Ma secondo voi, si sarebbero mai potuti perdere tanti posti di lavoro se si fosse dovuto procedere con licenziamenti di massa? Credo proprio di no. Almeno non così silenziosamente.
Ed allora che accade? Succede semplicemente che non sono tanto i licenziamenti in blocco a mancare nei fatti, quanto piuttosto la “massa”, intesa come insieme organizzato e “pesante”, dei lavoratori; mancando questa, di conseguenza, i licenziamenti non possono, nella forma, essere considerati “di massa”.
Ma è solo una questione di forma? Guardando a quello che sta succedendo qualcuno potrebbe dire di si, che ci si trova di fronte a processi che sono nei fatti “licenziamenti di massa” ma che vengono chiamati con altri nomi. E d’altronde, come chiamare tagli di personale così importanti, che superano le centinaia di unità in molte aziende anche non grandissime, si avvicinano alle migliaia nelle imprese più importanti e sfondano il muro dei cento mila in alcuni settori altamente sensibili come la scuola. Tutti questi fenomeni sembrerebbero, in effetti, dei licenziamenti di massa abilmente passati sotto un altro nome.
Purtroppo (e lo dico con estremo dispiacere) credo che non sia così. Perché, come accennavo all’inizio, è proprio la “massa”, secondo le caratteristiche prima descritte, dei lavoratori a non esistere più. Si tratta, spesso, di un insieme casuale di persone, che si trovano, in un momento e per un periodo definito, a condividere lo stesso percorso, luogo, impiego lavorativo. A volte, persone talmente sole che lavorano col pubblico e conoscono l’altro con cui interagiscono solo attraverso un’interfaccia di telecomunicazione, o che svolgono un lavoro manuale in tempi e spazi che poco lasciano alla possibilità di interagire. E quando non è così nei fatti, lo è nella percezione.
A causa delle tante, tantissime divisioni e frammentazioni all’interno delle categorie lavorative, in uno stesso processo di produzione è ormai sempre più difficile parlare di gruppo omogeneo di lavoratori, figuriamoci di classe. Ed anche quando alcune condizioni oggettive del lavoratore sembrerebbero accomunarne le sorti, ecco allora che il “capitale” (che parola desueta, da socialismo d’altri tempi!) si inventa e mette in pratica antidoti a questa evenienza sempre più sottili e raffinati.
Ad esempio, non è casuale che, prendendo il solo caso italiano, esistano decine e decine di possibili contratti di lavoro cosiddetti “atipici”: cococo, cocopro, interinali, lavoratori in affitto, a chiamata, finte partite Iva, eccetera, eccetera, eccetera. Chiaro che diventa sempre più difficile orientarsi e definire chi sta con chi. Perché spesso, troppo spesso, lavoratori che condividono nei fatti la stessa sorte e lo stesso sfruttamento, faticano a fare gruppo proprio a causa delle diverse condizioni contrattuali, le diverse garanzie e tutele, le diverse possibilità di carriera (che poi si realizzino o meno non conta in questa analisi).
Quest’estate, ho sentito dire ad un’insegnante da poco assunta a tempo indeterminato “si, ho sentito dei tagli del personale docente, ma non mi interessa più: ormai sono problemi di altri, io sono di ruolo”. Ecco, è la sintesi migliore che potrei fare di quest’analisi.
E così ognuno pensa al suo metro di spazio vitale, alla trattativa privata per spuntare la condizione migliore, a scapito di chi non importa, a godere dell’oggi senza curarsi del domani, come se questo non dovesse arrivare con tutto il suo conto da saldare; e, ciascuno immerso nella logica del proprio ombelico, mettiamo definitivamente in soffitta l’idea stessa che esista la sola possibilità che altri condividano la nostra sorte, e noi la loro.
Temo, guardando alla generazione che sempre più ha come massima aspirazione partecipare al Grande Fratello o ad Amici, seguita solo da quella di far parte del pubblico in sala, che le cose non miglioreranno a breve. E’ difficile far nascere una coscienza collettiva a colpi di nomination, dove io continuo a stare nella casa, anche al prezzo di cacciarti fuori a calci, per la gioia degli spettatori del video e le tasche del padrone di tutta la giostra.
Questo è il bivio: o coscienza di classe, o barbarie.