"FiloPolitica"

domenica, 23 novembre 2008

Meglio asini che buoi

            Laveno-Mondello, sponda lombarda del Lago Maggiore, inaugurazione della nuova sede locale della Lega Nord. Presente Umberto Bossi. “E’ un momento storico – dice il Senatur – perché il federalismo sta arrivando; questa volta ce la faremo, altrimenti ognuno cominci ad oliare i fucili”.

Probabilmente, anzi quasi sicuramente, sono solo pièces dal repertorio folkloristico del leader del Carroccio, buone a scaldar la padana platea, sospingendola ad epici sogni di celtiche rivolte dal sapor hollywoodiano, sotto la guida di improbabili braveheart.

            Difficilmente, infatti, riesco ad immaginare il ragionier Zamberletti od il cumenda Brambilla imbracciar lo schioppo e correr per la bassa padana contro le romaniche divisioni gridando “Libertà”. Certamente è solo la solita boutade bossiana.

            Però sono pur sempre le dichiarazioni di un Ministro della Repubblica. Capisco la libertà di espressione, ma qui un giudice nemmeno troppo pedante potrebbe leggerci un atteggiamento ed un incitamento eversivo. Nessuno più si scandalizza; e poco male in questo.

            Ma quando sento gli alleati di Bossi giudicare “attentato alla democrazia ed alla libertà” le sortite di Di Pietro mi viene da sorridere, se le paragono a quelle di Bossi. L’ex pm di “Mani Pulite” è un po’ esuberante, estroverso, anche eccessivo in alcuni casi: ma non attaccherebbe mai i fondamenti dello Stato o le regole Costituzionali.

            Tonino non parla bene l’italiano, parla il dipietrese, come lui stesso ama definire il suo modo di esprimersi, ma si fa capire e, soprattutto, c’azzecca. Nel sentirsi accusato di antidemocraticità da Berlusconi & Co., ha commentato: “E’ come il bue che dice ‘cornuto’ all’asino”.

            Precisamente. E fra buoi ed asini, preferisco i secondi.


scritto da: olitarocco alle ore 19:23 | link | commenti
categorie: politica, libertà di espressione
domenica, 02 novembre 2008

Quel taglio al futuro

No, non sono stati solamente i tagli alla scuola, all’università, alla ricerca. Non è solo l’assalto senza precedenti all’istruzione pubblica o quello, che già si profila, alla sanità ed allo stato sociale. E’ la chiusura delle prospettive. “So che avrò un lavoro precario e pagato poco –dice una studentessa– che forse dovrò lavorare sempre in un call center e che probabilmente faticherò a vita per pagare l’affitto di un monolocale. Ma la laurea no. La speranza di laurearmi non possono togliermela. Se tagliano i fondi e l’università aumenta le tasse, anche solo del 20 per cento, io non ce la faccio”. E la chiave, la cifra dell’Onda è tutta lì: “La speranza non possono togliermela”.

A me non piace per nulla la politica di questo Governo. In ciò sono di parte, sono partigianamente (e le dichiarazioni ultime del presidente del Consiglio dei Ministri come le spranghe di piazza Navona rianimano il senso di questo avverbio) contrario alle politiche economiche e sociali messe in campo da Pdl e Lega. Nel Paese, però, la mia cultura politica oggi è minoranza, sebbene non minoritaria, con cifre così basse (narrano i sondaggi) come mai prima nella storia repubblicana. Sempre gli stessi sondaggi, fino a qualche settimana fa, attribuivano un gradimento impressionante al Governo.

Eppure, proprio in questa congiuntura nasce un movimento di critica alle decisioni dell’esecutivo organizzato, deciso e puntuale come non se ne vedevano da tempo. Non è certo frutto della capacità di sensibilizzazione e movimentazione della o delle opposizioni; magari così fosse, per le opposizioni intendo.

E’ invece, a parer mio, un’azione spontanea che nasce da un sentimento diffuso, capillare, condiviso: quello d’aver subìto un’ingiustizia, la soppressione, per decreto, della speranza. Quella studentessa ci dice che oggi non sta certo bene, ma che la speranza di star meglio gliela devono lasciare.

Illusione? Ma quale cinismo ha condotto la borghesia di questo Paese a passare da un modello fondato sulla mobilità sociale alla visione di una società bloccata in caste? Quale reazione restauratrice ha potuto consentire di ipotizzare la pianificazione di destini differenziati per i figli dei ricchi rispetto a quelli dei poveri? Di classi “appartate” per i migranti? Di elenchi separati per favorire la scelta di “insegnati stanziali” (la definizione è del Ministro dell’Istruzione) rispetto a quelli provenienti “da fuori”? Di demonizzazione e screditamento scientifico di tutto ciò che è pubblico, cioè di tutti ma soprattutto per tutti?

Contemporaneamente, accanto a ciò si dava corso a misure salva banche, a “misurine” salva manager (tolta dal provvedimento su Alitalia ed inserita nel ddl per le imprese in crisi), si trovano i soldi a sostegno della cordata Cai, si toglie l’Ici anche ai più benestanti. Quasi a dire, come emerge dall’insieme di queste considerazioni: se nasci povero ed in un dato luogo, lì e così devi rimanere. Al massimo puoi sposarti un milionario, sognare un destino da tronista o velina e sorbire massicce dosi di “ottimismo” a reti unificate.

Ma il troppo è troppo, ed ecco allora il perché della protesta. “Noi la crisi non la paghiamo”: è lo slogan simbolo dell’Onda, il messaggio globale che lancia questa generazione.

“Noi la crisi non la paghiamo” perché quando le cose andavano bene per i ricchi, quando il Pil cresceva e gli indici di Borsa salivano il nostro reddito reale calava, il nostro lavoro diventava sempre più precario, il nostro futuro sempre più incerto.

“Noi la crisi non la paghiamo” perché negli anni di “vacche grasse” i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri, ed ora che arriva la recessione si vuole che gli ultimi paghino per primi.

“Noi la crisi non la paghiamo” se prima chi governa il Paese e l’Economia, le Industrie ed il Mercato non da’ il buon esempio rinunciando a quello che ha avuto in questi anni.

“Noi la crisi non la paghiamo”, dicono i ragazzi a tutti, perché l’abbiamo già pagata con le difficoltà del presente e perché, per quanto qualcuno si sforzi di convincerli del contrario, si può dare un taglio al passato, ma è impossibile accettarne uno al futuro.   


scritto da: olitarocco alle ore 19:00 | link | commenti
categorie: politica, filosofia, libertà di espressione

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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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