"FiloPolitica"

venerdì, 19 settembre 2008

Al mercato delle menti

                Ho visto cose che non potreste immaginare. Stanzoni gremiti all’inverosimile, donne e uomini più o (ma forse soprattutto) meno giovani aspettare con gli occhi fissi e le orecchie tese. Uomini e donne dietro una cattedra chiamare dei nomi e snocciolare dei numeri e delle sigle in codice: espressioni di sollievo o di rammarico da parte degli astanti, a seconda che il chiamato rispondesse o meno, scegliesse un’ipotesi o l’altra. E telefoni squillare, e tabelle ed elenchi annerirsi, esoterici meccanismi algebrici prendere forma su fogli di quaderno, ai margini di tabelle scaricate da internet, astrusi meccanismi di calcolo che ogni volta, ad ogni chiamata, determinavano stati di gioia o di rassegnazione. Erano docenti alle convocazioni del provveditorato agli studi, stipati a centinaia in un’aula magna per “prendere” una cattedra; e “prendere” nel dato fisico è il termine adatto.

            Ho visto ragazzi e ragazze ben oltre la trentina compilare domande, prepararsi per selezioni, rispondere ad annunci letti su giornali “di bandi e concorsi” venduti a prezzi da speculazione, o forse meglio da estorsione, visti i casi. Giovani laureati, specializzati, “masterizzati”, con alle spalle corsi e percorsi di formazione dalle vie infinite, avventurarsi in ricerche di lavori “purchessia”, disposti a rispondere alle chiamate di improbabili attori con nomi da eroi risorgimentali e richieste da idioti. Ragazzi colti e bravi nelle più diverse discipline adattarsi a “volantinare” offerte dell’Ikea e figli di papà, “Colaninni di turno” o “Agnelli di razza”, già destinati a carriere immeritate nel management e nella politica, alla guida dell’economia ed al potere nel Paese.

            Ho visto le menti migliori della mia generazione fatte fuori da università parentali, messe alla porta da centri di ricerca vincolati alla logica del “tengo famiglia”, stretti in rapporti di sangue al di là di ogni immaginazione. Giovani sessantottini lottare per scardinare le baronie dalle università ed i loro figli sopperire alla restaurazione familiare della casta accademica. Ragazzi superpreparati tentare invano concorsi in italici atenei di periferia per un dottorato di ricerca ad 800 € al mese ma capaci di vincere borse di studio da 50.000 $ l’anno al Mit di Boston.

            Ho visto una classe politica autoincoronatasi, sedicenti Napoleoni atteggiarsi ad imperatori ergendosi sulle rovine di una miseria a loro imputabile. Condottieri di cartone osannati come faraoni guidare partiti organizzati per perseguire gli interessi di casta, o sarebbe meglio dire di cosca. Postulanti onorevoli e consiglieri tronfi di vacuità spiegare che se le cose vanno male la colpa e delle congiunture, ma se vanno bene il successo è merito del loro impegno, delle loro capacità. Capi partito, capi corrente, capi bastone e capi banda contornarsi di sodali e solidali lacchè, ora premiandone uno, ora punendone un altro per dimostrare il loro potere. Uomini politici incapaci a fare la “o” col bicchiere guidare macchine amministrative delle quali ignorano anche il motivo d’esistenza e progredire in carriera in un deserto ormai abbandonato dalle menti pensanti.

            Ho visto, e continuo a vedere, la mia terra spopolarsi di giovani e famiglie. Il Sud ripiombato in un esodo dalle proporzioni bibliche che ancora ha livelli di reddito pari alla metà di quelli del Nord del Paese. La mia Basilicata piagata dal flusso emorragico di 4.000 giovani che ogni anno vanno via senza speranze di ritornarci. La mia Stigliano dove non c’è più un ragazzo della mia classe, dove, quasi fossero i postumi di un’immane tragedia, un’intera generazione è assente. La mia generazione ha perso; ma pur sconfitta in casa, ha spesso saputo vincere in trasferta.

E di questo nessuno è responsabile?

Ma forse sono solo io a vedere la realtà in tinte così fosche. Forse invece questo è il migliore dei mondi possibili. L’apprezzamento elettorale ed il credito di cui gode chi guida ed ha guidato questa Regione, come quello dei molti politici del Sud o d’Italia sempre sulla cresta dell’onda, mi spinge a dire che forse è solo una mia visione traviata dai tanti libri, dai molti giornali, finanche dai film e dalle canzoni (con cui ho giocato anche in queste righe). O, forse ancora, la colpa è mia, che non ho più neanche l’intenzione del volo, perché i sogni si sono rattrappiti.

E poi alla fine, 4.000 o 4.001 che differenza fa.


scritto da: olitarocco alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: , libertà di espressione
martedì, 22 gennaio 2008

Quo usque tandem abutere, Clemente, patientia nostra?

Salve a tutti,

e ben ritrovati. Se invece che cercare una mediazione, che si è poi sostanziata in una continua rincorsa al ribasso verso gli interessi campanilistici di un partito che per simbolo (perché le vicende della politica italiana le scrive un commediografo) proprio un campanile, Prodi, fin dalla seconda richiesta dell’Udeur si fosse ricordato di Cicerone e delle Catilinarie, forse, oggi non saremmo qui. Ed invece…

“Se passa il referendum mi dimetto”, “se non passa l’indulto mi dimetto”, “se Di Pietro non mi chiede scusa mi dimetto”. Ieri Mastella ha detto da Vespa che lui è il solo che si è dimesso realmente, non lo ha solamente minacciato. Ovviamente il buon senatore dimentica di dire due cosette: la prima, che si, si è dimesso ma dopo averlo minacciato per diciannove mesi e solo perché tanto è durato in carica; la seconda, si è dimesso da ministro, ma si guarda bene dal farlo da senatore. Certo se glielo si fa notare dirà che è stato eletto e non può tradire gli elettori, ma qualche maligno potrebbe pensare che non lo fa per non dover rinunciare ai tanti benefici, immunità parlamentare inclusa.

Finalmente, ora Prodi fa una dichiarazione degna di quell’atteggiamento che un politico dovrebbe sempre avere. Parlamentarizzare la crisi è giusto. Se questo governo deve finire, deve finire con un voto di sfiducia dato dalle camere. Perché in nessun articolo della Costituzione è scritto che le crisi di governo si aprono e si chiudono a “Porta a porta”. E su questo, grazie a dio, il buon Romano ha voluto fare chiarezza una volta per tutte.

Ma il Professore, nel suo discorso di oggi alla Camera, ci ha detto anche altro di importante. Soprattutto ha fatto capire che non ha alcuna intenzione di continuare a vedere l’intero Paese essere preso per i fondelli da chi ha buon donde a rimestar nel torbido. “Se lo snodo è la legge elettorale o altre riforme è bene che questo venga alla luce qui in Parlamento”, ha detto il Presidente del Consiglio. Ergo, cacciate i rospi e dite le cose per quelle che sono.

Inoltre, cosa altrettanto importante, e che mi ha suggerito l’assimilare questa vicenda ai fatti di Catilina (oltre, ovviamente, al fatto che come Catilina tramava contro Roma dichiarandosene difensore, anche Clemente lavorava alla fine dell’Unione nel mentre si ergeva a difensore del centro sinistra), è il fatto che Prodi a Montecitorio ha ricordato che “Mastella non è stato lasciato solo”. E, ma questo non poteva dirlo per ragioni di bon ton politico/istituzionale, sapesse Clemente quanti “pizz’c ngopp a panz”, per citare il grande Eduardo, tutto ciò è costato a buona parte della maggioranza.

Ora che succederà? Non lo so di preciso, ma non la vedo bene per il Governo. Domani pomeriggio è previsto il voto di fiducia alla Camera. Chiti ha invece fatto sapere che giovedì alle 15 Prodi dovrebbe riferire anche al Senato, chiedendo poi anche a quell’aula la fiducia. E se i voti non dovrebbero mancare a Montecitorio, a Palazzo Madama, con il distinguo già annunciato dall’ex Prc Turigliatto, la cosa è davvero complicata. Vedremo.

Girava poc’anzi una dichiarazione della Bindi che lasciava aperta la possibilità di “riprendere il dialogo” con Mastella. Fabris ha invece fatto sapere, poco dopo, che l’Udeur voterà “no” in tutte e due i rami del Parlamento. Sotto, sotto, quasi, quasi, è meglio così. Immaginatevi cosa potrebbe significare quel “riprendere il dialogo” auspicato dall’ottima Rosy; e quante volte ancora, si dovesse mai arrivare a ciò, ci torneranno in mente le prime parole dell’incipit ex abrupto (che però in questo caso lo sarebbe poco) della prima delle citate orazioni ciceroniane contro Catilina: “Quo usque tandem abutere, Clemente, patientia nostra?”.


scritto da: olitarocco alle ore 16:09 | link | commenti
categorie: politica,
lunedì, 21 gennaio 2008

E tutto va bene

Salve a tutti,

            buon anno e scusate l’assenza: prometto che non mancherò più per tanto tempo e che sarò più assiduo a commentare insieme con voi quello che accade, ma anche semplicemente a mettervi a parte di ciò che penso.

            Ed ora, dopo aver frettolosamente archiviato la parte dei buoni propositi per il nuovo anno, passiamo a parlare di altro. Come stiamo? Male, se pensiamo all’immagine che viene fuori dall’affaire Mastella e famiglia. Peggio, a giudicare dalle immagini che ancora ci giungono da Napoli. Peggio ancora se pensiamo all’immagine di Cuffaro che offre cannoli con la ricotta perché è stato condannato a cinque anni per aver favorito persone vicine a Cosa Nostra. Drammaticamente male se pensiamo che per avere 127 euro lordi in busta paga con i salari più bassi d’Europa (Ocse dixit) i metalmeccanici d’Italia hanno dovuto minacciare azioni fortissime o, e qui sfociamo davvero nella tragedia, che non è un modo di dire, se consideriamo che ad oggi, ventunesimo giorno dell’anno, i morti sul lavoro sono già oltre 60 (sessanta!).

            Ma tutto va bene, ed ieri in piazza San Pietro all’Angelus c’erano oltre 200 mila persone a dimostrare solidarietà al Papa per l’offesa subita e l’affronto arrecatogli da chi si è permesso di dire “No, il Papa non lo vogliamo”. Anche se non cambieranno le cose, voglio dire come la penso.

In questi giorni si è straparlato di censura e libertà di espressione negata al Pontefice. Chiariamo subito, a scanso di equivoci, io, volteriano fino al midollo, non avrei mai firmato l’appello dei professori di Fisica della Sapienza, né avrei protestato insieme ai collettivi contro la presenza di Benedetto XVI. Questo perché credo che, sebbene da me quasi mai condivisa, il Papa abbia tutto il diritto di esprimere la sua idea sia su come si va al cielo, sia su come vada il cielo. Ma anche Galileo ha lo stesso diritto.

            Fuori dall’allegoria rinascimentale, il Papa aveva ed ha tutto il diritto di parlare ovunque lo invitino, ma anche chi ha protestato aveva ed ha tutto il diritto di dire “il Papa alla Sapienza non lo vogliamo”. Per quanto mi riguarda la vicenda sarebbe potuta anche finire qui. Il Papa poi ha scelto di non recarsi all’inaugurazione dell’anno accademico, ed anche su ciò io avrei chiuso la vicenda riappellandomi nuovamente alla sua libertà di decidere come crede. Ed invece, in quest’Italia che non ha nessun altro problema, come riferivo poco più sopra, è iniziato il finimondo.

            Poco ci è mancato, infatti, che qualcuno gridasse all’arrivo di barbari censori atei che tenevano il Papa in ostaggio e non gli facevano liberamente esprimere la propria idea: quasi che il Pontefice fosse chiuso in una torre senza mai la possibilità di dire la propria, sottoposto ad una censura totale del suo pensiero e della sua parola. Mado’, e che?

            Ma se sta sempre in tv e sui principali giornali…Ah no, come dice?, “lo spazio dedicato a temi religiosi nel 2007 dal Tg di RaiUno è stato solo il 2,44 %” (come affermato durante l’edizione delle 20 di ieri). Non lo metto in dubbio. Il fatto, infatti, è che il Papa quando parla in tv quasi mai si occupa di aspetti strettamente teologici, ma parla di tutto lo scibile umano, e spesso di politica. E quindi, se il Papa e la Chiesa hanno tutto il diritto di parlare di ciò di cui più gli aggrada (ed io sostengo che tale diritto lo hanno) è altrettanto chiaro e giusto che come tutti gli altri vengano avvertiti e trattati. Chiarendo meglio, se parli di politica è su quel terreno e con quegli strumenti che otterrai risposta. Non si può mica da un lato pretendere il diritto di parlare di legge 194 o di tutela delle coppie di fatto e dall’altro imporre il dovere a rispettare le opinioni espresse come frutto dello Spirito Santo. Se parli di politica sei un interlocutore politico, e come tale gli altri ti avvertono. Ed in politica le idee sono opinabili, e non esistono verità assolute. Non vorrei spingermi in un campo che non mi è proprio (ma poi penso, neanche come gestisco la mia sessualità dovrebbe essere oggetto di attenzione da parte della Chiesa ed invece. Ergo, chi di spada ferisce…), ma non potrebbe anche essere, a rileggerla in modo diverso, che sui temi etici così come sulle cose di scienza il Papa non ha quell’infallibilità che la Chiesa gli riconosce sul versante teologico?

            Si, lo so, è facile come gioco, ed onestamente mi interessa poco continuarlo. Quello che mi preme affermare è che forse in questo Paese abbiamo tante, troppe, altre emergenze. A meno che qualcuno non voglia distrarci con questioni legate alla religione per non vedere una realtà amara, una realtà fatta di un lavoro sempre meno umano, di lavoratori sempre più precari, nella vita prima ancora che nel contratto, di città che affogano sotto gli scarti del consumo che loro stesse spingono al parossismo, di una civiltà avviluppata in un vorticoso ossimoro che vuole infinito lo sviluppo in un mondo finito. A meno che, dicevo, qualcuno non veda nelle questioni religiose, come nelle vicende di cuore e professione di nani e ballerine, attricette ed eroi dei tanti circhi sportivamente mediatici, una panacea, se non per guarire, almeno per far scordare le tragedie ed i drammi. A meno che qualcuno, in definitiva, non veda in tutto ciò un oppio da dare al popolo per fargli sembrare meno pesante tutto il resto (che strano, dov’è che l’ho già sentita ‘sta cosa?).

            Ma forse sono solo mie personali paranoie, e la solidarietà al Papa, come quella a Mastella, dimostrano che tutto è come deve essere, che questo è il “migliore dei mondi possibili”…e tutto va bene.


scritto da: olitarocco alle ore 16:23 | link | commenti
categorie: politica, , libertà di espressione
martedì, 11 luglio 2006

Viva l'Italia

Ben ritrovati,
            e viva l’Italia, foss’anche solo quella del 9 luglio del 2006. Misura e metafora di molte cose, la Nazionale ha riacceso, fondamentalmente, una grande speranza. E’ proprio quando ciò che essa più rappresentava, il calcio nazionale appunto, sta toccando forse – e speriamo di si perché più in basso di oggi è difficile scendere – il suo punto più infimo. Come dire, il calcio finito nel fango, o peggio, che si rialza, lotta soffre e vince. E torna alla mente De André: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
            Soffre e vince, ma anche fa soffrire e vincere. Proprio quando tutti ci davano per spacciati, quando eravamo diventati i paria del Gran Mondo del Pallone, eccoli lì, i nostri quasi operai del campo con le porte, pronti a sfoderare una grinta che immaginavamo persa. Eccoli lì a lottare contro i padroni di casa tedeschi, il loro stadio talismano e settantamila urlanti teutonici pronti a fischiare ogni nostra sortita ed a urlare incitamenti ai loro undici paladini. Eccoli lì, a testa china come solo sa stare chi lavora, senza sottomissione ma con abnegazione al compito, a sfidare chi qualche giorno prima ci aveva definiti “specie di vita parassitaria, viziati e mammoni”. Eccoli lì, contro l’incubo gallico del 2000 pronti a riprendersi ai rigori ciò che i transalpini ci avevano tolto con l’aberrante regola del golden gol; e con gli interessi, visto che allora era un europeo ed oggi è un mondiale.
            Eccoci lì, tutti, sul tetto del mondo/pallone a sollevare con tutti, nelle piazze ed in quello stadio reso famoso dalle gesta di Owens, la coppa d’oro e le sue immagini, colorando d’azzurro il cielo sopra Berlino e quello delle tante città che abbiamo affollato. 
            E ora la dietrologia sarebbe fin troppo facile. Abbiamo taciuto per un mese, mentre Beckembauer minacciava che avremmo pagato il clima di tensione di “calciopoli”, mentre i settantamila di Dortmund fischiavano il nostro inno, la stampa tedesca incitava al boicottaggio della pizza, i francesi si auguravano che ci andassero di traverso gli spaghetti, e tanto altro ancora.
            La pizza, noi, l’abbiamo mangiata, e con wurstel e crauti per giunta. E per toglierci la sete, ci siamo scolati quella bottiglia di champagne annata 2000 che da troppo tempo stava in cantina. Noi siamo sempre i brutti anatroccoli, pronti a fare outing e condannando in coro il gesto scriteriato e criminale di De Rossi nell’incontro con gli Usa. Noi siamo quelli “cattivi”, quelli che giocano male perché solo così gli “italiani sanno stare al mondo”. Già. Ma i fatti raccontano un’altra verità, distante dagli stereotipi inventati dai popoli germanici, che ci hanno per secoli considerati “europei inferiori”, vero e proprio scandalo in casa di cui vergognarsi.
            Noi però non abbiamo fischiato l’inno tedesco, loro, invece, i signori educati e civili lo hanno fatto con il nostro. Il nostro Materazzi era il calciatore da espellere per principio, scorretto e incivile sul campo, mentre Monsieur Zidane era l’uomo che, a sentire la stampa internazionale, incarnava il vero spirito decoubertiano, il simbolo del mondiale; peccato che sia stato il francese a colpire con una testate a gioco fermo l’italiano.
            E che dire poi del fatto che proprio Trezeguet, l’autore di quel bruciante golden gol del 2000, sia stato l’uomo che, con il suo penalty sbagliato, ci ha regalato la gioia di vincere, finalmente anche noi, ai rigori.
             L'ho già detto, è troppo facile quando si vince essere ironici e cattivi.
            Che dire più. Su quel campo metafora della vita hanno vinto i migliori, come si era augurato Chirac ad inizio gara. Hanno vinto i sempre fuoriluogo italiani, e per questo sempre a casa loro. Hanno vinto i senza schemi perché la vita e divenire, hanno vinto coloro che solo potevano vincere, perché avevano già perso tutto ciò che si poteva perdere. Ma c’era un altro sentimento che ha pervaso il mondo intero in questo mondiale. Dal popolo palestinese, ai cinesi, dagli israeliani alle mille etnie dell’India, fino agli immigrati turchi in Germania, il grande e trasversale popolo migrante l’altra notte ha tifato Italia. Contro la Francia degli immigrati, il più grande popolo emigrante d’Europa, simboleggiato da quella Calabria di Gattuso in cui il fenomeno è ancora fortemente presente, ha conquistato la sua vittoria.
            Grazie ragazzi per averci fatto vivere questo splendido sogno di mezz’estate, e speriamo che sia il sintomo di una voglia di riscatto in grado di contagiare il nostro Paese, troppo spesso pronto a piangersi addosso ed incapace di reagire. 
            Che la vostra rivincita sul campo sia da esempio e da stimolo. Grazie ancora ragazzi. E viva l’Italia.

scritto da: olitarocco alle ore 07:46 | link | commenti
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mercoledì, 21 giugno 2006

Avanti, Savoia

Ben ritrovati,
            vorrei oggi partire prendendo spunto da un sms arrivatomi in questi giorni. Il messaggino diceva: “E’ vero che la Storia può cambiare: oggi sono i lucani che arrestano i Savoia”.
            Ed in effetti la coincidenza, o meglio, la sottesa ironia che guida lo svolgersi della Storia e delle sue tappe, balza agli occhi. Premetto che mi sono sempre ritenuto, e mi ritengo ancora ogi, un garantista, ma credo che Passannante e Crocco abbiano avuto un sussulto dalle loro tombe, o da dovunque i loro resti a pezzi (così il Regno disse) si trovino, alla notizia che il sangue di chi li volle sottomessi e carcerati veniva rinchiuso fra le mura in un carcere della loro Terra. Ed io con loro.
O ancora che dire, sempre a proposito dell’ironia, sul Re che cade dal suo Castello, inteso però come il letto della sua cella. Come c’è del sotteso sberleffo nel carcerare a giungo il figlio del Re di Maggio. O nelle affermazioni del principino Emanuele Filiberto che si lamenta del fatto che suo padre “sia stato trattato come un bandito”. E come volevi trattassero un cittadino italiano accusato di sfruttamento della prostituzione, riciclaggio di denaro sporco, gioco d’azzardo illegale ed associazione a delinquere per i suddetti crimini? Come una star di Holliwood con tanto di crisi di panico ed isterismo collettivo? Senti caro il mio piccolo principe, pure a me non va che i miei avi che si battevano contro gli invasori delle loro terre siano stati chiamati briganti, e credo nemmeno a loro; però a noi i tuoi avi ci hanno proibito pure di gridarlo sui giornali o dai libri.
            Ma c’è dell’ironico pure nel coinvolgimento variegato dei personaggi in questa vicenda. Sembra infatti che Vittorio Emanuele si sia subito rincontrato con i cari amici del nonno: i fascisti. Già, con loro condivideva i suoi loschi affari e l’odio, a volte stupido e anacronistico, contro i “comunisti”.
            Purtroppo però, l’odio per i comunisti e le faccende da bandito non erano l’unica cosa che univa il Savoia con il Fascista. A legarli c’era anche un disprezzo cinico e imbecille verso l’universo femminile. Il turpiloquio e la volgarità che rivelano le intercettazioni, l’insopportabile linguaggio da bassifondi che in esse i due profondevano è, sinceramente, la cosa che mi offende di più. Non posso non condividere Prodi quanto si rammarica e si dispiace soprattutto per la totale mancanza di rispetto della figura femminile che viene fuori da quei dialoghi: fosse pure solo per questo oggi merita il mio voto più di ieri.
            D’altronde cosa c’era da aspettarsi da un’accoppiata che professa il “credere, obbedire, combattere” per gli uomini e il “sottostare, servire e partorire” per le donne? IDIOTI: non trovo altri termini.
            Ma poi mi viene un dubbio: vuoi vedere che definire una ragazza “un bel tipo di porcella” o affermare di una giornalista rapita in Iraq “figurati che schifo, donna e comunista” è segno di nobiltà? Meno male che sono di stirpe contadina … grazie al cielo il mio sangue è rosso e non blue.           
            Comunque – permettetemi una conclusione ironica ed irriverente nei confronti della Storia Patria – sebbene in Italia da più anni ci sia una deplorevole situazione di crisi di civiltà dovuta al sovraffollamento delle carceri, la circondariale di Potenza ancora ha un po’ di spazio e di posto. Dunque, AVANTI, SAVOIA!

scritto da: olitarocco alle ore 08:17 | link | commenti
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Chi sono

Utente: olitarocco
Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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