"FiloPolitica"

venerdì, 25 maggio 2007

Pochi strumenti per molte idee: comitati e consulte

Salve a tutti,
            ieri ho chiuso l’articolo rimandando alle idee della democrazia partecipata. Poi ci ho riflettuto, e mi sono ricordato che qui a Matera per molto tempo tali temi sono stati al centro del dibattito politico cittadino.
            Si giunse anche ad approvare il regolamento per i comitati di quartiere, un primo strumento per “fare democrazia”, per ampliare al massimo la partecipazione dei cittadini alle vicende dell’amministrazione della res pubblica. Rendere esecutivi questi comitati di quartiere dovrà essere uno dei principali obblighi per la prossima amministrazione comunale, per garantire la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita politica ed amministrativa della propria città.
            Non c’entra niente in ciò il colore o le idee di chi si troverà ad amministrare questa o altre realtà; quello che oggi è un’esigenza sempre più espressa e manifestata è la partecipazione. Non la partecipazione di facciata, però, come le primarie svolte solo per individuare i leader. Non i bagni di folla plebiscitari per questo o quel “capetto” locale o nazionale che, con il sigillo delle primarie, si ritiene investito dalla delega a tutto ed insindacabile. No, la partecipazione quotidiana, presente. Le primarie non solo per scegliere il candidato sindaco, ma anche per votare la variante al piano regolatore generale, ai piani particolareggiati, alle manovre di bilancio. Il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte più importanti della vita amministrativa: il futuro che è un ritorno al passato, alla polis dei tempi di Pericle.
            Ed in quest’ottica diventano strumenti importanti di democrazia partecipata anche i comitati di quartiere regolamentati a Matera. Ora però bisogna vigilare a che essi non rimangano lettera morta o, cosa forse ancora peggiore, divengano uno strumento solo formale della democrazia reale. Quest’ultimo caso sarebbe infatti la condanna definitiva di un tale istituto, e spingerebbe ancora di più verso un allontanamento dalla Politica, favorendo le facili pulsioni populiste e qualunquiste di cui sempre più spesso se ne scorgono rigurgiti e reviviscenze.
Strumenti simili devono invece svolgere funzioni di proposizione e discussione, con l’impegno da parte dell’amministrazione di turno, a tutti i livelli, di impegnarsi nell’ascolto e nell’accoglienza delle istanze che da quegli stessi consessi dovessero giungere. Non basta garantire la possibilità di “dire la propria”; è necessario l’impegno a discutere le proposte che arrivano dai cittadini, magari immaginando di estendere a simili strumenti democratici alcune funzioni dei gruppi politici costituiti nelle istituzioni, quale, ad esempio, quella di presentare interrogazioni, mozioni ed ordini del giorno da discutere nelle sedi preposte.
Accanto a ciò, non va dimenticato poi tutto il mondo dell’associazionismo, che spesso nelle realtà locali, come pure qui a Matera, è una realtà presente e vivace. Si potrebbero istituire degli organi consultivi e di confronto con queste realtà. Si potrebbe immaginare in ogni realtà locale una consulta delle associazioni che, ben più funzionale e operativa di un forum, potrebbe ricoprire di questo il ruolo di confronto e discussione, aggiungendo, però, alle proprie prerogative, quella di proporre e presentare al consiglio od all’amministrazione locali nelle quali si trovano ad operare le stesse associazioni progetti concreti e attività che si intendono realizzare. Anche qui è però necessario che gli amministratori di turno si impegnino a recepire tali proposte, garantendo alle stesse la massima attenzione, magari pensando, anche in questo caso, di poter trasformare le richieste che dovessero giungere in punti all’ordine del giorno o in mozioni da discutere nelle sedute del consiglio comunale. Potrebbe essere questa, ad esempio, una delle funzioni da attribuire all’assessore o al consigliere delegato alla “democrazia parteciapata”.
In tutti i casi, ascoltare non basta più. E’ importante, certo, è il primo passo, ma non esaurisce in sé il percorso da fare. E’ necessario che la Politica si ponga e si rimetta quotidianamente in discussione, che sia disposta a rimettere in gioco le proprie certezze, affrontando continuamente le esigenze e le richieste dei cittadini e facendole proprie, oggetto di attenzione e discussione: perché le proposte e le esigenze che giungono dai cittadini sono le uniche e vere proposte ed esigenze della Politica. Altre non ve ne sono.

scritto da: olitarocco alle ore 11:22 | link | commenti (3)
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giovedì, 24 maggio 2007

Piccoli passi per la salute dell’ambiente, e quella delle finanze pubbliche e private

Salve a tutti,
            in tema di caos climatico e pericoli di surriscaldamento della Terra siamo tutti impegnati, secondo le nostre capacità, a pensare cosa potremmo fare per evitare il disastro ecologico. E ci si va giù pesante anche per trovare le soluzioni, e non sono pochi coloro che su tali ragionamenti mandano spesso il cervello all’ammasso.
            Non sono pochi, poi, neppure i casi in cui dobbiamo ascoltare improbabili soluzioni d’ogni tipo: dall’arcadica via del ritorno alle caverne alla sostituzione hic et nunc di tutta la nostra tecnologia con altra tipo Star Trek ma ancora allo studio degli scienziati, fino alla possibilità di usare dei giganteschi Pinguino Delonghi per rinfrescare tutta l’atmosfera del pianeta, alimentati ad energia solare, ovviamente.
            E mentre ci lambicchiamo il cervello su queste ipotesi più fantasy che ambientaliste, le nostre lampadine a resistenza continuano ad illuminare le notti. Si, perché spesso pensiamo alla soluzione più complicata per dare una risposta alle cose grandi, ma dimentichiamo che ogni strada si percorre un passo alla volta. Ricordate quando parlavo della saggezza dei nostri avi e di come già lì fosse insito il seme del “riformismo”? Bene, quello che vale per l’economia e la società non può non valere per l’ambiente.
            Quindi, perché non cominciare dalle piccole cose? Un esempio è dato da quanto ciascuno può fare a casa e da quanto, anche l’amministratore di una cittadina quale può essere Matera (mi scuserete, ma se devo fare un riferimento a realtà concrete parto da quelle dove mi trovo quando scrivo; ovviamente questo esempio vale per tutti i luoghi del Pianeta), può fare per il Mondo intero.
Si possono mettere a punto piccoli interventi per risparmiare energia, non sono necessarie grandi operazioni. Ma dai piccoli interventi, spesso, possono derivare importanti ricadute positive. Avete presente le ultime campagne di sensibilizzazione al risparmio di energia? Hanno di buono il fatto che ci fanno notare come, con pochi accorgimenti, si può contribuire alla diminuzione del costo della nostra bolletta energetica, con importanti ricadute in tema di salvaguardia ambientale.
            Anche in una media città come Matera, appunto, questi piccoli interventi possono essere utili. Pensiamo a quanto si potrebbe risparmiare sostituendo le lampadine e gli impianti della illuminazione pubblica e degli uffici municipali con altri a migliore rendimento energetico. Oppure dotando l’intera “macchina amministrativa” di strumenti e mezzi a basso consumo. O ancora, dando corso a progetti per il miglioramento della resa energetica degli edifici pubblici, dotandoli di accorgimenti tipo pannelli solari e migliori coibentazioni, in grado di diminuire la loro richiesta di energia.
Nessuno di questi interventi, da solo, sarà mai capace di arrestare in un batti baleno il surriscaldamento del Pianeta. Ma se lo facessimo tutti potremmo, oggi, già cominciare a consumare il 30 per cento in meno di energia. Un terzo delle nostre risorse sarebbero subito tutelate, e senza fare intervenire il G8 o l’Onu.
E se torniamo all’esempio di una cittadina come Matera, ma anche in altri contesti più ampi o più ristretti, dalla metropoli, alla piccola azienda fino a casa nostra, tali piccoli accorgimenti potrebbero esser utili non solo per la salvaguardia ambientale, per la salute del Mondo, ma anche per migliorare la salute delle rispettive risorse finanziarie.
Se pensiamo a quanto i municipi, le aziende o le singole famiglie, spendono per le “bollette” possiamo immaginare quanto si potrebbe destinare ad altre attività, se solo si riuscisse a risparmiarne un buon 30-35 per cento. E’ se a risparmiare fosse la Pubblica Amministrazione, magari potrebbe utilizzare e reinvestire queste stesse cifre per promuovere l’adozione di “politiche del risparmio energetico” fra i cittadini e le aziende.
Sono piccole cose, ma possiamo farle tutti, ognuno per la sua parte. Chiamatela pure logica dell’I Care, se vi và, ma in fondo è il vero senso della democrazia partecipata: partecipare ed attuare direttamente le scelte che vogliamo che il Mondo e la Politica pratichino ed attuino.

scritto da: olitarocco alle ore 12:46 | link | commenti
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mercoledì, 23 maggio 2007

Non di sola Università vive la formazione

Salve a tutti,
            spesso l’Università viene concepita come l’unica eccellenza formativa di cui una città può vantarsi. Ecco allora la competizione che si scatena fra cittadine confinanti, ognuna interessata a portare dentro le proprie mura un Ateneo, non importa con quali corsi di laurea.
            Ed ecco quindi poi che nel giro di qualche centinaio di chilometri si hanno tre o quattro facoltà di giurisprudenza, di lettere, di lingue straniere. E non sempre con risultati positivi per quanto concerne il livello della formazione degli studenti.
            Vi sono però delle realtà formative, altrettanto importanti come l’Università, che però paiono snobbate dalle attenzioni delle città e degli enti locali. Sono le scuole di Alta Specializzazione, gli istituti preposti alla formazione post universitaria e specialistica che, in molti casi, sono forse più utili e necessari delle stesse Università.
            In più, poi, queste scuole di specializzazione possono contribuire ad un ripensamento generale dei luoghi della formazione, dell’importanza delle location (per usare un termine caro ai cineasti) all’interno dei processi formativi. Immaginando di delocalizzare alcune specificità formative rispetto ai siti delle formazione tradizionale, infatti, si può pensare di avvicinare le tappe finali di un cursus di formazione ai territori ed ai contesti dove quegli stessi argomenti studiati possono essere accostai al meglio, e nel modo più consono, alle realtà dei fenomeni.
            Pensando a ciò la mia mente non può non correre alla città dove vivo. Matera, infatti, può rappresentare in tal senso un vero e proprio caso emblematico della possibilità di trasferire i corsi di alta specializzazione e di formazione post universitaria nei luoghi e nei contesti dove meglio si possono verificare le nozioni studiate. Ed in parte qui già sta accedendo, con l’istituzione da qualche anno della scuola di specializzazione in Archeologia, che offre ai propri studenti la possibilità di riscontrare subito, vivendo in una città d’arte, l’importanza dello studio e della conoscenza del patrimonio culturale di un territorio.
            Sulla scorta di ciò, e con l’impegno effettivo e puntuale che ci deve essere da parte degli enti locali, Comune in primis, si potrebbe pensare, mi riferisco sempre a Matera per continuare sull’esempio iniziato, a realizzare scuole di specializzazione in materie quali l’Astronomia o la Geologia, o l’Ingegneria e l’Informatica ad esse applicate, potendo contare sulla presenza nel territorio di un centro di studio quale quello di geodesia “Telespazio”, oppure l’Economia e la Gestione di Impresa legate allo studio dei distretti industriali, di cui quello del mobile imbottito è uno degli esempi più completi a livello nazionale. Ciò può contribuire, poi, oltre che alla crescita delle istituzioni formative sul territorio, anche ad una migliore conoscenza e studio del territorio stesso, con ovvie ricadute positive per quanto concerne la programmazione e la progettazione degli interventi da attuare. E tornando all’esempio del distretto dei salotti, anche approfondire le cause delle attuali difficoltà per meglio mettere a punto strategie per migliorare la situazione.
Matera, ad esempio, può diventare un polo di eccellenza per la formazione nel sud Italia, collaborando per incrementare e migliorare l’offerta formativa delle università meridionali. Si potrebbe, quindi, visto che il tema dell’Università sta divenendo centrale anche nel dibattito politico della città e della regione, pensare di collaborare con le altre Università, lasciando ad esse tutta la formazione di base e destinando alle strutture che potrebbero nascere nella Città dei Sassi la parte finale del processo di formazione, l’affinamento delle menti e delle culture, insomma.
Questo, poi, e qui mi riferisco soprattutto al caso di una scuola di specializzazione in materie economico/gestionali, potrebbe essere un vantaggio che la Politica (intesa come attività di attenzione verso la polis) fa al territorio ma anche a sé stessa. Al territorio perché fornirebbe la città di Matera di importanti strutture di formazione e di crescita culturale. A sé stessa perché da queste possono venire importanti analisi delle problematiche e delle risorse del “sistema territorio” e fondamentali indicazioni sul dove e come intervenire per eliminarle e favorire la crescita del comparto locale.

scritto da: olitarocco alle ore 12:05 | link | commenti
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martedì, 22 maggio 2007

Open source, freeware e risparmio di risorse pubbliche

Salve a tutti,
             si pensa sempre che per risparmiare, per snellire i bilanci delle amministrazioni pubbliche siano necessarie grandi manovre, stile le finanziarie da Colossal a cui ci ha abituato Padoa Schioppa. Certe volte, invece, può bastare meno, molto meno.
            Il freeware, ovvero il software libero da diritti proprietari ed aggiornabile in open source, totalmente modificabile ed adattabile alle più diverse esigenze, potrebbe essere una risposta. Non la sto inventando qui, direttamente su due piedi. Una prospettiva simile era già prevista nel programma dell’Unione, presentato da Prodi agli elettori, e che vedeva una importante possibilità di risparmio nell’utilizzo di programmi senza licenze per la Pubblica Amministrazione.
            Risparmio, si, ma quanto? Be’, se un provvedimento in tal senso fosse adottato in scala nazionale e per tutta la PA si stima che potrebbero essere messi da parte ben 3 miliardi di euro. Un decimo della maxi finanziaria di Padoa Schioppa, un terzo del tanto decantato “tesoretto”. Non c’è male, eh?
            Ma capisco che a livello nazionale ciò sia non poco difficile da attuare. Nelle PA locali, però, la cosa la vedo più facile. Per esempio in Puglia il gruppo consiliare di Rifondazione alla Regione si è fatto promotore di una proposta di legge in tal senso. Nel ddl regionale proposto dal partito di Bertinotti in Puglia è stato anche stimato che, in tutto il Paese, quasi un miliardo viene speso per programmi e licenze dalle sole amministrazioni locali. Numeri da capogiro.
            Innovazione tecnologica e risparmio, dunque. E perché non pensarlo su scala ancora più ridotta? Perché non immaginare di alleggerire la pressione sulle casse e sui fondi anche in un comune di una cittadina come Matera, ad esempio. Ora è chiaro che i numeri da vertigine di prima in questo caso andrebbero a ridursi per impatto ed importanza. Ma è altrettanto chiaro che, riducendo il tutto in scala, in una città come Matera sarebbe possibile avere un provvedimento con una portata, in rapporto, ugualmente significativa. Si potrebbe quindi immaginare la ratifica di un regolamento comunale che sancisca l’adozione di un altro modello di impiego e di realizzazione di software, passando da quello proprietario, costoso, non modificabile e con licenze di utilizzo a pagamento, a quello in open source, adattabile alle più diverse esigenze dell’utilizzatore.
Si potrebbe poi pensare che il Comune si faccia portatore dell’esigenza di utilizzo di un simile sistema a livello regionale, in modo da poter mettere in rete le esperienze e migliorare la funzionalità e la fruibilità di sistemi gestionali ed organizzativi per le amministrazioni pubbliche. 
Credo che i fondi così risparmiati potrebbero servire a fare altre importanti attività, senza dover attingere ancora alle tasche dei contribuenti. Poco? Be’, i numeri al livello nazionale li ho dati, fate le proporzioni, ma le percentuali di incidenza di quei costi sugli strumenti finanziari non si allontano di molto da quelle che ho citato per il sistema Italia.
Nessun provvedimento “rivoluzionario”, nessuna “cura” istantanea, ma il vero senso del riformismo, come ci il grande Federico Caffè (in La solitudine del riformista): “Il riformista è convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un ‘sistema’ di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito di apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni ad una sempre rinviata trasformazione radicale del ‘sistema’”.
Che altro non è, poi, se non l’antica saggezza contadina, quella che insegnava a procedere verso una meta “un passo alla volta”.

scritto da: olitarocco alle ore 09:45 | link | commenti
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lunedì, 21 maggio 2007

Microcredito: dal Bangladesh a casa nostra

Salve a tutti,
            riflettevo qualche giorno fa sulla geniale intuizione di Muhammad Yunus, filantropo (perché non so definirlo diversamente) ed economista che ha ben pensato di contribuire alla crescita della sua terra, il Bangladesh, aiutando con piccoli, a volte piccolissimi, finanziamenti i suoi conterranei.
            Finanziamenti, non elemosine. Yunus, infatti, ha per anni prestato dei soldi a dei lavoratori che, con questi piccoli fondi, hanno potuto accrescere la loro attività, creando benessere per loro e per altri e, spesso, riuscendo anche a restituire il capitale (ma è un termine spropositato) ricevuto da Yunsu. “Finanziamento etico”: è questo il nome che Yunus ha dato al suo sistema creditizio.
            Piccole somme per comprare una piccola barca ad un mercante sul fiume, un nuovo carro per un commerciante, nuovi strumenti per un artigiano, per pagare i primi mesi d’affitto di un locale da adibire a laboratorio o bottega. Piccole cose, ma spesso indispensabili, ed in quei territori impossibili da concretizzare. La differenza fra Yunus ed una tradizionale banca? Che il primo non strozzava i suoi beneficiati con interessi vertiginosi e non li impelagava in una selva di garanzie per loro impossibili da presentare.
            Un giusto, come lo definirebbe la tradizione ebraica. Tanto giusto che anche a Stoccolma si sono accorti di lui e gli hanno concesso il Nobel per la pace. E che ne ha fatto il nostro Muhammad dei soldini avuti dalla fondazione Nobel? Li ha reinvestiti nella sua attività di “finanziatore etico”.
            Un applauso sentito a Yunus.
            Ora però mi chiedo: ma ci voleva così tanto? Mi spiego meglio. Noi qui in Basilicata e nel sud Italia ci lamentiamo continuamente della mancanza di possibilità, delle infrastrutture non all’altezza, di un tessuto economico non proprio forte, di ataviche e tradizionali debolezze dei settori produttivi, eccetera, eccetera, eccetera. Ma in Bangladesh, credo, non è che stiano meglio. Eppure là un tizio qualsiasi è riuscito ad inventarsi e mettere su un sistema dalla semplicità disarmante, in grado di sostenere e divenire attore della crescita economica e produttiva.
            Qui, invece, siamo schiavi e sottomessi al sistema bancario tradizionale, alle spietate regole del mercato, incapaci di rilanciare una funzione etica in grado di sostenere la crescita autopropulsiva del territorio. Certo non si può chiedere alle banche di investire “al buio” come ha fatto Yunus; non lo farebbero mai.
            Le banche no, ma forse la politica si. Credo, ad esempio, che nel territorio materano, dove io vivo, per stimolare l’autoimpiego e la nascita di piccole imprese artigiane e di trasformazione di produzioni agricole ed agroalimentari sia necessario che l’azione politica investa sulla messa a sistema di strumenti di microcredito per le imprese e, soprattutto, per i giovani imprenditori.
Potrebbe essere una piccola cosa, ma sicuramente è una strada percorribile dai comuni, come quello di Matera, per continuare con gli esempi concreti, che, in analogia con quanto già fatto in Italia da diversi enti locali, potrebbe dar vita a protocolli d’intesa con istituti di credito per favorire la concessione di piccoli finanziamenti ad imprenditori che operano, o intendo operare, nel tipico e nelle produzioni di qualità locali.
Queste forme di microcredito, associate alle potenzialità spesso ancora inespresse delle produzioni tipiche dei tanti territori italiani, come appunto quelle materane, può consentire l’innescarsi di meccanismi virtuosi, capaci di generare e sostenere la piccola imprenditoria locale.
Il territorio in cui vivo sconta sicuramente non pochi ritardi e problemi, è inutile e dannoso nasconderselo. Ma se un simile meccanismo ha funzionato in Bangladesh, penso, può funzionare anche qui: non credete?
Lo strumento del microcredito, quindi, sicuramente potrebbe concorrere, a Matera, in Basilicata e nel sud Italia, ad incentivare e sostenere la rete delle piccole imprese locali ed ingenerare duraturi e proficui processi di autoimpiego, specialmente giovanili.
E per una volta dal sud del continente asiatico, invece che merci e prodotti finiti, potremmo importare un ben più fruttuoso e complesso strumento finanziario: il finanziamento etico, appunto.

scritto da: olitarocco alle ore 11:57 | link | commenti
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martedì, 15 maggio 2007

Questioni di sensibilità diverse

Salve a tutti,
            partecipando alle discussioni sul blog di Beppe Grillo sulla città di Matera (http://beppegrillo.meetup.com/159/boards/) qualcuno ha voluto accusarmi di trasformismo, perché da iscritto e responsabile di Uniti a Sinistra mi sono candidato nella lista “La Sinistra per Matera”, all’interno del centro sinistra alle prossime comunali cittadine, sostenendo la candidatura a sindaco di Franco Dell’Acqua.
            Credo, ma è una mia opinione, che, come anche lì ho scritto, “trasformista” sarebbe stato candidarmi nel centro destra. Credo, inoltre, che un’associazione come Uniti a Sinistra debba stare là dove ci sono le altre forze della sinistra, proprio per avere più possibilità di raggruppare le stesse forze politiche. Non capisco il senso dell’accusa di trasformismo.
            O meglio, non l’ho capito subito. Si, perché poi ho capito che colui che mi attaccava era un militante del Prc, candidato alle stesse competizioni elettorali nel Prc ma a sostegno di un altro candidato a sindaco, Raffaello Giura Longo. Tutti e due candidati, solo che su quel blog io ci ho messo, come è mia abitudine, la faccia e la firma sotto le cose che ho detto, lui no. Questioni di sensibilità diverse.
            Sono candidato nel centro sinistra, e non è un mistero. Nel centro sinistra ho sempre creduto e nel centro sinistra ancora credo. Credo anche nella necessità di unificare a sinistra le forze progressiste, al di là di quelle che possono essere le differenze di aggettivazioni e identitarie. Chiariamoci, le identità sono importanti, ma non possono diventare un argine allo stare insieme. Se pensiamo ad un processo in grado di unificare tutte le forze della sinistra che si rivedono negli ideali del socialismo, del comunismo, dell’ambientalismo, dell’altermondismo è chiaro che usare un aggettivo, che per sua stessa natura escluderebbe gli altri, non è una strada percorribile.
            Ecco perché credo che ormai il progetto di Sinistra Europea stia venendo fuori con tutti i suoi limiti, ma ecco anche perché non concordo con Boselli sulla necessità di rilanciare una Costituente Socialista. Mi auguro la nascita di un solo cantiere, della sinistra senza aggettivi, che sia in grado di andare oltre le differenze rispettive, ma che da queste tratta forza e sostanza. Io non sono mai stato iscritto ad un partito comunista, non ho intenzione di rifondare nessun comunismo, e mi riconosco in quel socialismo delle origini e nel socialismo di Lombardi, in grado di affrontare i cambiamenti della Storia e della società senza mutare la propria radice e la propria sostanza.
            Ma non voglio parlare di situazioni politiche in generale. Mi preme oggi tentare di dare una risposta a quello che, a mio giudizio, qui a Matera sta accadendo. La fuoriuscita del Prc è particolare. Il Prc, in Basilicata ed in Provincia di Matera, è ancora oggi ancorato, in molte situazioni, all’idea di centro sinistra. Per farla breve, vorrei solo ricordare che il Prc è in opposizione alla Regione (ma rimanendo saldamente ancorato alle postazioni acquisite quando, fino a qualche mese fa, era ancora maggioranza: presidenza di commissione bilancio, presidenza ente parco regionale di Gallipoli Cognato, presidenza commissione lucani all’estero); è maggioranza (ed è in giunta) al Comune di Potenza, alla Provincia di Potenza ed alla Provincia di Matera; è opposizione nella competizione elettorale al Comune di Matera ma è unito al centro sinistra nelle competizioni elettorali in molti altri comuni della Regione. Io sarei disorientato, voi?
            Credo che chi mi ha accusato di trasformismo pensava che Uniti a Sinistra, lavorando spesso con Rifondazione di quest’ultima fosse proprietà. Se è così, sbaglia.
            Ad onor del vero, c’è anche un altro candidato sindaco che è appoggiato, al di fuori del centro sinistra, da un altro partito di centro sinistra. Tito Di Maggio, questo il nome del candidato, è sostenuto anche da Italia dei Valori. Pure qui il discorso è speculare: come mai Italia dei Valori fa il diavolo a quattro per far parte della giunta regionale in Basilicata e non ritiene che si debba stare col centro sinistra alle competizioni amministrative a Matera?
            Ma soprattutto, perché mai sia gli uni che gli altri, in questi anni di amministrazione comunale a Matera, dove pure avevano dei propri rappresentanti, queste posizioni non le hanno assunte tanto apertamente?
            Io rispetto tutte le posizioni, rispetto le posizioni assunte da Di Maggio e Giura Longo (peraltro persone squisite), rispetto le valutazioni fatte dai due partiti, ma non consento a nessuno di darmi del trasformista.
            Anche perché io nel centro sinistra ci credo. Abbiamo convinto le persone a votarlo cinque anni fa al comune, lo scorso anno alle politiche, e prima ancora alle regionali ed alle provinciali: perché oggi dovremmo così tanto rinnegare il passato recente? Quindici anni di amministrazione di centro sinistra (tanti sono stati a Matera) hanno creato dei problemi alla città? Può essere, la mia non è una posizione acritica a riguardo. Non sempre si è operato per il meglio? E chi dice il contrario!
            Dico solo che ci abbiamo creduto ed io ci credo ancora. Dico che io sostengo ancora il centro sinistra, con tutte le difficoltà. Dico che ci metto ancora la faccia perché ancora credo che il centro sinistra possa far bene. E se gli elettori non ci daranno più la fiducia? Be’, allora dovremo riflettere, e avremo tutto il tempo all’opposizione per farlo. Nessun dramma, nessuna tragedia. Ci abbiamo creduto e ci credo. Se il popolo mi da torto il popolo ha comunque ragione, punto.
            Non vorrei però che nell’essere tanto critici al centro sinistra, come quelli di cui prima, si nascondesse invece la volontà di rifarsi una coscienza immacolata all’ultima ora. 
            Non rinnego quello che il centro sinistra ha rappresentato e rappresenta, con tutti i problemi annessi, ed ecco perché mi ci rimetto in gioco ancora una volta insieme, davanti agli elettori a chieder loro di giudicare quello che abbiamo fatto e di sostenere quello che potremmo essere in grado di fare. Ci bocceranno? Lo accetterò e non mi sottrarrò alle critiche allontanandomi all’ultimo minuto. Io, personalmente, sono stato interista anche negli anni in cui si perdeva. Altri no. Questioni di sensibilità diverse.

scritto da: olitarocco alle ore 12:43 | link | commenti
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giovedì, 03 maggio 2007

Il peccato originale della satira

Salve a tutti,
            e scusate l’assenza, ma credetemi, ho avuto un mese alquanto complicato e complesso, per non dire “pieno”.
            Oggi, però, vorrei parlare del peccato originale della satira secondo il Vaticano: dire le cose per come sono. Mi spiego. L’Osservatore Romano ha paragonato le parole di Andrea Rivera durante il concerto romano del Primo Maggio ad “atti di terrorismo”. Ora, a parte l’innegabile differenza che i terroristi sparano con le pistole ed i comici al massimo sparano cavolate, le parole del quotidiano cattolico mi sembrano quantomeno immotivate.
            Si, perché il povero Rivera dal palco di piazza San Giovanni ha accusato la Chiesa di non evolversi e di aver negato i funerali a Welby, concedendoli, però, a Pinochet e Franco. A parte la valutazione di Rivera sull’evoluzionismo ecclesiastico (che non intendo qui valutare, ma è chiaro che è al massimo un’opinione, non certo un atto terroristico), sulla questione Welby il nostro Andrea non ha certo mistificato la realtà.
            Sono o non sono stati negati i funerali in chiesa a Welby? E Pinochet e Franco hanno o non hanno avuto esequie religiose? Come può il ricordo dei fatti accaduti essere terrorismo?
            Per la Chiesa, porre fine alle proprie sofferenze togliendosi la vita è un peccato. Per me è umano. Io non giudico l’atteggiamento e le opinioni della Chiesa, gradirei non fosse fatto dalla stessa con le mie. Inoltre, Welby non poteva porre fine al suo dolore con le proprie mani ed ha dovuto chiede l’aiuto ad un’altra persona; a mio avviso ciò aggiunge amarezza all’intera vicenda ed ingigantisce ancor più la tragedia dell’uomo coinvolto e della società, incapace di prevedere una norma a riguardo.
            La Chiesa giudica il suicidio un “peccato”, e ritiene che chi di tale si macchi non può essere accolto nella casa di Dio per le esequie. Non giudico. Anche se spesso la stessa Chiesa ha chiuso un occhio, officiando funerali anche a suicidi palesi. Scelte loro. Sta di fatto che a Welby, che si professava credente, sono state precluse le esequie religiose. Questo è un fatto, e ricordarlo non può essere terrorismo.
            Pinochet e Franco, invece, hanno avuto regolari funerali nella casa di Dio. Ed anche ciò che loro avevano fatto, a mia memoria, la Chiesa lo giudica un “peccato”. Solo che nei loro confronti non si è rifiutata di accoglierli nelle sue braccia per l’estremo saluto. Anche questo è un fatto, ed anche in questo caso ricordarlo non può essere terrorismo.
            Si, lo so che ora qualcuno potrà uscirsene fuori e dire che per la Chiesa è sufficiente la conversione in punto di morte per perdonare i peccati e che poi, comunque, sarà Dio a giudicare tutti. Avrei dei dubbi, però, se penso a tutti i criminali rei confessi che sono morti durante una colluttazione od uno scontro a fuoco e sui quali, data l’imprevedibilità della situazione, dubito fortemente della possibilità di una redenzione in extremis e che, comunque, hanno avuto funerali ecclesiastici. Anche qui non giudico le scelte della Chiesa, ma ne parlo.
            Ora, tirando un po’ le somme, per la Chiesa sia Welby sia Pinochet, Franco e tanti altri criminali hanno commesso dei peccati. Solo che quello di Welby era tanto grave da comportare l’impossibilità di svolgere i suoi funerali in Chiesa, quelli degli altri no. Tutto qui. Ora io non giudico le scelte di nessuno, tanto meno quelle della Chiesa. Ma se il rifiuto di officiare un funerale è un parametro per giudicare la gravità di un peccato, è evidente che per la Chiesa è più grave il peccato di Welby (che ha cessato di vivere, uccidendo se stesso) che quelli di Pinochet e Franco (che hanno impedito di vivere a milioni di persone, assassinandone migliaia).
            Ora, se dire ciò è terrorismo allora sono io a non aver capito come va il mondo. Oppure è la satira, come l’informazione, la Storia e la cultura, ad essere macchiata da un peccato originale: quello di voler dire la verità e pensare in proprio.

scritto da: olitarocco alle ore 12:39 | link | commenti (2)
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Chi sono

Utente: olitarocco
Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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