"FiloPolitica"

mercoledì, 30 aprile 2008

Doppia sconfitta, futura alternativa

            Due a zero. E speriamo palla al centro. Non c’è che dire, siamo stati sconfitti. Punto e basta. Ora il gioco del tirare la croce addosso a quello o a quell’altro non serve a nulla, anche se sta coinvolgendo tutte le forze degli sconfitti, dal Pd alla Sinistra Arcobaleno.

            Bisogna capire perché si è perso. Innanzitutto, dal mio punto di vista, è necessario capire perché la Sinistra ha perso tanto da scomparire dal Parlamento. Colpa del voto utile? Un po’, ma non è tutto. Colpa di un’alleanza un po’ raffazzonata e sentita solo come un cartello elettorale? Anche, ma non credo sia tutto. La Sinistra (e lo dico con tutta la brutalità che una cocente sconfitta mi ispira) è sparita dal Parlamento perché prima ancora era già sparita dalla vita reale. La Sinistra non c’era più nei luoghi di lavoro, non parlava più e non ascoltava più quelli che diceva di voler rappresentare: il popolo, i lavoratori, la gente comune. Ha perso il Pd perché la gente non ha capito l’inglese di Walter Veltroni, quel I care che non si sostanziava in nulla di concreto e quel yes, we can che lasciava perplessi. Ha perso il Pd perché dietro quell’americanismo vi era una proposta che inseguiva quella della destra, e che ha spinto l’elettore a scegliere l’originale. Così come ha perso la Sinistra l’Arcobaleno perché l’italiano di Fausto Bertinotti era ancora più incomprensibile dell’inglese di Veltroni, perché quel concetto dell’antiliberismo non era commestibile, perché si davano visioni del mondo e della società costruite a tavolino, perché si è tentato di proporre una ricetta con delle risposte studiate in biblioteca a domande che venivano dalla strada e che non si sapeva più ascoltare.

            E la dimostrazione di ciò è venuta domenica e lunedì da Roma. Rutelli ha perso contro Alemanno, il piacione delle serate fra paiette e lustrini è stato sconfitto dal più ruspante politico ex-missino (marito di una donna che di cognome fa Rauti, tanto per gradire) che invece che nei salotti è sceso a prendere abbracci o insulti, e non lo sai finché non ci vai, nelle periferie e nelle borgate. E proprio lì ha vinto di più. Ma non è solo questo. Negli stessi giorni si è votato anche per il presidente della Provincia di Roma. Zingaretti, candidato del centro sinistra, ha vinto, prendendo a Roma città 60 mila voti in più di quelli che ha raccolto Rutelli. Cioè, 60 mila elettori sono entrati in cabina ed hanno votato Zingaretti alla Provincia ed Alemanno al Municipio. E perché Zingaretti si, e Rutelli no? Non certo perché il primo era più “famoso”, tutt’altro. Forse invece è stato proprio il fatto di essere meno sotto la luce dei riflettori che ha spinto gli elettori a scegliere Zingaretti (oltre, ovviamente, al dato che la gestione della candidatura al Comune fatta dal Pd ha dimostrato una concezione proprietaria della politica cittadina che gli elettori non hanno gradito). In altre parole, Zingaretti rappresentava un politico “essenziale”, che bada al sodo, alla risoluzione dei problemi, alla condivisione di un progetto di società con i propri elettori, in una parola a “fare Politica” e non vetrina.

            Voglio dire che anche la Sinistra l’Arcobaleno ha fatto vetrina? Un po’ si. Ma ha anche dimenticato come si sta fra le persone. Voglio essere ancora più cattivo, e tenendo presente che io ho fatto la campagna elettorale per la Sinistra l’Arcobaleno: mentre il Pd ha ricercato i voti del centro politico, la Sinistra l’Arcobaleno ha inteso raccogliere quelli del centro storico, quelli dell’elite culturale, quelli un po’ snob e intellettualoidi che, come direbbe Di Pietro, non c’azzeccano nulla col popolo e coi lavoratori. Risultato: ha stravinto Berlusconi, ed ho detto tutto.

            La sicurezza è stato un must di questa campagna elettorale. Ora, che le risposte della destra al problema siano inutili e securitarie è assodato. Ma noi abbiamo fatto finta che non ci fosse per nulla il problema. E no, signori miei. Nelle periferie dove vivono i lavoratori e gli operai, a cui guardiamo, qualche problema c’è. Non possiamo mica far finta che tutto va bene. Quelli che hanno realmente paura di uscire la sera sono quelli che stanno nei quartieri più poveri, mica i ricchi. E a quelli vogliamo dirgli o no che “noi siamo dalla vostra parte e cerchiamo insieme una soluzione”? O è “fascista” pure avere paura?

            Il tema del lavoro è un altro desaparecidos della politica di sinistra. Perché al netto di proclami, di carne al fuoco non se ne è messa molta. Stamattina leggevo un reportage su un call center di Matera. Una delle lavoratrici mi ha stupito. “Quando ero all’outbound – dice – guadagnavo a seconda dei prodotti piazzati ed il mio stipendio si aggirava intorno ai 1.600 euro mensili. Ci compravo tante cose, soprattutto vestiti che mi piacciono molto. Poi l’aut-aut: passare all’inbound o andare via. Ho accettato, ma a malincuore. Ora in busta mi rimangono solo 850 euro al mese, ne spendo 350 per un posto letto ed i vestiti li comprerò quando ci saranno i saldi. Se mi avessero offerto un contratto a tempo indeterminato? Avrei rinunciato. Quello che conta oggi sono i soldi, il contratto e poco importante”. Potrebbe sembrare eccessivamente materialista, infantile, ma non lo è. Che succede? Ora siamo noi di sinistra a fare gli schizzinosi e ad abovvive qveste volgavità mateviali? Quella ragazza rimpiange il periodo in cui guadagnava di più, ed ha ragione. Quanto poi al contratto, è chiaro che non posso condividere quanto ha detto, in linea generale. In alcune realtà economiche però è diverso. Ma ragazzi, io da due mesi non sto lavorando perché mi è scaduto il contratto, pensate davvero che sarei tanto schizzinoso se mi offrissero un lavoro con contratto “purchessia”? O credete che lavorare in un’azienda del sud con contratto a tempo indeterminato a 900 euro sia meglio che lavorare con la stessa azienda con contratto rinnovato di anno in anno a 1.600? La sicurezza del posto fisso dite? Forse nel Trevigiano è così, ma qui la cassa integrazione ed il licenziamento per cessazione attività sono la regola anche per i gruppi industriali più stabili. Quindi, pochi maledetti e subito, e poi si pensa. So che è triste dirlo, so che sembra una resa (ma vi assicuro che non lo è, perché io non mi arrendo), ma o incominciamo a lottare per la piena occupazione, come si faceva un tempo, o altrimenti sono solo chiacchiere che chi ha la pancia vuota non si consente nemmeno il lusso di ascoltare.

            E così come la lotta alla Mafia. Non è una battaglia ideologica. La si deve combattere (ed anche qui leggete quanto scrivo con la massima brutalità di cui siete capaci) creando alternative. Perché hai voglia a fare bei discorsi, ma se non si riesce a trovare nulla per assicurare un futuro per se e per la propria famiglia, per assicurare una vita dignitosa, secondo i principi della Costituzione, il tutto è pura vacuità intellettuale. Pablo Escobar era considerato un eroe dal popolo del suo Paese perché aiutava i poveri della sua terra, i quali non avevano tempo per starsi a chiedere se i soldi con i quali mangiavano arrivavano da percorsi legali o meno. Alcuni bambini di una scuola campana, parlando della Camorra, hanno scritto nei loro testi “si, lo sappiamo che quello che fanno è sbagliato, ma quando si ha un problema loro sono gli unici che ci sono”. Rispondete voi a quei bambini per favore, io ancora non ne ho la forza.

            Dicevo prima che non è una resa, ma una brutale considerazione della realtà. Quella vera. Qualcuno potrebbe obiettare che il discorso sulla sicurezza è semplicistico perché questa “insicurezza” ha ragioni più profonde, che la ragazza che preferiva il contratto dei puffi perché guadagnava di più è vittima di una visione distorta della società mirata solo al consumo, che quei bambini campani non capiscono che è proprio quell’atteggiamento culturale a creare l’humus nel quale cresce la criminalità organizzata: certo, e chi dice di no. Però non si dimentichi che tutto quello che esula dal momento primario diventa questione di coscienza; che, come qualcuno diceva, è determinata dall’essere sociale. Estremizzando: rubare è sbagliato, ma se l’alternativa e morire di fame…

Mi sento di sinistra appunto perché voglio lavorare sulle cause, non solo punire o stigmatizzare gli effetti.  Ma voglio lavorare soprattutto per risolvere i problemi che ci sono e che sono avvertiti, non far finta che non ci siano solo perché si ha paura di non saper dare le risposte adeguate. Non me la sento di dire al padre di famiglia che vive in periferia che è solo a causa della mistificazione televisiva se lui ha paura quando fa buio e sua figlia non è ancora rincasata. Lui che non può andare via perché le case in centro costano mezzo milione di euro, perché un affitto in una zona migliore di quella in cui abita costa più di quanto guadagna, non può pure sentirsi dire da me che è un bigotto ed uno stupido che crede a quanto gli dice la tv. Lui ha paura perché quello che a noi lo dice la tv a lui glielo insegna tutti i giorni la strada in cui vive. Ed è insieme con lui che voglio costruire un’alternativa.

Non me la sento di dire a quei bambini campani che non hanno capito nulla di come va il mondo perché i libri che ho letto dicono che è così. Non li hanno ancora letti quei libri, e forse non li leggeranno mai, ma sanno quello di cui parlano perché lo vivono, molto di più di quanto non lo hanno fatto gli autori di quegli stessi libri. Sanno che per loro il futuro probabilmente sarà l’emigrazione, vedono i loro fratelli maggiori andare via in cerca di lavoro. Sanno pure che quelli che non se ne sono andati non riescono a trovare lavoro, e se lo trovano è massacrante e sottopagato. E poi vedono che quelli che hanno fatto altre scelte avere case grandi e macchine importanti, vestire bene e spendere al ristorante. Quei bambini ci dicono quello che a noi forse fa comodo non sentire. Ma è con loro e per loro che voglio lavorare ad un’alternativa.

Quella ragazza infine ci dice qualcosa che non ci aspettavamo, ma pure quella è la vita. Ci dice che “alla fine chi se ne frega del contratto, a me servono i soldi”. Per comprare i vestiti? Anche, io non me la sento di dirle che sbaglia perché è malata di consumismo. E me la sentirei meno se glielo dicessi indossando vestiti in cachemire. Quella ragazza, e milioni di altri lo hanno fatto con il voto, ci dicono che bisogna ascoltare le loro domande se si vogliono dar loro risposte concrete. Se l’alternativa al precariato non è un lavoro stabile ma la disoccupazione senza alcuna fonte di reddito o, nella migliore delle ipotesi, un lavoro più regolato ma che non ti consente di arrivare comunque alla fine del mese, allora io non me la sento di dire a quella ragazza che ha torto. Ma è con lei, con i milioni di ragazzi come lei che intendo ripartire per costruire un’alternativa.

Infine una considerazione, breve, visto che tutto il resto è stato lungo. Io intendo ancora lavorare alla costruzione di un’alternativa di sinistra. Perché? Perché non mi rassegno. Perché ancora credo che ce ne sia bisogno. Ma un bisogno concreto e fatto di cose concrete. C’è bisogno di sinistra perché in Italia e nel Mondo c’è ancora troppa diseguaglianza, fra chi ha tanto che non riuscirà mai a consumarlo e chi invece non ha nulla. Fra chi vive negli agi col lavoro degli altri e chi non riesce a vivere decentemente del proprio lavoro. Fra un dirigente che prende di liquidazione quanto mille lavoratori guadagnano in un anno ed un operario che vede scendere il suo salario col ricatto della “globalizzazione”. Fra chi si arricchisce speculando in borsa e pagando meno tasse di un salariato e chi muore di fame perché quelle speculazioni fanno salire il prezzo delle derrate alimentari. Credo che c’è bisogno di sinistra in un Mondo in cui un miliardo di persone vive con meno di un dollaro al giorno, 18 milioni e mezzo di persone, fra cui 3 milioni di bambini, muore di fame ogni anno e solamente 10-12 milioni di persone (il 2 per mille della popolazione mondiale) detiene e controlla la metà delle ricchezze del pianeta.

Credo ancora che c’è bisogno di Sinistra perché non mi rassegno a che questo sia l’unico mondo possibile.       


scritto da: olitarocco alle ore 19:27 | link | commenti (2)
categorie: politica
venerdì, 11 aprile 2008

Utile, ma per chi?

La campagna per il voto utile sembra, in alcuni casi, dettare le regole di questa tornata elettorale. Utile ed inutile, a mio avviso, sono due categorie che non si applicano al concetto di voto come espressione democratica. Anche perché qualcuno si dovrebbe anche chiedere: ma utile per chi?

Perché io non capisco se votando i maggior esponenti dei due partiti-coalizioni tra loro fintamente contrapposti (visto che sono capace anch’io di non nominarli?) il voto sia utile per chi lo da o per chi lo riceve. Propenderei per la seconda ipotesi, comunque.

Ma, volendo invece avventurarsi su di un discorso più articolato, non capisco perché si continua a dire questa falsità che il voto è utile se dato ad uno schieramento che ha le carte per poter vincere e quindi governare. Davvero, anche perché, a meno di essermi perso qualche modifica alla Costituzione, l’Italia è una Repubblica parlamentare, e non presidenziale. Quindi si vota per eleggere un Parlamento, non un Governo, tanto meno un premier. E non lo dico io, lo dicono quei milioni di italiani che, meno di due anni fa, hanno respinto con un referendum quella scellerata proposta di modifica costituzionale presentata dal centro-destra che aveva nel presidenzialismo la sua più caratteristica connotazione. Che succedere? Ora il presidenzialismo dei saggi della baita padana è buono pure per wonder Walter? Allora, fino a che si elegge un parlamento è inutile cercare di girarci intorno: si vota per eleggere dei parlamentari scegliendoli fra i partiti che si presentano e dando il proprio consenso a quelli che più riteniamo in grado di poterci “rappresentare”. Non “governare”, ma “rappresentare”; è un concetto difficile da capire per chi di democratico conosce solo gli aggettivi.

Ma allora sono contro il governo? Niente affatto. Penso invece che il governo debba nascere dalla sintesi fra le istanze del popolo, ed esplicarsi nell’azione condotta da un esecutivo che sia in linea con la rappresentanza popolare espressa attraverso il voto. Tradotto: quello che prevede la Costituzione italiana, che da nessuna parte dice che alle elezioni politiche si elegge un premier. Formalismi? Forse.

Intanto il bipartitismo coatto sta spingendo alla disaffezione per la politica. L’astensionismo nasce proprio da ciò; se si dice o votate per noi due o è inutile andare a votare, se Pd e Pdl continuano a ripetere che chi è di centro-sinistra deve votare Veltroni e chi è di centro-destra Berlusconi e che non vi sono alternative allora è logico che molti pensano ad andare al mare. Ad un elettore non puoi dire “o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”, non stiamo mica giocando, stiamo parlando di qualcosa che è degli elettori, il diritto a decidere. Non solo e non tanto chi li deve “governare”, quasi fossero animali da cortile, ma chi può e deve rappresentarli, quale formazione politica è più vicina al proprio sentire, alla propria visione del mondo e dei rapporti che lo regolano. E poi quella stessa forza porterà il suo contributo nell’azione di governo, se sarà di maggioranza, anche mediando fra le posizioni delle altre compagini (che era poi lo spirito dell’Unione e del centro-sinistra prima della deriva veltroniana del “sonoefacciotuttoio”) o nel ruolo di opposizione. Il tutto attraverso il confronto e la discussione. Perché “noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia”, citando Pericle ed il suo discorso agli ateniesi. Sempre che la democrazia sia sostantivo, e non un aggettivo come un altro.

A margine di questo post, permettetemi di fare un breve appello al voto per la Sinistra l’Arcobaleno. Perché? Per difendere e tutelare i diritti dei lavoratori, perché il precariato non sia la misura della vita umana, per garantire l’esistenza di uno stato sociale e dei servizi pubblici ed universali quali la scuola e la sanità, per i diritti civili di tutti, indipendentemente dal dove sono nati o dal loro orientamento sessuale, per una Italia più equa e più giusta. E perché c’è bisogno di una forza di sinistra che sia rinnovata e forte. Il 13 e 14 aprile votate e fate votare la Sinistra l’Arcobaleno, grazie.


scritto da: olitarocco alle ore 14:48 | link | commenti (2)
categorie: politica, libertà di espressione
domenica, 06 aprile 2008

E in tanti scelsero di non partecipare…

            Ne ho lette e sentite tante di analisi su questa prossima tornata elettorale. Ognuno ha la sua diagnosi e ciascuno propone una propria cura. Ma spesso sfugge il dato (o forse lo si nasconde) che sempre di più sono coloro che a queste elezioni scelgono di non partecipare.

            Non sto parlando solo del fenomeno del “grillismo” (sul quale io rimango fortemente critico), ma di una serie di diverse situazioni in cui sempre di più sono coloro che dicono di non voler andare a votare. Per spiegarmi meglio prendo i casi della mia regione.

            Qualche tempo fa, il comitato civico “Per la montagna materana”, nato dalle lotte dei cittadini in difesa dell’ospedale di Stigliano, ha proclamato la propria astensione critica dal voto del 13 e 14 aprile, annunciando che tale defezione durerà fino a quando non saranno prese in considerazione seriamente e concretamente le problematiche di quell’area, quindi anche per le prossime elezioni che verranno negli anni futuri. In quelle stesse settimane, a Bernalda, il comitato “Cittadini Attivi” annuncia di non partecipare alle consultazioni politiche. Sempre a Bernalda, l’associazione “Libera Cittadinanza” dichiara la propria solidarietà con i “Cittadini Attivi” ed annuncia la propria astensione dal voto. “Loro non ci ascoltano e noi non li votiamo” è stato poi lo slogan di una manifestazione del comitato regionale “Per le 151 giornate”, un movimento di braccianti forestali che si propone l’incremento delle giornate lavorative di questi operai in Basilicata. A Policoro, il più grosso comune della regione dove si terranno anche elezioni amministrative, il gruppo di “Alleanza Popolare” annuncia anch’esso la propria astensione come strumento critico “per rispondere allo strapotere dei partiti”.

            Premetto subito, per me quella non è una soluzione. Ma difficilmente si può archiviare il tutto in modo superficiale definendola solo una pratica “qualunquista e populista”. Qui non stiamo parlando di persone deluse o tradite che decidono di non prendere parte al rito della democrazia elettiva al motto di “tanto sono tutti uguali”. Ci troviamo dinnanzi, invece, a gruppi organizzati che, criticamente e sistemicamente, annunciano di non voler partecipare al voto. A gruppi che “fanno politica” con un senso civico importante e che esprimono il proprio dissenso non esprimendo alcun voto.

            Le motivazioni sono le più varie, legate a problemi del territorio, di categoria, sociali, ma anche “politici” nel senso più comune. In alcuni casi l’astensione è frutto e figlia del sistema elettorale: cittadini che non amano questa legge elettorale e non intendono andare a votare per eleggere organigrammi di partito. Un sentimento acuito anche dalle stupidaggini sul voto utile: a non pochi sembra offensivo che non solo non si possa scegliere il candidato da eleggere, ma qualcuno debba dire loro anche per quale partito votare. Non si può sognare un modello americano a due partiti in fotocopia e poi lamentarsi che cominci a realizzarsi quello che è uno dei fenomeni più tipici di quel modo di fare politica: l’astesionismo. E se poi questo qui da noi è anche organizzato è testimonianza del fatto che la nostra democrazia è sostantivo e non la si può declinare a semplice aggettivo di partito.

            In più, spesso la “politica governante” sembra vivere da un’altra parte. La Basilicata, ci dice la ormai nota Zamparutti (si legga il post precedente), “è l’emblema del caso Italia, una regione stretta nella morsa della partitocrazia”. E “nella situazione di impoverimento generale, la Basilicata paga di più”. Colpa “della mala gestione della cosa pubblica”. La verità “è che tutti vorremmo essere liberi di esprimerci. Il problema è la gestione del potere pubblico che in Basilicata si esprime con maggiore durezza”. Ricordo nuovamente che Elisabetta Zamparutti è candidata in Basilica alla Camera dei Deputati per il Partito Democratico, fra le cui fila militano coloro che hanno governato e governano questa regione. Quindi, autocitandomi: ma a chi lo dite?

            Ma la Zamparutti è altoatesina, e quindi, forse, gli sarà sfuggito questo particolare. Quello che invece fa sorridere è che, a sentirlo parlare, deve essere sfuggito anche al presidente della Regione Vito De Filippo (Partito Democratico, candidato n. 6 al Senato in Basilicata), che in un comizio in Val d’Agri (la valle ricca di petrolio, dove però l’emigrazione è ancora il prodotto più tipico della zona), magnificava l’azione di governo e spiegava come, rinnovando la classe politica con il voto a Veltroni, le cose sarebbero andate meglio, e si sarebbe potuti anche continuare il buon lavoro fatto fin qui in Basilicata.

            Peccato però che il giorno dopo, in un dibattito organizzato dalla Conferenza Episcopale lucana (quindi non dai soliti “sovversivi”) il vice direttore dello Svimez, Luca Bianchi, spiegava come dalla Basilicata la crescita è ferma all’uno per cento e nel solo 2006 fossero andate via 4.000 persone (più della grandezza media dei comuni lucani) e come i giovani che decidono di restare in pochissimi casi riescono a raggiungere una situazione economica stabile in grado di consentire loro di “metter su famiglia”, depauperando, quindi, l’ultima vera risorsa rimasta al Sud: la risorsa umana.

            E chissà perché furon in tanti quelli che scelsero di non partecipare…   


scritto da: olitarocco alle ore 20:03 | link | commenti
categorie: politica, libertà di espressione
giovedì, 03 aprile 2008

Aizamm a voce

            “Se verrà la guerra, Marcondiro'ndero/se verrà la guerra, Marcondiro'ndà/sul mare e sulla terra, Marcondiro'ndero/sul mare e sulla terra chi ci salverà?/Ci salverà il soldato che non la vorrà/ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà”. Era con un estremo augurio di un briciolo di sanità mentale in un mondo sull’orlo della follia che Fabrizio De André apriva il suo pazzo “Girotondo” dell’album “Tutti morimmo a stento”. Il soldato che rifiuta la guerra come misura e sostanza della pace, la volontà di vita del singolo contro la spinta suicida delle folle stregate dal potere. Una speranza che anche nella canzone durava poco, e la guerra alla fine contagiava tutti, pure i bambini.

            Però che bel sogno. O realtà. Mentre le diplomazie non hanno la forza ed il coraggio per dire una parola forte contro quello che accade in Tibet, nemmeno per dire alla Cina “senti, se non la smetti subito ci veniamo alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, ma tutti con una t-shirt con su scritto ‘Liberate il Tibet’, e lo scriviamo anche su tutte le bandiere che esporranno le nostre squadre ed i nostri atleti”, un uomo ha deciso di intraprendere da solo la battaglia. Si chiama Bhaichung Bhutia, capitano della nazionale di calcio indiana. Bhutia avrebbe dovuto portare per un pezzo la fiaccola olimpica in rappresentanza del suo Paese, ma si è rifiutato. “Sono per la causa tibetana, quella fiaccola non la porterò mai”, ha detto. Evviva. Come dire, state massacrando i diritti civili in casa vostra ed a casa d’altri, non ho la forza per impedirvelo, ma non potete mica pretendere che mi piaccia pure.

            Certo come sarebbe bello poter dire alla Cina “noi veniamo alle Olimpiadi, ma ti grideremo dagli spalti e dai campi che non ti reputeremo uno stato civile fino a quando non rispetterai i diritti umani”. Di più, come sarebbe bello se potessimo dire alla Cina “noi non impediremo ai tuoi prodotti di giungere da noi, ma scriveremo sulle etichette la verità: prodotti senza alcun rispetto delle regole e dei diritti dei lavoratori”. Seee, magari.

            Perché non possiamo farlo? Perché loro direbbero: “si, prodotti senza regole, ma per le vostre aziende, che non si lamentano affatto”. E come potremmo dargli torto? Perché il tema è sempre lo stesso: se il rispetto dei diritti umani in Cina vale meno dei risparmi che le multinazionali realizzano attraverso la loro negazione…

            A farla breve, io ho una formazione socialista e, sull’esempio di Carlo Rosselli, intendo il socialismo come “amore ai problemi concreti”. Quindi anche alle risposte concrete. Cosa possiamo fare noi per dare un segnale concreto se vogliamo contrastare realmente la violazione dei diritti umani nel Paese del Dragone e le nostre democrazie nominali non intendono muoversi? Semplice, seguire l’esempio di Bhaichung Bhutia. Boicottiamola noi la Cina. Non guardiamo le Olimpiadi (mica muore nessuno), facciamo, come possiamo e quando possiamo, sentire il nostro dissenso (sui blog, sui siti internet, anche nei concertini dei gruppi adolescenziali se possiamo), e, soprattutto, compriamo meno prodotti cinesi o fatti in Cina (vorrei dire non compriamoli del tutto, ma so che è ormai impossibile). 

            Tranquilli, non si va all’inferno. E poi, non capisco perché nessuno si scandalizza se Cina, Corea e Giappone bloccano le mozzarelle di bufala perché ne hanno trovata una in Italia con tracce di diossina (che poi quelle che mangiano loro, credo, le facciano pure a Taiwan) ed invece si griderebbe al colbertismo se alcuni cittadini, spontaneamente, decidessero di non comprare più palloni fatti dai bambini o in un Paese che esegue centinaia di sentenze capitali all’anno e calpesta i diritti di altri popoli. Come dire, se le nostre diplomazie tacciono per tutelare le economie delle multinazionali almeno noi “aizamm a voce”, come direbbero i produttori di mozzarella offesi dall’atteggiamento di chi le “bufale”, e non quelle a pasta filata, le ha assurte a prodotto nazionale tipico.


scritto da: olitarocco alle ore 14:06 | link | commenti
categorie: libertà di espressione

Questo sito non è una testata giornalistica e non viene aggiornato periodicamente. Pertanto, non è soggetto alle norme della legge 47/78 richiamata dalla legge 62/2001 e successive.

Chi sono

Utente: olitarocco
Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte