.
Non si possono, quindi, imporre alla democrazia i dettami dell’efficacia e dell’efficienza a tutti i costi senza snaturarla. Perché in democrazia si tende, o si dovrebbe, a non lasciare indietro nessuno, a cercare la mediazione per non penalizzare una parte piuttosto che un’altra, a non misurare i risultati solo in senso economico.
Lo stesso procedimento decisionale, sotto il profilo tecnico-ragionieristico, è un ingiustificato spreco di tempo e risorse. Una dittatura, al contrario, è più immediata, efficace ed efficiente. “Sotto Mussolini”, si diceva, “i treni giungevano in orario”. Ma dato che il lavoro del politico non è solo quello del capostazione, per riprendere una geniale battuta di Massimo Troisi, gli svantaggi in quel sistema erano più dei vantaggi, e non sto qui a spiegarli.
Il perché di questa lunga premessa è presto detto: per ricordare ciò che spesso si dimentica, ovvero che la democrazia è più complicata della ragioneria e che la buona politica non si esprime solo nei conti in ordine (cosa di cui, peraltro, non intendo sminuire l’importanza).
La politica è previsione, è progetto: si ha un’idea e si perseguono degli obiettivi quando si prendono delle decisioni, quando, in politica, si fanno delle scelte.
Certo, alcune condizioni e determinate situazioni limitano le possibilità di azione; ma la politica non procede mai per scelte obbligate, né può nascondersi dietro queste. In politica c’è sempre un’altra strada, altrimenti è la politica a non esserci.
Un tecnico può operare sotto dettatura delle circostanze, un politico non dovrebbe mai; una scelta politica è sempre una scelta voluta, in ossequio ad un’idea, mai l’unica possibile.
Ora, di grazia, qual è il progetto, la previsione, l’obiettivo prefissato e l’idea politica sottesa alla continua, inesorabile e progressiva soppressione dei servizi pubblici nei piccoli centri abitati?
Qualcuno potrebbe rispondere: “ma quelle sono scelte dettate dalla logica dei numeri”. Questa, però, sarebbe una risposta fuorviante oltre che basata sul presupposto, di cui prima si diceva, che la scelta, in politica, possa essere obbligata.
La risposta è fuorviante perché sposta l’attenzione sulle azioni, ma la domanda mirava a conoscere le idee politiche che le determinano.
Cioè, quella risposta chiarisce il come, non il perché. O meglio, dà conto dell’atto amministrativo, non del motivo politico.
Dire che si chiude un ufficio pubblico perché il numero degli utenti è inferiore a 100, facciamo per ipotesi, non chiarisce il “perché” vero della chiusura. Di fatti, 100 non è mica un parametro “di Natura”: è stato fissato arbitrariamente, come si sarebbe potuto fissare 10 o 1.000.
E poi, un solo parametro non descrive la realtà. Chiudere un ufficio in un piccolo comune per lo scarso numero di utenti senza dare il giusto peso ad altri fattori (distanza dall’ufficio più prossimo, difficoltà di collegamento, composizione della popolazione) non è poi tanto razionale come sembra.
Spesso alcuni servizi sono un baluardo contro il definitivo “esaurirsi” dei piccoli centri: lo sono per il dato economico ed occupazionale e per il mantenimento di un minimo di standard di qualità della vita. Ma lo sono anche per il valore simbolico di comunità ed identificazione che rivestono. Togliere una scuola, un ufficio pubblico, un presidio sanitario, oltre a tutto il resto, contribuisce anche a smantellare i simboli di una comunità e a disaggregarne il portato unitario.
Quindi, procedere con le soppressioni senza essere in grado di disegnare percorsi alternativi significa, nei fatti, continuare a contribuire ad aggravare le cause del progressivo spopolamento dei piccoli comuni.
Una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta: togliere servizi per il sopravvenire dello spopolamento, e contribuire, togliendo i servizi, allo spopolarsi dei comuni.
E poi, infine, non è mica iniziato per la caduta di meteoriti o per il sopraggiungere di un’era glaciale il fenomeno dello spopolamento dei piccoli centri. Nasce da scelte ben precise, con responsabilità individuabili, che seguendo mirate idee e logiche di “sviluppo” hanno determinato la marginalizzazione ed il progressivo “esaurirsi” dei piccoli comuni.
Insomma: “scelte politiche” hanno determinato l’avvio dello spopolamento ed altre “scelte” prese in ossequio a parametri individuati dalla “politica” contribuiscono ad accelerarne il decorso. Un danno ed una beffa contemporaneamente.
Quindi, tornando alla domanda di prima, qual è il progetto, la previsione, l’obiettivo prefissato e l’idea politica sottesa a tutto ciò?
Una domanda legittima, a meno di non voler pensare che si è incautamente determinata una valanga ed ora se ne accelera il corso intervenendo senza avere una visione adeguata della situazione.
Se servono soldi non si può che non chiederli a chi ne ha di più. E’ stato un ragionamento di buon senso quello che ha mosso la Cgil, alcuni giorni fa, a proporre di aumentare l’aliquota di tassazione di 5 punti percentuali, dal 43 al 48, ai redditi superiori ai 150 mila euro annuali.
Lo stesso buon senso che spinse, qualche anno fa, il partito di Rifondazione Comunista ad iniziare una campagna pubblicitaria per chiedere di aumentare le tasse ai più benestanti, supportata dallo slogan, ironico e provocatorio, “Anche i ricchi piangano”, con tanto di panfili e ville di lusso sullo sfondo.
E che ci sarebbe di male? Aumentare le tasse ad un lavoratore dipendente, ad un operaio o un impiegato, sarebbe come strozzarlo. Altro che rilancio dell’economia. Se uno guadagna 900, 1000 € al mese è già tanto se riesce a vivere, figuriamoci se può contribuire di più al risanamento delle casse dello Stato. Diverso è il caso dei manager, degli imprenditori, o, che so io, dei politici. Chi guadagna 150 mila euro l’anno, anche se dovesse pagarne quasi la metà in tasse, gliene rimarrebbero pur sempre più di 75 mila. Che fanno circa 7 mila al mese, altro che problema della terza settimana. Ed i super manager, quelli che guadagnano milioni l’anno? E che dire, poi, di chi guadagna un milione di euro solo per organizzare un festival musicale?
Il reddito medio degli italiani è di circa 16 mila € l’annuo (fonte Banca d’Italia, reddito singoli percettori riferito al 2006). Significa che, mediamente, ci vogliono 62,5 italiani per guadagnare in un anno quanto ha preso in due mesi chi ha organizzato Sanremo. Questo mediamente, perché c’è da considerare che il 90 per cento delle famiglie italiane si divide il 55 per cento della ricchezza prodotta e, di contro, il 45 per cento della ricchezza totale del nostro Paese è nelle mani del 10 per cento delle famiglie.
Una redistribuzione della ricchezza diventa necessaria. Se patto sociale e collaborazione fra i diversi ceti della popolazione ci deve essere non può che passare attraverso norme come questa. Probabilmente non sarà risolutiva, ma certamente è giusta. Se non fosse stata già vanamente abusata come definizione, la potremmo chiamare Robin Hood Tax. Sarebbe anche “mediaticamente” conveniente per il Governo che l’attuasse, visto che colpirebbe solo un minima parte di società (che comunque non vedrebbe per questo compromesse le proprie possibilità di benessere), ma sarebbe sicuramente ben accetta dalla stragrande maggioranza della popolazione. Sarebbe un successo politico. Tutto sommato, nemmeno per i ricchi sarebbe un problema reale versare un 5 per cento in più di tasse. Farebbero bella figura e non metterebbero in crisi il loro stile di vita.
E allora perché Confindustria immediatamente ha bocciato la proposta della Cgil? Davvero per paura di pagare qualcosina di più in tasse? No, io credo che la verità l’abbia svelata proprio il vicepresidente dell’associazione degli industriali nella sua immediata levata di scudi “Un’operazione del genere – ha affermato in proposito Alberto Bombassei – alimenterebbe solo una lotta di classe superata da anni e porterebbe ben poco nelle casse dello Stato”.
Ed in effetti è quello il problema. La proposta della Cgil traccia un limite ineludibile per dividere la società. Chi sta da un lato e chi sta dall’altro, chi ha di più e chi ha di meno, chi sfrutta e chi è sfruttato, si sarebbe detto in altri tempi. Anche l’equidistanza, o equivicinanza di andreottiana memoria, in una siffatta prospettiva non sarebbe più un mero esercizio di neutralità.
Negli ultimi anni, attraverso la riforma del mercato del lavoro, la diversificazione dei contratti, la modularità dell’organizzazione della produzione erano riusciti a frammentare talmente tanto il mondo del lavoro che questo quasi non riusciva più a sentirsi parte di uno stesso percorso. L’impiegato non solidarizzava con l’operaio, che si distaccava dall’insegnate che poneva dei distinguo rispetto all’operatore della sanità, e poi, ancora, la grande distinzione fra precari e garantiti. Ed anche il precariato, in sé, non era condizione sufficiente a fare “classe”; al suo interno c’era l’operatore del call center a 400 € al mese, ed il consulente da 200 mila l’anno: difficile che avessero le stesse esigenze.
Negli ultimi mesi (sono partigianamente ottimista in questa conclusione) diversi eventi sembrano, però, raccontare anche un’altra verità. La lotta degli insegnanti insieme con gli alunni ed i genitori a difesa della scuola e lo sciopero congiunto del pubblico impiego e dei metalmeccanici della Cgil disegnano una prospettiva diversa. Ecco perché la proposta dell’aumento della tassazione dei redditi alti è aborrita dai vertici di Confindustria.
Su quel confine non si può ciarlare. Non è un limite soggetto ad interpretazioni, a punti di vista. O sei ricco o non lo sei. E se non lo sei, non hai nessuna posizione di rendita da salvaguardare attraverso il conservatorismo dello status quo.
La paura trapelata dalle dichiarazione del numero due di Confindustria è proprio questa: che risorga il concetto di classe legandosi non a visioni identitarie, ma a dati fattuali, ineludibili, inevitabilmente presenti in ogni occasione di confronto. E’ chiaro, che su di un siffatto terreno non si può barare, non si può tentare il vecchio trucco del divide et impera.
Quella tra ricchi e poveri è una distinzione grossolana, certo. Ma è definita. Ora chiedetevi, a chi conviene, in una tale divisione, tenere indistinto il limite fra le diverse condizioni?
Sembra incredibile, ma solo oggi si scopre che
Detta così potrebbe anche sembrare una cosa da addetti ai lavori, ma in pratica significa dire che attraverso gli scambi finanziari i soldi si spostano, ma non si creano. Non sono un economista, ma ci arrivo pure io al concetto che “hai voglia a spostare il grano da un granaio all’altro: quello non aumenta”. Anzi, chi sposta il grano si stanca, e più ne sposta più si stanca; e se si stanca dovrà pure mangiare: e da dove credete che prenderà il grano per fare il pane che lo sfamerà?
Ora, immaginate che l’addetto alla movimentazione del grano si metta a muovere il grano anche se non è necessario. Pensate poi che questo addetto acquisisca tanto potere da far credere a tutti che per un così pesante lavoro di trasporto continuo ed indispensabile sia necessario mangiare due, dieci, cento volte di più degli altri. Immaginate infine che tutti vogliano mettersi a spostare il grano dai vari granai, attratti, ovviamente, dalle ricche razioni per il pasto.
Sposta di qua, sposta di là, prenditene la quota (altissima) per il desco, il grano, prima o poi, finisce. Cioè, muovendo le cose non se ne aumenta la quantità. Non serve la laurea ad Harvard per arrivarci.
Ovviamente se fosse così semplice ce ne saremmo accorti subito che i soldi andavano a finire. E invece no. Perché? Perché se si fosse trattato veramente di grano si sarebbe potuto determinarne con precisione la quantità. Lo si sarebbe potuto fare anche se si fosse trattato di soldi veri, reali, concreti, tangibili. Quando invece si muovono soldi virtuali, basati su valori stilati attraverso parametri che definire mobili è poco, allora tutto cambia, allora tutto diventa possibile.
Io non sono uno studioso della materia, ma se moltissimi osservatori arrivano oggi a dire che è necessaria una stretta revisione dei criteri contabili, cioè delle pratiche di misurazione del valore, delle tecniche di valutazione dei capitali reali, forse non sono poi troppo fuori strada. Dicendo questo, infatti, è come se dicessero “fammi vedere il gioco, perché credo che tu stia bluffando”. E come sarebbe stato possibile?
Sfruttando al meglio le potenzialità del mark to market, ossia dell’attribuire valore al proprio patrimonio in base alle sue valutazione sul mercato. E non ci sarebbe nulla di male, in linea di principio. Ma se invece di valore (dato che dovrebbe mantenere un indice discreto di oggettività) si incomincia a parlare di prezzo (per sua natura mobile ed oggetto di “mercanteggiamenti”), allora la prospettiva cambia.
Perché se io produco penne e mi si chiede quanto valga la mia azienda, io risponderò fornendo i dati del conto economico e quelli dello stato patrimoniale, cioè di tutto ciò che ha l’azienda, comprese le penne ancora da vendere. La somma di tutti questi dati dà il valore dell’azienda. Ma se il patrimonio lo devo valutare in base al mercato, e se in esso sono conteggianti anche i prodotti che io faccio (le penne), chi mi vieta di alzare il prezzo di questi ultimi (visto che il mercato è libero) in modo da far “valutare” di più la mia azienda?
Appunto. No, purtroppo non è una commedia all’italiana, non è la vendita della fontana di Trevi. E’ quello che è successo: l’ubriacatura dei mercati; l’idea che si potesse continuare all’infinito a determinare ricchezza sul valore della ricchezza (con ricche scremature solo a vantaggio di pochi “spostatori” di capitale); l’idea ossimorica di una crescita infinita in un mondo finito e che con la finanza creativa e fantasiosa si potesse fare tutto.
Sentir dire oggi che è necessaria una maggiore attenzione al saldo fra conto economico e stato patrimoniale, vale a dire al vedere quanto c’è di vero, di concreto sotto i valori delle aziende, come sta realmente il rapporto fra le variazioni e le consistenze, fa un po’ sorridere.
E vi dovevamo mandare a scuola di business per arrivare a tanto? Più di cinque secoli fa Luca Pacioli (l’inventore della partita doppia) già lo diceva: ci deve essere corrispondenza fra Conto Economico e Stato Patrimoniale. Altrimenti parliamo di numeri al Lotto.
Purtroppo, però, per anni si è fatto altro. E ora? Mi verrebbe da dire: chiedetelo a chi con questi sistemi si è arricchito in modo indecente. Chiedete loro i soldi, tanto per cominciare. Ma siccome so che la rivoluzione non arriverà oggi (sul domani ancora non ho perso le speranze), dobbiamo rimboccarci noi le maniche.
Io, tanto per cominciare, un’idea l’avrei. Quella di dare corso ad un’economia della crisi. Non Economia come scienza, ma economia come “morigeratezza”.
Consumare meno risorse, distribuire meglio le ricchezze, ricentrare lo sviluppo sulla produzione senza dimenticare il progresso e riportare al centro del sistema economico il lavoro e l’essere umano, invece che il capitale ed i meccanismi finanziari. Come dite? Sono socialista? Si, non l’ho mai nascosto.
Ma se non vi piace la mia “economia della crisi”, potete continuare a giocare in borsa insieme con i rapaci di Wall Street che hanno determinato
Difendere i lavoratori con metodi democratici è il lavoro dei sindacati. Su questo non ci piove. Quando quindi la Cgil dice di non voler firmare l’accordo con Cai sul futuro di Alitalia (dopo, per altro, aver firmato l’accordo quadro) perché vuole il coinvolgimento e l’assenso di tutti i lavoratori, o almeno della maggioranza, ha tutte le sacrosante ragioni.
Così come hanno ragione quanti dicono che la croce non si può buttare addosso alla Cgil che chiede solo di poter fare il proprio mestiere. Hanno ragione pure quando ci dicono che senza il personale di volo non c’è compagnia aerea.
Però c’è un limite all’azione di un’organizzazione sindacale. Difendere i lavoratori e i loro diritti ed interessi per un sindacato è l’unico scopo. Fare politica nel senso di ricercare il consenso e contrasto dell’avversario, invece, non dovrebbe nemmeno passare per la zucca ad un dirigente sindacale, anche in un caso spudoratamente politicizzato come quello di Alitalia. E’ però proprio questo quello apparso nell’atteggiamento di Epifani. Con un’opposizione inesistente o non incisiva, con la sinistra afona e il Pd disorientato e fermo (basti pensare che nel momento più critico di Alitalia le opinioni più distante sulla vicenda erano in casa democratica, Dalema a difendere la Cgil, Letta – Enrico – ad attaccarla, Ichino a proporre addirittura, come minaccia nelle trattative, la sospensione degli ammortizzatori sociali, e Veltroni a New York a presentare il suo libro – e comprare la casa per la figlia a Manhattan) il buon Guglielmo ha pensato di farsi avanti come unico oppositore al Berslusconi ter. Un po’ come Sergio Cofferati tempo fa.
Io (che sono un uomo di mondo) in ciò, in linea di massima, non ci vedrei nulla di male. Anzi, un po’ me lo auguro. E però non sono sicuro che quel terreno sia quello giusto. O meglio, sono convinto che quello è il terreno sbagliato.
Il sindacato, i rappresentanti del movimento dei lavoratori, e, ancor di più, una confederazione grande ed importante come la Cgil deve fare politica (non quella che si limita o si esaurisce alla ricerca del consenso o al contrasto dell’avversario, ovviamente). Deve determinare e cercare di dirigere le scelte degli esecutivi, ma poggiandosi su argomenti diversi, più sentiti come emergenze dalla popolazione, più vicini a chi ha meno tutele e meno diritti, a chi è più debole e più povero, argomenti (in una parola) di sinistra.
La difesa dei lavoratori dipendenti contro nuove tendenze involutive che si affacciano nel mercato del lavoro, quella sarebbe una battaglia.
E’ giusta la difesa del pubblico impiego, ma ancora di più lo sarebbe quella per la stabilizzazione dei precari nella PA. Perché, non me ne voglia nessuno, i dipendenti a tempo indeterminato nel pubblico impiego di diritti ne hanno già tanti (e c’è chi dice troppi); proviamo a pensare a chi non ne ha e non ne ha mai avuti.
Sacrosanta dovrebbe poi essere la battaglia contro le scelleratezze e le proposte della Gelmini. Ancor di più, una mobilitazione per pretendere il rispetto dei diritti fin qui acquisiti dagli insegnanti precari per i quali si tenta di chiudere la porta dell’immissione in ruolo.
Per spostare questo schema sulla questione Alitalia, personalmente avrei pensato prima ai lavoratori meno qualificati ed a quelli più a rischio come i precari (che sono pure i meno pagati), e poi via via a salire fino agli assistenti di volo. Insomma, tutelare per primi e meglio quelli con meno potere contrattuale, meno possibilità e salari più bassi.
E i piloti? Dopo, se avanzava tempo. Un pilota trova lavoro in due giorni se lo perde. Un addetto al carico merci a Napoli o a Palermo no. E poi, con quegli emolumenti, un pilota può anche consentirselo qualche mese sabbatico. Non dimentichiamoci, inoltre e giusto per chiarire di chi stiamo parlando, che i piloti sono gli stessi che hanno protestato e minacciato scioperi perché le stanze d’albergo loro assegnate in trasferta erano piccole e senza possibilità di collegamento ad internet veloce.
Non so voi, ma io, oggi, in Italia vedo altre priorità da difendere a spada tratta, altri lavoratori per cui spendersi e lottare invece di immolarsi per chi guadagna in un mese il doppio di quanto un operatore di call center percepisce in un anno. Di fare le barricate per la corporazione (si, la corporazione) dei piloti proprio non ne ho voglia.
Qualcuno dice: ma senza l’assenso dei piloti non c’è accordo, senza di loro chi guida gli aerei?
Ed infatti, senza pilota un aereo non parte. Senza “un” pilota, non senza “quel” pilota. Siete proprio sicuri che in un Mondo con 6 miliardi di persone non ci sono 2 mila piloti pronti a venire in Italia a guidare aerei per stipendi di 10/15 mila euro al mese e tutte le spese a carico della compagnia aerea?
Negli anni ’50 l’Italia aveva una sua peculiarità: quella di essere un Paese con una morale contadina che andava verso l’industrializzazione ed il benessere. Pochi anni dopo, ed in seguito a uno sconvolgimento geografico e culturale, le città italiane erano totalmente diverse da quelle degli anni trenta. Dal Medioevo al G7 in un ventennio, niente male.
I figli di quell’epoca ragionavano in parte dando per scontato quanto c’era già, in parte nei termini imposti dalla certezza di dover per forza avere un miglioramento nella loro condizione. Averlo subito ed erga omnes. Non fu così, forse non poteva esser così. Non si ebbe per tutti quel miglioramento, forse, nel ventennio successivo al miracolo italiano, non si ebbe per nessuno. O meglio, non si ebbe nella misura e con la portata che l’incremento dei due decenni precedenti lasciava supporre. Ma non si può nemmeno parlare di una regressione in quegli anni. Forse la situazione migliorò di poco, in maniera impercettibile, o forse non migliorò affatto. Ma non peggiorò. Non fu avvertita però come una situazione stazionaria, tutto sommato sopportabile, ma come un arresto, un blocco che avrebbe comportato il prossimo regresso.
Ciò (sarebbe inconcepibile per un adolescente di oggi) generò una prostrazione che invece di scaricarsi in discoteca fra extasi e co. si riversò nelle piazze. Ma durò poco, e, checché ne dicano i detrattori del sessantotto, gli effetti reali di quel portato nella modificazione della cultura sociale non ci furono. Ci furono quelli nella storia e nella cronaca, e chi li nega, ma di modificare la cultura del Paese proprio non ci riuscirono.
Presto infatti arrivarono gli anni ’80, lo sciopero dei colletti bianchi contro i blocchi degli operai, la Milano da bere ed il trionfo della finanza…e la fine del modello italico. Dall’arretratezza del periodo fra le due guerre ad un Paese avanzato, con un benessere che si misurava nei salari fra i più alti d’Europa, non si era passati per caso, né perché questo progresso fosse ineluttabile e irreversibile. Ma non si capì. Era normale ed inarrestabile il progresso. E se non poteva essere per tutti, allora poco male. Legge della giungla: sopravvive il più forte. Si badi bene, il più forte, non il più bravo. Il cucciolo più forte che sopravvive nella Savana è tale per nascita, non per capacità o impegno o merito personale. Così avvenne nel mondo e nella società.
E allora il vangelo secondo Wall Street dettò i tempi ed i modi del “come va il mondo”, la finanza unico attore economico, i soldi ed il profitto solo parametro di valutazione e giudizio e tutto il resto variabili indipendenti: donne e uomini compresi.
Il passo dell’economia da allora ha iniziato a seguire il ritmo cadenzato dalle banche d’affari ed il motto vespasiano divenne la massima del Mondo. E se pecunia non olet, allora non è importante nemmeno come si raggiunga il successo ed il denaro. Ogni mezzo è lecito, in questa guerra per amore del denaro. Il prestigio sociale è dato dai soldi, ed allora meglio calciatore che scienziato, perché in serie C si guadagna dieci volte di più che a fare il ricercatore precario, meglio velina che insegnante, non si sa mai che ti fanno pure ministro delle pari opportunità, meglio Ricucci, Lele Mora e Corona che le migliaia di laureati specializzati che finiscono in un call center, a fare i pony express o gli addetti al volantinaggio.
Non ce l’ho con queste professioni, non è boria intellettuale, rifugio di casta. E’ che non capisco perché chi detiene i lacci della borsa paga di più chi fa il volantinaggio di un giornale locale e non chi scrive i pezzi che su quel giornale sono pubblicati (poi ci chiediamo perché il giornalismo non ha più la qualità d’un tempo, il coraggio d’una volta. Provate voi a scrivere per 4-5 euro ad articolo). Non capisco perché un insegnante a cui affidiamo l’educazione e la formazione delle future generazioni guadagnino il centesimo di una velina e per “prendere la cattedra” (perché precario, come li vorrebbe tutti la Gelmini, Berlusconi, il Consiglio dei Ministri attuale e chi li ha votati) deve sottoporsi alla bagarre annuale dell’assegnazione, stipandosi con altre centinaia in saloni al caldo settembrino, quasi vacche alla fiera o polli al mercato (senza nemmeno uno straccio di rappresentante istituzionale, o anche di animalista, che tuteli la categoria ed i suoi diritti). Non capisco perché si spendano soldi pubblici (perché come li chiamate quelli della Rai?) per pagare cachet tanto esosi da divenire offensivi ad artisti tutti da dimostrare, e si risparmiano quelle stesse pubbliche risorse quando si tratta di pagare ricercatori, scienziati, educatori, studiosi, e tutti coloro che potrebbero migliorare il futuro del nostro paese. Perché non me ne vogliano i tanti artisti di questo nostro mondo televisivo, ma sono convinto che potrebbero sopravvivere anche senza tutti quei quattrini, con compensi “umani”, ma se si riuscisse a “virtualizzare” il nostro sistema dell’istruzione e della ricerca, anche pagando di più insegnati e ricercatori, forse staremmo meglio. Perché altrimenti è inutile ed ipocrita poi lamentarsi della fuga dei cervelli.
Tarja Halonen, presidente della repubblica finlandese, rispondendo ad un’intervistatrice Rai, ha dichiarato che il segreto dello sviluppo della Finlandia è legato al forte investimento di quel paese nell’istruzione e nello stato sociale. E la Finlandia, è il caso di dirlo, è un Paese in capo al mondo, ma che ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più importante nell’economia mondiale grazie alle nuove tecnologie. E noi? Non possiamo nemmeno dire più di bearci delle glorie del passato, perché quelle sono storia, e dedicarsi a queste facezie e tempo sottratto alla produttività, alla finanza, ed all’economia…fossimo almeno capaci: perché anche lì registriamo altissimi tassi di fuga dei cervelli (mi chiedo se poi non è agevolata questa fuga. Se i cervelli vanno via, se i più bravi li si manda da un’altra parte, i mediocri si trovano a dirigere il paese, vero e proprio esempio, quello italico, di classe dirigente generatasi per sottrazione).
Ma la Finlandia, come la Svezia e la Norvegia, la Danimarca e l’Islanda, investono, e non tagliano, nell’istruzione, nella cultura, nello stato sociale. Non vincono i Mondiali, non hanno le tante soubrette e show girl che abbiamo noi. Noi siamo bravi, loro che sanno fare, al massimo i cellulari della Nokia (primo produttore mondiale) o quelli della Ericsson, le auto della Saab e della Volvo (da molti definite le più sicure ed affidabili). E pure quelle sono piccole nazioni, in posti marginali, lì sopra, dove devi andarci per forza, non sono mica al centro del mediterraneo e delle rotte navali dall’Asia all’Europa, solo per fare un esempio.
Noi…basta con questa inutile vanagloria. Siamo davvero sicuri che il cambiamento, che la strada che abbiamo fatto imboccare all’Italia vada nel verso giusto?
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