"FiloPolitica"

martedì, 30 settembre 2008

Erat modus in rebus

            C’era una misura diversa nel vivere le cose e nel mondo qualche decennio fa. No, nessun ascetismo eremitico. Piuttosto la tensione a quell’aurea mediocritas di cui parla il mio illustre conterraneo dell’antichità Orazio (lucano anch’egli, di Venosa) nelle sue Odi. E come in Orazio, anche in quella mediocritas non v’era traccia dell’accezione puramente negativa che l’italiano dà al termine mediocrità.

            Più che altro era la descrizione di uno stare in mezzo, in una posizione intermedia fra il massimo ed il minimo che la vita poteva significare. Né ottimo, né pessimo: accettabile, decente, dignitoso. Un giusto mezzo, né tanto, né poco: quanto basta. La dottrina della poetica oraziana era la traduzione della filosofia epicurea, quell’invito a godere dei piaceri della vita, ma con moderazione, senza abusare, senza strafare. Ed una volta raggiunta quest’aurea “medietà” fra le varie posizioni, fra le diverse situazioni e condizioni, si sarebbe stati capaci di vedere, come ancora il poeta venosino ci raccomanda nelle sue satire, che est modus in rebus, c’è una misura nelle cose, in tutte le cose del mondo e della vita.

            Ed anche se analfabeti, anche se poco scolarizzati, i nostri nonni questo lo sapevano, lo sentivano, era per loro giusto: senza spiegazioni filosofiche ma con la forza del sentimento del buon senso.

“Ti serve ciò che ti basta per vivere”. Potrebbe essere questa la massima di allora, una massima che nei nostri avi è valsa fino all’altro ieri, e che oggi sembra ispirarsi a principi che non valgono più nulla: eppure vorrei che fosse incisa in tutte le pietre miliari sulle strade del Mondo, davanti alle Borse nazionali, alle sedi dei governi ed all’ingresso delle fabbriche, nelle sedi delle aziende di Stato come nei messaggi a bande colorate della fine delle trasmissioni televisive. Invece, abbiamo messo il turbo alle cose della Terra. Abbiamo voluto tutto e lo abbiamo voluto subito.

Ormai forse è troppo tardi. Eppure solo ora cominciamo a farci la domanda reale: tutto che? Il necessario o ciò che non ci sarebbe mai servito se non lo avessimo apposta inventato, costruito, pensato, ipotizzato. Ci servivano davvero le utilitarie da 100 cavalli e 200 all’ora per andare a comprare il pane che sale sempre più di prezzo perché stiamo consumando il petrolio e ci servono i cereali per il bioetanolo? Erano proprio necessari fuoristrada di sei metri capaci di reggere il confronto con i mezzi di Overland per accompagnare i figli a scuola e poi, ovviamente, non poter parcheggiare? Ci servivano davvero i telefonini capaci di sostituire intere biblioteche, di scaricare in un attimo tutti i classici della cultura latina e greca, di navigare su internet e con le mappe del tom tom di tutto il Mondo per star seduti all’angolo della piazza del quartiere a mandare messaggi “poetici” con “xché 6 grnd e tvb”? E’ necessario trovare fonti di energia atomiche per consentire agli americani di illuminare le loro abitazioni a Natale in modo che si vedano dalla luna? E’ indispensabile montare condizionatori per poter indossare il maglione di cachemire a Palermo ad agosto, o impianti di riscaldamento così potenti per girare in costume da bagno a casa a Vipiteno a Capodanno? Ci servono quattro televisori a testa? Dodici telefonini a famiglia?

Ma c’è l’ho col consumatore finale? Certo che no. Ma la cultura del tempo si misura nelle cose di ogni giorno. Perché è la misura del come vanno le cose. L’utilitaria da 100 cavalli è l’emblema di una società in cui non sei nulla se non hai il massimo. E così, tirando e ritirando, si arriva a concepire che si possa guadagnare un milione di euro al mese per tirare calci ad un pallone, milioni a far finta di capire in Borsa com’è che va l’economia (che poi quando va male ci pensa pantalone, ma questa è un’altra storia), per cantare canzonette o mostrare le gambe in pubblico (poi la multa la si fa alle meretrici lungo i viali), per far finta di dirigere un’azienda o per non dirigere un Paese. Come se le risorse fossero infinite, come se l’uomo non avesse bisogno di regolare le sue pretese su quello che è il Mondo. Ma le risorse non sono infinite, anche quelle economiche. E se i soldi non bastano non si dividono quelli in alto, si taglia in basso. Perché? Perché, come si dice dalle mie parti, prova a togliere l’osso dalla bocca di un cane: se non c’è l’ha si arrangia, ma una volta preso…

E allora si arrangino i più poveri, i più deboli, e chi non c’è la fa, pazienza: è il liberismo, baby! Come se il liberismo o l’attuale ripartizione delle risorse nascesse da un distacco della Pangea, da una legge divina immutabile, da una condizione di natura di fronte a cui gli uomini sono impotenti.

La nostra educazione alla dis-misura ha prodotto il mostro della diseguaglianza incommensurabile. Ed ora? Prospetto un ritorno al passato? Nient’affatto. Piuttosto un balzo nel futuro, in un Mondo più adulto capace di dare il giusto valore e senso alle cose, e che capisca che non può esistere, sotto lo stesso cielo nello stesso momento, chi muore di fame e chi di crapula. Non fosse altro che per non assistere alla nostra fine, come non dipendesse da noi, da ciascuno di noi, e magari, all’ultimo istante, rimpiangerli, dopo averli voluti dimenticare e deridere a tutti i costi, quei tempi in cui erat modus in rebus.


scritto da: olitarocco alle ore 20:41 | link | commenti
categorie: filosofia

Meglio tardi che mai

L’11 aprile scorso, alla vigilia delle ultime elezioni politiche, in un articolo su questo blog scrivevo: "non capisco perché si continua a dire questa falsità che il voto è utile se dato ad uno schieramento che ha le carte per poter vincere e quindi governare. Davvero, anche perché, a meno di essermi perso qualche modifica alla Costituzione, l’Italia è una Repubblica parlamentare, e non presidenziale. Quindi si vota per eleggere un Parlamento, non un Governo, tanto meno un premier. E non lo dico io, lo dicono quei milioni di italiani che, meno di due anni fa, hanno respinto con un referendum quella scellerata proposta di modifica costituzionale presentata dal centro-destra che aveva nel presidenzialismo la sua più caratteristica connotazione. Che succedere? Ora il presidenzialismo dei saggi della baita padana è buono pure per wonder Walter? Allora, fino a che si elegge un parlamento è inutile cercare di girarci intorno: si vota per eleggere dei parlamentari scegliendoli fra i partiti che si presentano e dando il proprio consenso a quelli che più riteniamo in grado di poterci ‘rappresentare’. Non ‘governare’, ma ‘rappresentare’; è un concetto difficile da capire per chi di democratico conosce solo gli aggettivi”.

Finalmente, per quanto difficile per i democrats di casa nostra, questo concetto è stato digerito e metabolizzato da quelli del loft. Sentire Veltroni parlare di una maggioranza (quella attuale) che svuota di senso il Parlamento e che non rispetta i principi sacrosanti della democrazia e della rappresentanza mi fa piacere. Ma un po’ mi fa incavolare.

Perché, caro il mio segretario del Pd, non eravamo mica tutti idioti quando ti facevamo notare l’aleatorietà e la pericolosità del richiamo incessante al “voto utile”. Perché dal voto utile dato solo a quei partiti che possono giocarsi la carta del governo all’identificazione di “politica utile” solo quella del governo il passo è breve. E quando il processo di “aziendalizzazione della politica” sarà concluso, allora l’assemblea degli azionisti (elettorato e camere di rappresentanza) non conteranno definitivamente più nulla nelle decisioni dell’amministratore delegato e del consiglio di amministrazione (capo del governo e consiglio dei ministri).

Nei prossimi giorni, se avrete la pazienza di seguirmi, cercherò di approfondire questi argomenti. Ora, nel poco tempo a mia disposizione in questo periodo, volevo solo richiamare l’attenzione su questo “piacevole ravvedimento” in casa Democratica, non tanto per dire, con inutile vanagloria, “ve l’avevo detto”, quanto piuttosto per accogliere con soddisfazione un sano “meglio tardi che mai”.

 


scritto da: olitarocco alle ore 07:31 | link | commenti
categorie: politica
lunedì, 22 settembre 2008

Sindacato di sinistra?

Difendere i lavoratori con metodi democratici è il lavoro dei sindacati. Su questo non ci piove. Quando quindi la Cgil dice di non voler firmare l’accordo con Cai sul futuro di Alitalia (dopo, per altro, aver firmato l’accordo quadro) perché vuole il coinvolgimento e l’assenso di tutti i lavoratori, o almeno della maggioranza, ha tutte le sacrosante ragioni.

            Così come hanno ragione quanti dicono che la croce non si può buttare addosso alla Cgil che chiede solo di poter fare il proprio mestiere. Hanno ragione pure quando ci dicono che senza il personale di volo non c’è compagnia aerea.

            Però c’è un limite all’azione di un’organizzazione sindacale. Difendere i lavoratori e i loro diritti ed interessi per un sindacato è l’unico scopo. Fare politica nel senso di ricercare il consenso e contrasto dell’avversario, invece, non dovrebbe nemmeno passare per la zucca ad un dirigente sindacale, anche in un caso spudoratamente politicizzato come quello di Alitalia. E’ però proprio questo quello apparso nell’atteggiamento di Epifani. Con un’opposizione inesistente o non incisiva, con la sinistra afona e il Pd disorientato e fermo (basti pensare che nel momento più critico di Alitalia le opinioni più distante sulla vicenda erano in casa democratica, Dalema a difendere la Cgil, Letta – Enrico – ad attaccarla, Ichino a proporre addirittura, come minaccia nelle trattative, la sospensione degli ammortizzatori sociali, e Veltroni a New York a presentare il suo libro – e comprare la casa per la figlia a Manhattan) il buon Guglielmo ha pensato di farsi avanti come unico oppositore al Berslusconi ter. Un po’ come Sergio Cofferati tempo fa.

            Io (che sono un uomo di mondo) in ciò, in linea di massima, non ci vedrei nulla di male. Anzi, un po’ me lo auguro. E però non sono sicuro che quel terreno sia quello giusto. O meglio, sono convinto che quello è il terreno sbagliato.

            Il sindacato, i rappresentanti del movimento dei lavoratori, e, ancor di più, una confederazione grande ed importante come la Cgil deve fare politica (non quella che si limita o si esaurisce alla ricerca del consenso o al contrasto dell’avversario, ovviamente). Deve determinare e cercare di dirigere le scelte degli esecutivi, ma poggiandosi su argomenti diversi, più sentiti come emergenze dalla popolazione, più vicini a chi ha meno tutele e meno diritti, a chi è più debole e più povero, argomenti (in una parola) di sinistra.

            La difesa dei lavoratori dipendenti contro nuove tendenze involutive che si affacciano nel mercato del lavoro, quella sarebbe una battaglia.

            E’ giusta la difesa del pubblico impiego, ma ancora di più lo sarebbe quella per la stabilizzazione dei precari nella PA. Perché, non me ne voglia nessuno, i dipendenti a tempo indeterminato nel pubblico impiego di diritti ne hanno già tanti (e c’è chi dice troppi); proviamo a pensare a chi non ne ha e non ne ha mai avuti.

            Sacrosanta dovrebbe poi essere la battaglia contro le scelleratezze e le proposte della Gelmini. Ancor di più, una mobilitazione per pretendere il rispetto dei diritti fin qui acquisiti dagli insegnanti precari per i quali si tenta di chiudere la porta dell’immissione in ruolo.

            Per spostare questo schema sulla questione Alitalia, personalmente avrei pensato prima ai lavoratori meno qualificati ed a quelli più a rischio come i precari (che sono pure i meno pagati), e poi via via a salire fino agli assistenti di volo. Insomma, tutelare per primi e meglio quelli con meno potere contrattuale, meno possibilità e salari più bassi.

            E i piloti? Dopo, se avanzava tempo. Un pilota trova lavoro in due giorni se lo perde. Un addetto al carico merci a Napoli o a Palermo no. E poi, con quegli emolumenti, un pilota può anche consentirselo qualche mese sabbatico. Non dimentichiamoci, inoltre e giusto per chiarire di chi stiamo parlando, che i piloti sono gli stessi che hanno protestato e minacciato scioperi perché le stanze d’albergo loro assegnate in trasferta erano piccole e senza possibilità di collegamento ad internet veloce.  

            Non so voi, ma io, oggi, in Italia vedo altre priorità da difendere a spada tratta, altri lavoratori per cui spendersi e lottare invece di immolarsi per chi guadagna in un mese il doppio di quanto un operatore di call center percepisce in un anno. Di fare le barricate per la corporazione (si, la corporazione) dei piloti proprio non ne ho voglia.

            Qualcuno dice: ma senza l’assenso dei piloti non c’è accordo, senza di loro chi guida gli aerei?

            Ed infatti, senza pilota un aereo non parte. Senza “un” pilota, non senza “quel” pilota. Siete proprio sicuri che in un Mondo con 6 miliardi di persone non ci sono 2 mila piloti pronti a venire in Italia a guidare aerei per stipendi di 10/15 mila euro al mese e tutte le spese a carico della compagnia aerea?   


scritto da: olitarocco alle ore 12:04 | link | commenti
categorie: politica, economia
venerdì, 19 settembre 2008

Al mercato delle menti

                Ho visto cose che non potreste immaginare. Stanzoni gremiti all’inverosimile, donne e uomini più o (ma forse soprattutto) meno giovani aspettare con gli occhi fissi e le orecchie tese. Uomini e donne dietro una cattedra chiamare dei nomi e snocciolare dei numeri e delle sigle in codice: espressioni di sollievo o di rammarico da parte degli astanti, a seconda che il chiamato rispondesse o meno, scegliesse un’ipotesi o l’altra. E telefoni squillare, e tabelle ed elenchi annerirsi, esoterici meccanismi algebrici prendere forma su fogli di quaderno, ai margini di tabelle scaricate da internet, astrusi meccanismi di calcolo che ogni volta, ad ogni chiamata, determinavano stati di gioia o di rassegnazione. Erano docenti alle convocazioni del provveditorato agli studi, stipati a centinaia in un’aula magna per “prendere” una cattedra; e “prendere” nel dato fisico è il termine adatto.

            Ho visto ragazzi e ragazze ben oltre la trentina compilare domande, prepararsi per selezioni, rispondere ad annunci letti su giornali “di bandi e concorsi” venduti a prezzi da speculazione, o forse meglio da estorsione, visti i casi. Giovani laureati, specializzati, “masterizzati”, con alle spalle corsi e percorsi di formazione dalle vie infinite, avventurarsi in ricerche di lavori “purchessia”, disposti a rispondere alle chiamate di improbabili attori con nomi da eroi risorgimentali e richieste da idioti. Ragazzi colti e bravi nelle più diverse discipline adattarsi a “volantinare” offerte dell’Ikea e figli di papà, “Colaninni di turno” o “Agnelli di razza”, già destinati a carriere immeritate nel management e nella politica, alla guida dell’economia ed al potere nel Paese.

            Ho visto le menti migliori della mia generazione fatte fuori da università parentali, messe alla porta da centri di ricerca vincolati alla logica del “tengo famiglia”, stretti in rapporti di sangue al di là di ogni immaginazione. Giovani sessantottini lottare per scardinare le baronie dalle università ed i loro figli sopperire alla restaurazione familiare della casta accademica. Ragazzi superpreparati tentare invano concorsi in italici atenei di periferia per un dottorato di ricerca ad 800 € al mese ma capaci di vincere borse di studio da 50.000 $ l’anno al Mit di Boston.

            Ho visto una classe politica autoincoronatasi, sedicenti Napoleoni atteggiarsi ad imperatori ergendosi sulle rovine di una miseria a loro imputabile. Condottieri di cartone osannati come faraoni guidare partiti organizzati per perseguire gli interessi di casta, o sarebbe meglio dire di cosca. Postulanti onorevoli e consiglieri tronfi di vacuità spiegare che se le cose vanno male la colpa e delle congiunture, ma se vanno bene il successo è merito del loro impegno, delle loro capacità. Capi partito, capi corrente, capi bastone e capi banda contornarsi di sodali e solidali lacchè, ora premiandone uno, ora punendone un altro per dimostrare il loro potere. Uomini politici incapaci a fare la “o” col bicchiere guidare macchine amministrative delle quali ignorano anche il motivo d’esistenza e progredire in carriera in un deserto ormai abbandonato dalle menti pensanti.

            Ho visto, e continuo a vedere, la mia terra spopolarsi di giovani e famiglie. Il Sud ripiombato in un esodo dalle proporzioni bibliche che ancora ha livelli di reddito pari alla metà di quelli del Nord del Paese. La mia Basilicata piagata dal flusso emorragico di 4.000 giovani che ogni anno vanno via senza speranze di ritornarci. La mia Stigliano dove non c’è più un ragazzo della mia classe, dove, quasi fossero i postumi di un’immane tragedia, un’intera generazione è assente. La mia generazione ha perso; ma pur sconfitta in casa, ha spesso saputo vincere in trasferta.

E di questo nessuno è responsabile?

Ma forse sono solo io a vedere la realtà in tinte così fosche. Forse invece questo è il migliore dei mondi possibili. L’apprezzamento elettorale ed il credito di cui gode chi guida ed ha guidato questa Regione, come quello dei molti politici del Sud o d’Italia sempre sulla cresta dell’onda, mi spinge a dire che forse è solo una mia visione traviata dai tanti libri, dai molti giornali, finanche dai film e dalle canzoni (con cui ho giocato anche in queste righe). O, forse ancora, la colpa è mia, che non ho più neanche l’intenzione del volo, perché i sogni si sono rattrappiti.

E poi alla fine, 4.000 o 4.001 che differenza fa.


scritto da: olitarocco alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: , libertà di espressione
lunedì, 08 settembre 2008

Sicuri che il cambiamento sia nel verso giusto?

Negli anni ’50 l’Italia aveva una sua peculiarità: quella di essere un Paese con una morale contadina che andava verso l’industrializzazione ed il benessere. Pochi anni dopo, ed in seguito a uno sconvolgimento geografico e culturale, le città italiane erano totalmente diverse da quelle degli anni trenta. Dal Medioevo al G7 in un ventennio, niente male.

I figli di quell’epoca ragionavano in parte dando per scontato quanto c’era già, in parte nei termini imposti dalla certezza di dover per forza avere un miglioramento nella loro condizione. Averlo subito ed erga omnes. Non fu così, forse non poteva esser così. Non si ebbe per tutti quel miglioramento, forse, nel ventennio successivo al miracolo italiano, non si ebbe per nessuno. O meglio, non si ebbe nella misura e con la portata che l’incremento dei due decenni precedenti lasciava supporre. Ma non si può nemmeno parlare di una regressione in quegli anni. Forse la situazione migliorò di poco, in maniera impercettibile, o forse non migliorò affatto. Ma non peggiorò. Non fu avvertita però come una situazione stazionaria, tutto sommato sopportabile, ma come un arresto, un blocco che avrebbe comportato il prossimo regresso.

Ciò (sarebbe inconcepibile per un adolescente di oggi) generò una prostrazione che invece di scaricarsi in discoteca fra extasi e co. si riversò nelle piazze. Ma durò poco, e, checché ne dicano i detrattori del sessantotto, gli effetti reali di quel portato nella modificazione della cultura sociale non ci furono. Ci furono quelli nella storia e nella cronaca, e chi li nega, ma di modificare la cultura del Paese proprio non ci riuscirono.

Presto infatti arrivarono gli anni ’80, lo sciopero dei colletti bianchi contro i blocchi degli operai, la Milano da bere ed il trionfo della finanza…e la fine del modello italico. Dall’arretratezza del periodo fra le due guerre ad un Paese avanzato, con un benessere che si misurava nei salari fra i più alti d’Europa, non si era passati per caso, né perché questo progresso fosse ineluttabile e irreversibile. Ma non si capì. Era normale ed inarrestabile il progresso. E se non poteva essere per tutti, allora poco male. Legge della giungla: sopravvive il più forte. Si badi bene, il più forte, non il più bravo. Il cucciolo più forte che sopravvive nella Savana è tale per nascita, non per capacità o impegno o merito personale. Così avvenne nel mondo e nella società.

E allora il vangelo secondo Wall Street dettò i tempi ed i modi del “come va il mondo”, la finanza unico attore economico, i soldi ed il profitto solo parametro di valutazione e giudizio e tutto il resto variabili indipendenti: donne e uomini compresi.

Il passo dell’economia da allora ha iniziato a seguire il ritmo cadenzato dalle banche d’affari ed il motto vespasiano divenne la massima del Mondo. E se pecunia non olet, allora non è importante nemmeno come si raggiunga il successo ed il denaro. Ogni mezzo è lecito, in questa guerra per amore del denaro. Il prestigio sociale è dato dai soldi, ed allora meglio calciatore che scienziato, perché in serie C si guadagna dieci volte di più che a fare il ricercatore precario, meglio velina che insegnante, non si sa mai che ti fanno pure ministro delle pari opportunità, meglio Ricucci, Lele Mora e Corona che le migliaia di laureati specializzati che finiscono in un call center, a fare i pony express o gli addetti al volantinaggio.

Non ce l’ho con queste professioni, non è boria intellettuale, rifugio di casta. E’ che non capisco perché chi detiene i lacci della borsa paga di più chi fa il volantinaggio di un giornale locale e non chi scrive i pezzi che su quel giornale sono pubblicati (poi ci chiediamo perché il giornalismo non ha più la qualità d’un tempo, il coraggio d’una volta. Provate voi a scrivere per 4-5 euro ad articolo). Non capisco perché un insegnante a cui affidiamo l’educazione e la formazione delle future generazioni guadagnino il centesimo di una velina e per “prendere la cattedra” (perché precario, come li vorrebbe tutti la Gelmini, Berlusconi, il Consiglio dei Ministri attuale e chi li ha votati) deve sottoporsi alla bagarre annuale dell’assegnazione, stipandosi con altre centinaia in saloni al caldo settembrino, quasi vacche alla fiera o polli al mercato (senza nemmeno uno straccio di rappresentante istituzionale, o anche di animalista, che tuteli la categoria ed i suoi diritti). Non capisco perché si spendano soldi pubblici (perché come li chiamate quelli della Rai?) per pagare cachet tanto esosi da divenire offensivi ad artisti tutti da dimostrare, e si risparmiano quelle stesse pubbliche risorse quando si tratta di pagare ricercatori, scienziati, educatori, studiosi, e tutti coloro che potrebbero migliorare il futuro del nostro paese. Perché non me ne vogliano i tanti artisti di questo nostro mondo televisivo, ma sono convinto che potrebbero sopravvivere anche senza tutti quei quattrini, con compensi “umani”, ma se si riuscisse a “virtualizzare” il nostro sistema dell’istruzione e della ricerca, anche pagando di più insegnati e ricercatori, forse staremmo meglio. Perché altrimenti è inutile ed ipocrita poi lamentarsi della fuga dei cervelli.   

Tarja Halonen, presidente della repubblica finlandese, rispondendo ad un’intervistatrice Rai, ha dichiarato che il segreto dello sviluppo della Finlandia è legato al forte investimento di quel paese nell’istruzione e nello stato sociale. E la Finlandia, è il caso di dirlo, è un Paese in capo al mondo, ma che ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più importante nell’economia mondiale grazie alle nuove tecnologie. E noi? Non possiamo nemmeno dire più di bearci delle glorie del passato, perché quelle sono storia, e dedicarsi a queste facezie e tempo sottratto alla produttività, alla finanza, ed all’economia…fossimo almeno capaci: perché anche lì registriamo altissimi tassi di fuga dei cervelli (mi chiedo se poi non è agevolata questa fuga. Se i cervelli vanno via, se i più bravi li si manda da un’altra parte, i mediocri si trovano a dirigere il paese, vero e proprio esempio, quello italico, di classe dirigente generatasi per sottrazione).

Ma la Finlandia, come la Svezia e la Norvegia, la Danimarca e l’Islanda, investono, e non tagliano, nell’istruzione, nella cultura, nello stato sociale. Non vincono i Mondiali, non hanno le tante soubrette e show girl che abbiamo noi. Noi siamo bravi, loro che sanno fare, al massimo i cellulari della Nokia (primo produttore mondiale) o quelli della Ericsson, le auto della Saab e della Volvo (da molti definite le più sicure ed affidabili). E pure quelle sono piccole nazioni, in posti marginali, lì sopra, dove devi andarci per forza, non sono mica al centro del mediterraneo e delle rotte navali dall’Asia all’Europa, solo per fare un esempio.

Noi…basta con questa inutile vanagloria. Siamo davvero sicuri che il cambiamento, che la strada che abbiamo fatto imboccare all’Italia vada nel verso giusto?


scritto da: olitarocco alle ore 13:43 | link | commenti
categorie: politica, economia, storia

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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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