Oggi voglio solamente ricordare delle parole di quasi sessant’anni fa. Non so perché, ma questo intervento di Piero Calamandrei mi pare drammaticamente attuale. Buona lettura ed alla prossima.
Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata.
Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A 'quelle' scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi, ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole priva te denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
(in Scuola Democratica, 20 marzo 1950)
Sembra incredibile, ma solo oggi si scopre che
Detta così potrebbe anche sembrare una cosa da addetti ai lavori, ma in pratica significa dire che attraverso gli scambi finanziari i soldi si spostano, ma non si creano. Non sono un economista, ma ci arrivo pure io al concetto che “hai voglia a spostare il grano da un granaio all’altro: quello non aumenta”. Anzi, chi sposta il grano si stanca, e più ne sposta più si stanca; e se si stanca dovrà pure mangiare: e da dove credete che prenderà il grano per fare il pane che lo sfamerà?
Ora, immaginate che l’addetto alla movimentazione del grano si metta a muovere il grano anche se non è necessario. Pensate poi che questo addetto acquisisca tanto potere da far credere a tutti che per un così pesante lavoro di trasporto continuo ed indispensabile sia necessario mangiare due, dieci, cento volte di più degli altri. Immaginate infine che tutti vogliano mettersi a spostare il grano dai vari granai, attratti, ovviamente, dalle ricche razioni per il pasto.
Sposta di qua, sposta di là, prenditene la quota (altissima) per il desco, il grano, prima o poi, finisce. Cioè, muovendo le cose non se ne aumenta la quantità. Non serve la laurea ad Harvard per arrivarci.
Ovviamente se fosse così semplice ce ne saremmo accorti subito che i soldi andavano a finire. E invece no. Perché? Perché se si fosse trattato veramente di grano si sarebbe potuto determinarne con precisione la quantità. Lo si sarebbe potuto fare anche se si fosse trattato di soldi veri, reali, concreti, tangibili. Quando invece si muovono soldi virtuali, basati su valori stilati attraverso parametri che definire mobili è poco, allora tutto cambia, allora tutto diventa possibile.
Io non sono uno studioso della materia, ma se moltissimi osservatori arrivano oggi a dire che è necessaria una stretta revisione dei criteri contabili, cioè delle pratiche di misurazione del valore, delle tecniche di valutazione dei capitali reali, forse non sono poi troppo fuori strada. Dicendo questo, infatti, è come se dicessero “fammi vedere il gioco, perché credo che tu stia bluffando”. E come sarebbe stato possibile?
Sfruttando al meglio le potenzialità del mark to market, ossia dell’attribuire valore al proprio patrimonio in base alle sue valutazione sul mercato. E non ci sarebbe nulla di male, in linea di principio. Ma se invece di valore (dato che dovrebbe mantenere un indice discreto di oggettività) si incomincia a parlare di prezzo (per sua natura mobile ed oggetto di “mercanteggiamenti”), allora la prospettiva cambia.
Perché se io produco penne e mi si chiede quanto valga la mia azienda, io risponderò fornendo i dati del conto economico e quelli dello stato patrimoniale, cioè di tutto ciò che ha l’azienda, comprese le penne ancora da vendere. La somma di tutti questi dati dà il valore dell’azienda. Ma se il patrimonio lo devo valutare in base al mercato, e se in esso sono conteggianti anche i prodotti che io faccio (le penne), chi mi vieta di alzare il prezzo di questi ultimi (visto che il mercato è libero) in modo da far “valutare” di più la mia azienda?
Appunto. No, purtroppo non è una commedia all’italiana, non è la vendita della fontana di Trevi. E’ quello che è successo: l’ubriacatura dei mercati; l’idea che si potesse continuare all’infinito a determinare ricchezza sul valore della ricchezza (con ricche scremature solo a vantaggio di pochi “spostatori” di capitale); l’idea ossimorica di una crescita infinita in un mondo finito e che con la finanza creativa e fantasiosa si potesse fare tutto.
Sentir dire oggi che è necessaria una maggiore attenzione al saldo fra conto economico e stato patrimoniale, vale a dire al vedere quanto c’è di vero, di concreto sotto i valori delle aziende, come sta realmente il rapporto fra le variazioni e le consistenze, fa un po’ sorridere.
E vi dovevamo mandare a scuola di business per arrivare a tanto? Più di cinque secoli fa Luca Pacioli (l’inventore della partita doppia) già lo diceva: ci deve essere corrispondenza fra Conto Economico e Stato Patrimoniale. Altrimenti parliamo di numeri al Lotto.
Purtroppo, però, per anni si è fatto altro. E ora? Mi verrebbe da dire: chiedetelo a chi con questi sistemi si è arricchito in modo indecente. Chiedete loro i soldi, tanto per cominciare. Ma siccome so che la rivoluzione non arriverà oggi (sul domani ancora non ho perso le speranze), dobbiamo rimboccarci noi le maniche.
Io, tanto per cominciare, un’idea l’avrei. Quella di dare corso ad un’economia della crisi. Non Economia come scienza, ma economia come “morigeratezza”.
Consumare meno risorse, distribuire meglio le ricchezze, ricentrare lo sviluppo sulla produzione senza dimenticare il progresso e riportare al centro del sistema economico il lavoro e l’essere umano, invece che il capitale ed i meccanismi finanziari. Come dite? Sono socialista? Si, non l’ho mai nascosto.
Ma se non vi piace la mia “economia della crisi”, potete continuare a giocare in borsa insieme con i rapaci di Wall Street che hanno determinato
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