"FiloPolitica"

mercoledì, 19 settembre 2007

Di casta in casta

Salve a tutti,

            e ben ritrovati. Sono stato assente qualche giorno: un po’ perché ho avuto da fare, un po’ perché in questi giorni a parlare su tg e giornali sono stati così in tanti che non mi sembrava il caso di aggiungere rumore al frastuono.

            Quello che però non riesco più a tacere è che sono disgustato da questa storia delle caste. La politica è casta (non certamente nel senso di pura ed immacolata), parola di Stella e Rizzo che, in un libro a quattro mani campione d’incassi, ne hanno dato ampie dimostrazioni. Poi Prodi ci dice che se la politica è ciò che è diventata lo si deve un po’ alla società. Di fatti, argomenta argutamente il presidente del consiglio, non c’è solo la politica ad autoriprodursi, ma anche un po’ tutte le professioni liberali: i figli dei medici sono medici (e dall’ateneo barese ci hanno fatto sapere come), quelli degli avvocati sono avvocati, quelli dei giornalisti sono giornalisti, e via discorrendo. Come dire: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

            Ora, ovviamente, mi dispiace per Prodi, ma questa idea l’avevamo già sentita. E con tutto il rispetto per i credenti nella parola del Salvatore, credo sia uno degli strumenti più usati ed abusati del controllo sociale. Senza voler rispolverare Foucault, è chiaro che un teorema del genere, “non giudicare perché sarai giudicato” o “non guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro” e tutta l’antologia disponibile, è un Giano Bifronte. Da una parte serve per dire ai potenti “attento, che la ruota gira” (ed è la parte che preferisco e quella che, credo, rappresenta al meglio le intenzioni di Colui che tali frasi ha pronunciato per primo); ma dall’altra parte, si trasforma in uno strumento formidabile nelle mani di quegli stessi potenti per mantenere “sicuro” il loro status ed il loro ordine sociale.

            Come? Se passa il principio che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra, solo chi è casto (nel senso, questa volta si, di puro ed immacolato) può accusare l’altro, e se, al contempo, l’essere peccatore, il commettere sbagli è connaturato con la realtà stessa dell’essere “umani”, allora il gioco è fatto. Nessuno dirà nulla a nessuno, nessuno avanzerà pretesa da nessuna parte e tutti vivranno felici e contenti, od almeno quelli che oggi contenti e felici già lo sono.

            Così mentre si accusano i politici di godere di privilegi questi replicano dicendo che anche giornalisti, manager, avvocati, notai, medici e professori ne hanno, così tirano dalla loro tutti questi. Poi sentiremo dire che non solo tutti questi liberi professionisti sono tutelati e godono di privilegi (e l’aver tirato in ballo per primi proprio i giornalisti aiuterà in questo), ma anche i sindacalisti che difendono soprattutto quei lavoratori più rappresentati nelle loro organizzazioni, i dipendenti pubblici perché più tutelati dei lavoratori del privato, i pensionati perché loro in pensione ci sono e forse i giovani non ci andranno mai. E poi passeremo a definire lobby i lavoratori che hanno un contratto a tempo determinato perché stanno meglio dei precari, gli operai alla catena di montaggio in aziende solide perché stanno meglio di quelli in cassa integrazione con la mobilità come unica prospettiva, ed i precari perché alla fine stanno meglio dei disoccupati. E siccome al peggio non c’è mai fine, continuando così, di casta in casta, sarà privilegiato anche quel mio amico, che ho incontrato ieri e che va verso la mobilità perché la sua azienda fallisce, perché lui vive in Italia e nell’Africa sub sahariana si muore letteralmente di fame. Come dire, i disoccupati italiani, con le loro garanzie sono casta come i politici. 

            Ora, io non sono un sociologo (nemmeno d’accatto, come Amato ama definire chi si permette di spezzare una lancia nei confronti degli ultimi), né un esperto di economia e finanza, né, tanto meno, ho letto il libro di Rizzo e Stella: ma così, ad occhio, casta per casta, non mi sembra che quel mio amico di cui dicevo poc’anzi sia appartenente ad un gruppo elitario, non mi sembra che lui sia uguale a, che so io, Berlusconi o Prodi, Montezemolo o Tronchetti Provera.

            Non ho intenzione di giocare a questo gioco in cui dobbiamo tutti essere parte del sistema. Non mi va che qualche politico mi dica che sbagliano i metalmeccanici Fiom a non approvare il protocollo del 23 luglio, perché così loro tendono solo a difendere posizioni di rendita. Ma quale rendita c’è nel lavorare una vita alla catena? Se otto ore vi sembran poche, si cantava una volta, provate voi a lavorare. In una società a caste chiuse, dove il figlio del notaio fa il notaio, quello del politico fa il politico e quello dell’operaio fa l’operaio, provate ad indovinare quale gruppo ci guadagna di più? Provate a pensare realmente chi ha da guadagnare di più nell’essere conservatore: i precari che lottano per un lavoro che duri di più di una confezione di yogurt, o i politici e gli economisti che insistono a dire che questo è il migliore dei mondi possibili? Chi non ha più nulla da perdere, o chi deve difendere il suo status?

            No, non sono sovversivo, cerco solo di guardare le cose sotto un angolatura diversa a quella della logica Gavazzi/Ichino o Veltroni/Tremonti. Tutto qui.

           

            PS: Potrei stigmatizzarlo con il silenzio, o porre l’accento sulle sue volgarità gratuite. Ma non mi piace vincere facile. Beppe Grillo non mi piace, non mi piace il V-day ed un po’, sotto, sotto, sentivo fin dall’inizio come sarebbe finita. Si parte dalla critica alla politica ed ai politici per arrivare ad affermare che l’unico che ne sarebbe capace è chi critica. Si lancia la proposta di liste civiche, si passa attraverso i blog e poi si arriva a fondare un partito nuovo nuovo. “Ma, mi si dice, una delle clausole per far parte delle liste col bollino “Grillo” è non essere iscritto a nessun partito”. E’ chiaro, ogni statuto di partito prevede che possano aderire solo quelli che già non fanno parte di un altro partito. E poi i blog somigliano ad altri luoghi con parola inglese noti al pubblico italiano: i club. Ecco perché ho smesso di scrivere sul meetup di Beppe Grillo di Matera: non voglio iscrivermi al suo partito, né far parte della sua conta.

            Grillo come Berlusconi? Be’, a parte i capelli. Comunque io non credo che il genovese somigli tanto al sire di Arcore, se non nel modello a cui tutti e due si ispirano, consapevoli o meno. C’è stato un altro uomo che in Italia ha cominciato a parlare male della politica e dei politici di professione, poi ha fondato un movimento sbraitando dai palchi ma senza sostenere nulla di diverso in concreto, poi ha teorizzato, e dopo messo in pratica per legge, la distruzione dei partiti, come Grillo, ed alla fine ha anche preso il potere. Erano gli anni venti, e di capelli, quel tale, ne aveva meno di Berlusconi.


scritto da: olitarocco alle ore 16:12 | link | commenti (2)
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lunedì, 03 settembre 2007

Ci garantirà ancora la Costituzione?

Salve a tutti,

            e ben ritrovati dopo questa mia lunga assenza, dovuta un po’ alle ferie agostane un po’ alla mancanza di voglia di mettermi a scrivere.

            Domenica sono andato a vedere Sicko, il film di Michael Moore sul sistema sanitario statunitense. O meglio, sulle storture e sulle inciviltà di quello che l’Oms giudica essere il peggiore sistema sanitario dei paesi occidentali. No, non voglio parlare dell’opera del regista più simpatico d’America, anche se ce ne sarebbero di cose da dire. Quello che mi ha colpito del film è la sua ricostruzione storica; quando Moore ci racconta che l’idea di dare la sanità in mano ai privati delle assicurazioni nacque ai tempi di Nixon e fu supportata, riassumo per andare veloce, dalla idea semplice, quanto rozza ed errata, che il sistema pubblico era il primo passo verso il socialismo, in sostanza ci dice un’altra cosa. Il nemico numero uno di Bush, ci dice che lo stato più liberista ha cancellato la sanità pubblica perché era più conveniente darla in mano alle assicurazioni (che sapevano sdebitarsi con i tanti politici). Ma ovviamente Nixon ed i suoi si guardarono bene dal far capire al popolo americano che la convenienza non era tanto per le casse dello stato, ancor meno per le tasche dei contribuenti, ma per le assicurazioni. E per chi se no?

            E quel tema oltreoceano è stato svolto correttamente per quarant’anni, demolendo progressivamente ogni minimo residuo di welfare. Secondo la logica (di pancia più che di testa) che il mercato è la cosa più “giusta e buona che ci sia” e che lo Stato non può pagare, strozzando i contribuenti, per chi, per sua colpa, non è in grado di badare a se stesso. Meno intervento dello Stato, più libertà: un’equazione per me incomprensibile, ma forse solo perché sono prevenuto nel mio affannarmi nel vedere l’onnipresenza della mano degli interessi privati dove manca quella del pubblico. Retaggi di chi è cresciuto nella Prima Repubblica.

            Ora, tornando agli Usa, se per quarant’anni questo credo nelle capacità illimitate del libero mercato è stato indiscutibile, l’altro giorno, di colpo, è sembrato vacillare. Bush ha dichiarato che c’è bisogno di un intervento pubblico per non consentire che la crisi dei mutui subprime strozzi milioni di americani che vogliono solo affermare il loro “diritto all’abitazione”. Troppa grazia? Macché, a Bush e Co. non interessa minimamente se il signor Brown non può più pagare il mutuo. Né in quelle parole c’erano reviviscenze keynesiane. Semplicemente, l’inquilino della Casa Bianca corre in aiuto dei suoi amici finanzieri che ora rischiano l’osso del collo. Perché hanno cartolarizzato le rate dei mutui dei tanti signori Brown, promettendogli miracoli ed ingannandoli. Ed ora che gli sprovveduti sottoscrittori di quei subprime non riescono a pagare il fio dei loro sogni, e che le tante case pignorate ritornate sul mercato hanno fatto crollare i prezzi delle stesse al di sotto del valore dei rispettivi mutui, non sanno come uscirsene senza rimetterci. E quindi sia il governo del paese del “vangelo del mercato”, sia la sua banca centrale pensano a come aiutare gli sventurati cittadini e, al contempo, anche a ritoccare all’ingiù il costo del denaro.

            Anche gli amici al di qua dell’Atlantico hanno messo mano al portafogli, e la Bce ha mollato qualche centinaio di miliardi di euro per aiutare i guai fatti dagli spericolati agenti di Wall Street, benedetti dai tanti interessati dirigenti delle lautamente indirizzate agenzie di rating. Ora, se si tratta di far andare in pensione gli operai dopo anni di catena di montaggio o di adeguare un contratto collettivo, la Bce ed i tanti economisti saltano sulla sedia e ci dicono che non ci sono soldi e che non è pensabile rinunciare nemmeno per ipotesi agli altissimi tassi di interesse; se invece sta per fallire qualche banca o istituto di credito (e lasciate perdere la storia dei risvolti sull’economia reale, anche le pensioni e i contratti collettivi hanno ricadute sull’economia reale, nonché sulle persone reali, ma alla Bce non è mai interessato) perché qualcuno è stato ingordo ed ha voluto speculare sull’american way of life, ecco che spuntano soldi e teorici di quanto sia importante l’intervento pubblico e quello delle banche centrali a correggere il mercato.

Allora si può! Si può scucire qualche euro alle banche centrali! Si possono superare le teorie de “il mercato prima di tutto”! Si può bruciare in due ore 100 miliardi di euro senza che per forza, come ci dicono ogni volta che tocca a noi avere qualcosa in più, tutta la baracca crolli! Può Cuba, come ci dice nel film di Moore la figlia di Che Guevara, offrire assistenza sanitaria gratuita per i suoi cittadini!

            Domande: se Cuba può, come si chiede la stessa Guevara, perché gli Usa non possono? E perché noi in Italia non potremmo offrire ancora un sistema pensionistico pubblico? Quanto manca a che le assicurazioni si impossessino della sanità italiana? 

            No, in Italia non succederà, la sanità resterà pubblica ed universale. Ci garantisce la Costituzione. O no?


scritto da: olitarocco alle ore 21:47 | link | commenti (4)
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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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