"FiloPolitica"

giovedì, 19 novembre 2009

Ma basta una firma per esser Cristiani?

“Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, allora siederà sul suo trono di gloria. E tutte le nazioni saranno convocate davanti a lui. Separerà le persone come un pastore separa le pecore dalle capre, e metterà le pecore alla sua destra e le capre alla sua sinistra.
Poi il Re dirà a quelli della sua destra: ‘Venite, benedetti da mio Padre, entrate nel Regno preparato per voi fin dall'inizio del mondo. Perché avevo fame, e voi mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato dell'acqua, ero straniero e mi avete ospitato nella vostra casa, ero nudo e mi avete dato dei vestiti, ero malato ed in prigione e siete venuti a trovarmi!’
Queste persone giuste risponderanno: ‘Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai eri straniero e ti abbiamo aiutato? O eri nudo e ti abbiamo dato degli abiti? E quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?’. Ed il Re risponderà loro: ‘Quando lo avete fatto anche per l'ultimo di questi miei fratelli, lo avete fatto per me!’
Poi dirà ai malvagi alla sua sinistra: ‘Andatevene, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli; perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare, avevo sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete dato ospitalità, ero nudo e non mi avete dato dei vestiti, ero malato e in prigione e non siete mai venuti a farmi visita!’
Allora quelli risponderanno: ‘Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato, straniero o nudo, malato o in prigione, e non ti abbiamo aiutato?’ Ed egli risponderà: ‘Tutto quello che non avete fatto per aiutare anche l'ultimo di questi miei fratelli, non l'avete fatto neanche per me!’ E questi se ne andranno nella punizione eterna, mentre i giusti entreranno nella vita eterna”.
 
Questo è Matteo, 25, 35-46. Sono andato a cercarlo nel Nuovo Testamento perché ho avuto il dubbio d’averlo sognato. Il dubbio m’è sorto quando ho letto che l’amministrazione di centro destra di Coccaglio, in provincia di Brescia, ha lanciato l’operazione “White Christmas”. In pratica si tratta di una cacciata degli immigrati fra le strenne e gli alberelli di luci vestiti. I vigili di Coccaglio, infatti, fino al 25 di dicembre gireranno per il paese e andranno a suonare alle case di oltre 400 extracomunitari a cui è scaduto il permesso di soggiorno e che dovrebbero aver avviato già le pratiche per il rinnovo. Quelli che non potranno dimostrare di aver avviato il procedimento (perché magari, a causa della crisi, hanno perso il lavoro, o perché il loro datore di lavoro, con la scusa della crisi, non gli fa il contratto e li tiene in nero) si vedranno revocata d’ufficio la residenza.
E non è una boutade. Pare infatti che l’operazione stia raccogliendo un certo credito negli ambienti leghisti e centro destorsi delle lande lombarde. Due amministrazioni (Castelcovati e Castrezzato) hanno già copiato il provvedimento ed altre si sono dimostrate interessate quando il tutto è stato illustrato nell’entourage leghista/pidiellino. Tanto che, dichiara con orgoglio il sindaco di Coccaglio, Franco Claretti, la cosa è piaciuta anche dalle parti del Viminale. “Il ministro Maroni – ha detto Claretti – è un uomo pratico e ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici”. E perché chiamarlo proprio “Bianco Natale”? Innanzitutto, perché bianco è in contrasto con nero e si capisce che per chi parla di purezza della razza i bianchi sono dalla sua parte ed i neri da quell’altra, anche se il vigile che suona al campanello è bruno e abbronzato ed alla porta gli apre una biondissima e pallida signora ucraina. E poi perché, come ha ottimamente spiegato l’assessore alla sicurezza di Coccaglio Claudio Abiendi “per me il Natale non è la festa dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità”. Proprio così, senza nemmeno arrossire, credo (http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/natale-a-coccaglio/natale-a-coccaglio/natale-a-coccaglio.html).
 Ora, io non devo certo difendere il Vangelo, ma una cosa non mi è chiara: per i cristiani, anche quelli del centro destra, il Sacro Testo vale ancora così come lo leggono nelle chiese o c’è stato un lodo Borghezio che ne ha cassato alcune parti? O forse firmando contro la sentenza di un tribunale europeo e per mettere il crocifisso nelle scuole si ha diritto ad una deroga per i comportamenti? Che bello se potessi chiedere al Papa o a Bagnasco: “scusate, ma voi dove siete finiti? Ancora ci fischiano le orecchie per le reprimende contro i pacs, la sospensione dell’alimentazione forzata ai malati irreversibili, i preservativi, le pillole per l’interruzione di gravidanza (e, sospetto, che avreste voluto anche prendervela con l’epidurale durante i parti); possibile che tutti questi peccati siano più ‘gravi’ di quelli commessi da chi, in nome del Natale e del Crocifisso, lancia epurazioni che ricordano altri tristi momenti della nostra storia?” Ed ancora: “Scusate, ma qual è l’esempio da seguire, quello di fervidi e duri e puri cristiani come gli amministratori di Coccaglio, o quello ‘rammollito’ e buonista di Madre Teresa? E come fanno queste due diverse concezioni a convivere? O forse il rispetto dell’essere umano è un valore secondario, su cui ci si può dividere, mentre l’importante è sotto quale forma di legge due persone decidono di vivere insieme la loro vita?”
Ma le risposte temo di conoscerle. E se la maggioranza la pensa come chi oggi governa Coccaglio e l’Italia intera, allora sono sempre più orgoglioso di essere minoranza.

scritto da: olitarocco alle ore 17:18 | link | commenti
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giovedì, 05 novembre 2009

La libertà di non giocare e le amare provocazioni

E se smettessimo di giocare? Se smettessimo di partecipare a questo meccanismo sociale, se smettessimo di far parte del gioco mondiale fatto di ruoli e compiti, di regole e comportamenti prestabiliti? E se facendo così il sistema smettesse di funzionare? E se, infine, questa libertà di non giocare la esercitassimo come arma di difesa, o di lotta, come deterrente e come rivalsa?
Mesi fa, scrissi una nota su quella che definivo “democrazia in negativo”, ovvero sulla sempre più diffusa pratica dell’astensione dal voto come rivalsa personale nei confronti di una politica lontana dai problemi quotidiani. Non certamente un atteggiamento infantile, non un semplice “io non gioco più”, ma la volontà di far saltare il gioco che è stato truccato e sul quale ogni nostra mossa è diventata inutile: tranne quella di non giocare, appunto.
Rispondendo su Facebook ad un pensiero di mio fratello, mi è venuto in mente che quello che vale per il caso elettorale vale in genere per tutti i meccanismi sociali. Mio fratello si chiedeva, ironicamente ma non tanto, se un precario potesse “rispettare le regole precariamente”. Beh, in effetti io penso che dovrebbe.
Mi spiego meglio. Quella in cui viviamo sempre più sta smettendo di essere una società di cittadini, di portatori di diritti, per diventare un universo di produttori e consumatori, ai quali e solo in virtù di quei requisiti, vengono riconosciuti dei benefit, più che dei diritti veri e propri. E dai quali, più che doveri, si pretende una fedele, indiscussa e totale abnegazione al gioco dei ruoli iscritto nel più generale meccanismo sociale globale.
Tutto, infatti, sta divenendo una questione di rapporti di produzione e consumo, anche la rappresentanza politica ed i processi democratici. Siamo clienti consumatori o professionisti produttori anche in quei rapporti, come quelli politici, che dovrebbero essere improntati ad altri valori, non necessariamente quotabili in Borsa. E se tutto è sempre più solo una questione di rapporti di produzione e consumo, è su quelli e con quelli che dobbiamo fare i conti e regolare il nostro agire.
Quindi, dobbiamo cominciare a “rispettare le regole precariamente”. Perché se nella società dei cittadini e dei diritti io sono “cittadino” sempre, ho sempre i miei diritti e, quindi, sono sempre tenuto ai miei doveri, nella società dei produttori e consumatori io non sono tale sempre. Ed allora perché dovrei conformarmi sempre a quelle che sono le regole del gioco?
Fin quando si fa parte di questa “società economica” se ne rispettano le regole. Ma quando questa ci espelle? Quando questa ci mette alla porta e ci lascia fuori? Beh, allora stiamo fuori. E dovremmo esserlo in tutti i sensi. Non giocare più. Sottrarci ai nostri ruoli, smettere di seguire le regole della società dei produttori e consumatori che ci ha espulsi, dirle: “non mi vuoi, non sono buono per te? Va bene, allora non giocherò più secondo le tue regole”.
Non ci può essere un meccanismo sociale che considera a tempo la permanenza al suo interno di una persona e poi, al contempo, pretendere da questa l’osservanza delle regole per sempre. O dentro o fuori. E se fuori, fuori da tutto.
Anche dalla nostra parte di consumatori. Spesso la società economica può fare a meno di noi come produttori, ma non così di frequente può espellerci dal novero dei consumatori. Ed è lì che dovremmo imparare a colpire un po’ noi, visto che è forse l’unico argomento “sensibile”. Come diceva quel motto del liberalismo (vera religione di questa società)? No taxation without representetion? Cioè, se non mi rappresenti, se non ti ho scelto io, non hai il diritto di impormi le tue tasse. Bene. Mi chiedo, ma chi ha scelto quelli che oggi impongono i costi e le regole? Quelli che comandano veramente, non quelli che siedono nelle assemblee elettive ormai svuotate di senso e funzioni?
Ed allora smettiamo di giocare ad un sistema che ci vuole ai margini, sottraiamoci, in questa sorta di particolare interpretazione dell’autonomia del negativo, al gioco dei ruoli che ci vuole clienti consumatori anche in quella società economica che ci ha messo fuori, colpiamo con le armi migliori e dove chi detiene il potere vero è più sensibile, e forse qualche risultato si potrebbe anche ottenere.
Ma non solo come “lotta” in generale, anche nel piccolo quotidiano. Scrivendo mi sono venute in mente alcune amare provocazioni. Ad esempio, la banca non vi concede il mutuo perché non vi ritiene “affidabili”. Togliete il conto e fate proseliti fra quanti conoscete a che facciano lo stesso nei confronti di quell’istituto di credito. L’azienda di prodotti alimentari manda a casa vostro figlio, smettete di comprarli e convincete quanta più gente possibile a fare lo stesso. La società non vi conferma il contratto a tempo, boicottatela. Poca roba direte voi, piccole ripicche. Dipende da quanti saremo a farle. Ma se così facendo, mi potreste chiedere, un’azienda fallisce e manda a casa altri lavoratori? Non avremmo agito per il peggio? Forse. Però la solidarietà se non la si dà prima, poi è difficile pretenderla dopo; specialmente in un mondo dove questa è argomento per perdenti, mentre i vincenti decantano il verbo dell’individualismo.
In conclusione, se la società spinge fuori dal suo novero quelli che ritiene superflui, non può pretendere da questi totale obbedienza alle sue regole. Essi, prima o poi, cominceranno ad infrangerle. Fino a quella a difesa della proprietà e della ricchezza su cui l’intera società economica si basa: non rubare.
Ma l’espulso dalla società economica, facendo sue le parole del Tito deandreiano ci ricorda che quel comandamento è per i ricchi “e forse io l’ho rispettato/ vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie/ di quelli che avevan rubato:/ ma io, senza legge, rubai in nome mio,/ quegli altri nel nome di Dio”. E poi in fondo, sempre citando il grande Faber: “c’hanno insegnato la meraviglia/ verso la gente che ruba il pane/ ora sappiamo che è un delitto/ il non rubare quando si ha fame”.   

scritto da: olitarocco alle ore 19:08 | link | commenti
categorie: politica, economia, libertà di espressione

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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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