"FiloPolitica"

sabato, 29 marzo 2008

Ma a chi lo dite?

“Non serve essere nati a Potenza piuttosto che a Bolzano per comprendere come gli interventi per migliorare le condizioni nel Sud avranno successo se accompagnati da una seria lotta non solo alla criminalità organizzata ma a tutte le forme di illegalità e di clientelismo”.

Lo scrive Elisabetta Zamparutti, radicale altoatesina candidata in Basilicata nella lista del Pd per la Camera dei Deputati. E come darle torto. Il clientelismo frena innegabilmente lo sviluppo economico nel Sud.

Ma scrivere, come fa la Zamparutti, che sarà inutile puntare al successo se prima non si elimineranno le forme di clientelismo significa anche ammettere che oggi quelle forme di clientelismo che lei propone di eliminare ci sono. Ora, siccome ci hanno insegnato, che il clientelismo è quella pratica attraverso cui qualcuno fa valere il suo potere politico e/o istituzionale per favorire qualcun altro, è chiaro che una simile affermazione chiama in ballo la classe di potere di un territorio. Inoltre la Zamparutti si candida in Basilicata e, credo, è al popolo lucano che rivolge quel messaggio, visto, inoltre, che quel messaggio è contenuto in un intervento che la stessa ha inviato agli organi di stampa locali e che è pubblicato su di un giornale regionale (“Il Quotidiano della Basilicata” di oggi, 29 marzo 2008, a pagina 9); quindi se l’assunto di prima è valido in generale, la Zamparutti in parte sottintende che anche in Basilicata vi sono fenomeni di clientelismo. Di conseguenza, per la deduzione di cui sopra, ad essere tirata in ballo dalle dichiarazioni della radicale e democratica è la classe di potere di quel territorio.

Mi chiedo, ma la Zamparutti lo sa o meno di essere candidata per il partito che annovera fra le sue fila chi ha governato la Basilicata da sempre? E se lei può dire di non esserci stata prima, per i suoi colleghi di lista ed i suoi amici di partito candidati al Senato la cosa sarebbe più difficile. Insomma, se la Zamparutti sembra sostenere che in Basilicata, come in tutto il Sud, ci sono stati fenomeni di clientelismo che hanno frenato lo sviluppo economico i suoi colleghi di partito che nel frattempo governavano la Regione dov’erano?

No, non è semplice dialettica da campagna elettorale. E’ che a sentire quelli del Pd in questa regione come in tutta Italia sembra che loro, fino a ieri, erano al mare o vivevano la politica da spettatori.

Un altro esempio lucano, per rimare “in terra”. All’apertura della campagna elettorale del partito di Veltroni, il giovane segretario regionale Piero Lacorazza ha osservato che quest’anno andranno a votare alle politiche per la prima volta i nati nell’89, data della caduta del muro. Gli stessi ragazzi che girando sulle reti mediaset nel 94 “cercando i Puffi o Lupin”, ha dichiarato nell’occasione il segretario democratico lucano, si imbattevano già negli stessi visi (Berlusconi, Bossi e Fini) che oggi si candidano a governare l’Italia, parlando di rinnovamento e necessità di cambiare. Giusto, è chi lo nega.

Ma gli stessi ragazzi in questa regione si troveranno a votare, per la prima volta, persone che quando loro nascevano già sedevano in consiglio regionale, o comunque stavano da tempo sulla scena politica lucana. Mi chiedo (retoricamente): può il segretario di un partito che voleva offrire la postazione di presidente regionale ad un politico che siede fra gli scranni del Parlamento da quando la patria Repubblica nacque, e che ha candidato in questa competizione chi governa ed ha governato questa regione fin dalla sua istituzione, accusare altri di “presentare sempre le solite facce”?  Verrebbe voglia di dire sia alla candidata alla camera che al segretario regionale del Pd, ma a chi lo dite?

 


scritto da: olitarocco alle ore 17:32 | link | commenti
categorie: politica
mercoledì, 12 marzo 2008

Il ballo dei debuttanti

Una volta in Italia c’erano le scuole di partito, penso a Frattocchie. Ma c’era anche un diverso modo di intendere la politica, come missione certo, ma anche come “lavoro”. E non era mica un brutto termine, almeno in quel contesto. C’erano i funzionari, i quadri ed i dirigenti di partito. Donne e uomini che dalla politica traevano anche sostentamento economico, e che alla politica si dedicavano a tempo pieno. Una volta. Ma quelli erano i “lavoratori” della politica. C’erano le sezioni, dove si imparava “la politica”. Le federazioni dove c’era il primo scambio di esperienze, e dove i quadri e i dirigenti insegnavano “la politica”. C’era tutto un mondo che viveva organizzato perché, da tutte le parti, si cercava di rendere la realtà e la società più simile all’idea che di questa si aveva.

Poi cominciò a farsi strada il termine “politico di professione”. Non più lavoratore, ma professionista, che è un’altra cosa. Professione liberale anche quella del politico. Non al servizio di un partito specifico, ma, troppo spesso purtroppo, della sola professione di politico in quanto tale. E’ in quanto professionisti, gran parte di loro hanno cominciato a svolgere tale professione non in virtù di un’idea (di ideologie nemmeno a parlarne, dato che la loro morte è da tempo gridata ai quattro venti) ma solo perché si era bravi nel farlo, indipendentemente dal campo in cui si prestava la propria opera.

Poi, forse gli eccessi, hanno fatto gridare allo scandalo, e tutti si è cominciati a dire “basta con questi politici di professione”. Si è detto basta con i politici di professione, si, ma si sono invece colpiti i lavoratori della politica. A questi, spesso, non è rimasta altra strada che cambiare aria, farsi da parte, togliersi dalla scatole perché non si vive di politica (ma già in quella fase “di politica” vivevano solo i professionisti e non più i lavoratori). Non toccava più a loro contribuire a mantenere in piedi i partiti. Anzi, gli stessi partiti non dovevano esserci più. Iniziò Berlusconi, fondando un partito fatto di club e non di sezioni, dove i leader e non i dirigenti ed i funzionari decidevano cosa era giusto fare e la base era sostituita da dei “tesserati-clienti”.

Ma l’ultimo e più significativo tassello di questa storia lo sta realizzando il Pd a guida Veltroni. Un partito senza stanze, un loft, perché già nel dato architettonico si capisca la inconsistenza, il suo carattere di partito virtuale e rituale. Virtuale perché evita tutte quelle pratiche “pesanti” dei partiti tradizionali, rituale perché si sostanzia continuamente e solamente in riti di democrazia fintamente partecipata che servono solo a ratificare decisioni già prese (si legga in ciò far votare i tesserati-clienti alle primarie con liste bloccate e decise comunque dai vari leader. Si, lo so, è come la legge elettorale con cui andremo a votare. Ma visto che lì non serviva il placet dell’opposizione, mi chiedo perché non se ne è usata una più partecipativa).

Insomma, a farla breve. Si è combattuta la politica di professione ed i professionisti sono rimasti tutti ma si sono fatti fuori i “lavoratori della politica”. Ed alla fine si è andati nel campo delle varie professioni a cercare chi candidare per dimostrare che non si faceva politica di professione. E così sono cominciati a spuntare candidati come se piovesse, provenienti da tutto lo scibile delle professioni: militari, calciatori, imprenditori, sportivi, scienziati, sindacalisti, nani e ballerine (come qualcuno avrebbe detto) e qualche operaio che fa sempre tendenza, specialmente dopo le tragedie sul lavoro di Torino o Molfetta. Ma, vi chiederete, in quelle liste, sia nel Pd che nel Pdl (perché non parlo degli altri? Hanno voluto puntare sul voto utile? Sul fatto che solo loro hanno il diritto di giocarsi la partita? Bene, tutte le critiche spettano a loro), i politici non ci sono più?

E qui casca l’asino. I professionisti della politica ci sono e come, e se guardate bene sono sempre gli stessi, i tanto amati “leaders”. E gli altri? Coreografia. “Sono totalmente e straordinariamente inesperta di politica” ha dichiarato ad una giornalista di Ballarò la capolista alla Camera del Pd per la circoscrizione Lazio 1, Marianna Madia. La giornalista, basita, le ha richiesto, dato che sarà eletta deputato della Repubblica Italiana, non capo condomino, “e come pensa di fare?”: “affidandomi” ha risposto la giovanissima capolista. Ah, ho capito. Ed a chi, di grazia? Ai vari Dalema, Veltroni, Bersani... “Affidandomi”, nel senso che quelli decidono e lei alza la mano, semplice no. Per alzare una mano non serve mica essere navigati statisti. Vale per la Madia, sia chiaro, ma vale per tutti. A questo punto, visto che a decidere, grazie alla pratica “dell’affidarsi”, saranno non più 25/30 persone in tutto il Parlamento, perché non ridurre a tanti il numero dei parlamentari effettivi. E gli altri? A casa. Perché se ti devi affidare, sorella cara, lo puoi fare pure da casa tua.

Avrà avuto tutti i difetti Mastella, ma almeno non si affidava. Così come Dini, De Mita e tanti altri. Voglio dire che era più giusto tenere loro? Niente affatto, solo che per sostituirli non era necessario ricorrere a chi conosce la politica come io conosco il cinese mandarino. Perché con questo gran ballo dei debuttanti non si è rinnovata la classe politica, si sono solo sostituiti quelli che potevano dare più fastidio con chi non conoscendo bene la macchina sarà più facile controllare, e nel frattempo si è liquidata qualche vecchia volpe grigia (leggi quelli citati prima) giusto per dare l’idea di “rinnovamento”. E poi dici che uno si butta a sinistra…bimba, alle urne.

 

PS: A proposito dell’equivalenza Pd-Pdl. Ieri Franceschini, stigmatizzando Berlusconi per la candidatura di Ciarrapico ha detto: “Nelle liste del Pd non c’è nessun fascista”. Già il solo fatto che il vice segretario di un partito che, in teoria, si pone a sinistra nel centro, senta il bisogno di fare un’affermazione simile per marcare la differenza con quello dell’avversario-competitor (perché così è più trendy), conferma l’ipotesi di “equivalenza”.  


scritto da: olitarocco alle ore 17:43 | link | commenti (1)
categorie: politica

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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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