"FiloPolitica"

giovedì, 29 marzo 2007

Il lavoro, ovvero il singolo ed il processo produttivo

Salve a tutti,
            e ben ritrovati. Leggevo qualche giorno fa, fra le pagine della mozione “Per il partito democratico” che sostiene la candidatura di Fassino per la rielezione alla guida della Quercia (per quello scorcio di vita che a quest’ultima rimane), che il nuovo partito, il Pd appunto, sarà equidistante dall’impresa e dal lavoro. Come già ha fatto notare Epifani, questo significa dire che, per il Partito Democratico, lavoratore e impresa sono equivalenti. Come forza politica di sinistra non è certamente un buon inizio. Ora, non è che mi aspettavo di trovare sul frontespizio di quella mozione una riproduzione del “Quarto stato”, ma nemmeno un primo piano d’autore di Montezemolo. Stiamo sempre parlando del congresso dei Ds? Di quel partito che nasce dall’evoluzione del Pci? Del più grande partito della sinistra italiana figlio del più grande partito comunista occidentale? Se è così, quella idea di considerare alla stessa stregua il lavoratore e l’impresa è quantomeno fuori luogo (piccolo inciso numerico: la parola “lavoratore/i” compare, nelle 35 pagine del documento, solamente tre volte).
            Ciò detto, i cavalieri del Pd ci raccontano di come la flexsecurity può essere la panacea per i mali della precarietà del lavoro. Un’idea ammaliante, non c’è che dire (che seduce anche me, salvo poi, per puro vezzo speculativo, spingermi al fondo delle cose e cercare di vedere la realtà). In sostanza ci dicono questo: uno, il mondo è cambiato; due, bisogna considerare il tutto nella sua sfera globale e, quindi, dover fare i conti con le leggi del mercato mondiale e le esigenze della produzione attuale; tre, per tutelare il lavoratore in un siffatto scenario, senza andare contro corrente rispetto ai tempi ed ai modi del mercato, si deve dare corso a processi in grado di garantire la sua sicurezza nei passaggi da un lavoro all’altro e nei tempi in cui lo stesso lavoratore sta senza far nulla attraverso la messa in campo di strumenti ad hoc quali, ad esempio, ammortizzatori sociali, periodi di formazione, aiuti al reddito, ed altri.
            Cercherò di dare un’altra visione di questi tre punti affrontandoli in ordine inverso, partendo cioè dall’ultimo. La flexsecurity, in buona sostanza, prevede che, quando il lavoratore perda il proprio lavoro, lo Stato intervenga a sostegno del reddito del suo reddito. Detta così, nulla questio, se ciò fosse fatto solo quando è l’estrema ratio. Il problema è che così facendo, il capitalista (che bello chiamarlo ancora così), se gli aggrada, o se gli torna utile e non necessario (come spesso abbiamo visto ripetersi, specialmente nel nostro “sistema Paese”), mette in mezzo ad una strada gli operai (altro termine desueto, ma affascinante) tanto “paga pantalone”, con buona pace della forza contrattuale sindacale ed a tutto vantaggio della “propria” pace sociale. Flessibilità e sicurezza: flessibilità del lavoratore, che, nell’idea dell’azienda, deve essere di schiena prima ancora che di lavoro, e sicurezza dello status quo del capitale. Con il contentino “security” si tutela la barbarie “flex” e tanti saluti alle legittime aspirazioni di redistribuzione del reddito e della ricchezza.
            Per considerare tutto nella sua portata globale, poi, ci sarebbe da ricordare a chi ci vende queste medicine che è difficile pensare che, visto che si tratta di mondo, la cura è a base di Partito Democratico e Compromesso Storico mignon. Parlando di numeri, quelli che sembrano dettare il “verbo” nel mercato globale, il trenta per cento dell’elettorato italiano a cui aspira il Pd è ben poca cosa in rapporto, ad esempio, al nuovo socialismo che in sud America vede protagonisti e partecipi centinaia di milioni di esseri umani. Se del mondo si vuole parlare e ad una visione globale e futura ci si appella per giustificare i propri atti qui ed ora, si abbia però il coraggio di dire che questi su quelli incideranno ben poco. Oppure, sia data l’onestà di chiarire che il Pd col mondo, con la sinistra o con altre nobili idee non c’entra nulla, mentre il suo cordone ombelicale è congiunto con una visione provinciale e piccolo/borghese che mira a tutelare qualche interesse più o meno diffuso con l’esigenza di stare al Governo.
            Ed infine, se il mondo è cambiato, così come ci sentiamo dire, e se quello che abbiamo qui è il risultato di quel cambiamento, allora perché non pensare di poterlo cambiare ancora. Se il mondo, se la società mondiale resta uguale o cambia sono sempre gli uomini a volerlo. Non viene mica qualcuno da Marte a dirci come devono andare le cose? E sono gli uomini a far ciò, possono essere loro a far sì che le cose vadano diversamente, non dico meglio in assoluto, ma almeno “più giustamente”. Utopia, sogno, visione, follia: Socialismo è come lo chiamerei io, uno slancio verso qualcosa di meglio, come ci ha insegnato a vederlo Gaber. O Socialismo, o barbarie, come ci ammonì Rosa Luxembrug; o lottare per una società più giusta, o lasciarsi trasportare e travolgere da leggi del mercato che ci avranno pure mandato sulla luna, ma per le quali e con le quali miliardi di persone ancora oggi soffrono la fame. Io scelgo la prima strada: e voi?

scritto da: olitarocco alle ore 12:15 | link | commenti
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mercoledì, 21 marzo 2007

Un movimento comune verso una nuova Sinistra

           Quello che segue è il testo di un mio contributo alla discussione sulla costruzione di una "Nuova Sinistra" italiana, progetto portato avanti, fra gli altri, dall'associazione di iniziativa politica "Uniti a Sinistra", della quale sono coordinatore per la provincia di Matera.

La sfida, ha scritto Pietro Folena in un suo articolo, è costruire una forza di popolo e di governo. Una sfida che, dopo la crisi dell’esecutivo Prodi e la successiva ripartenza è, se possibile, per la Sinistra ancora più attuale ed urgente.
La crisi, infatti, ha riportato in auge il tema della presunta inaffidabilità della Sinistra, un tema spesso abusato ed a torto utilizzato dall’area “moderata” per spingere verso il centro il timone della politica dell’Unione. Ora è forse più difficile affrontare tematiche legate al mondo del lavoro (penso alla necessità di contribuire alla risoluzione del dramma della precarietà) o le emergenze civili (e qui la mente corre ai Dico).
Ma se ciò è ora più difficile, nondimeno è compito e dovere della Sinistra impegnarsi nel perseguirlo. E se “che fare?” è la domanda che da sempre coinvolge l’agire della Sinistra, “come?” è oggi la questione a cui tutti sono chiamati a rispondere. La nuova organizzazione delle forze politiche è di centrale attualità in tutto lo scenario italiano; investe il nascente Partito Democratico, concerne il futuro ordinamento elettorale e coinvolge le nuove prospettive in cui la Sinistra potrà e dovrà cercare la propria strada.
Rifondazione Comunista, Sinistra Ds, Verdi, Comunisti Italiani: le anime e le forze della Sinistra italiana da tempo sono al centro di un percorso di rinnovamento, capace di guardare oltre e al di là delle rispettive case, storie ed organizzazioni. Processi che se a Roma spesso sembrano in difficoltà nel loro svilupparsi, nei territori accelerano e trovano soluzioni diverse, nuove, innovative.
Il seminario del Capranichetta su “Idee e programmi per una sinistra nuova”, tenutosi il 10 marzo, ha segnato, in un certo qual modo, un momento di allargamento e di condivisione di un percorso diverso e comune per le realtà della Sinistra italiana. E’ chiaro a tutti che non sarà sufficiente un semplice assemblaggio delle forze oggi presenti in un’unica proposta per avere un nuovo soggetto a Sinistra. Sarebbe riduttivo, poco efficace, inutile. Non servirebbe un progetto di semplice unità, né basterebbe “confederarsi” per presentarsi insieme agli appuntamenti elettorali. Entrambe queste ipotesi sono tasselli importanti sulla strada da perseguire, ma nessuna potrà rappresentarne l’obiettivo ultimo.
E’ invece necessaria una rinnovata apertura culturale, uno sforzo teso a superare le divisioni, ed in taluni casi le passate belligeranze. E’ altrettanto necessario accantonare le resistenze di cui ognuno è immancabilmente portatore, le varie riluttanze su nomi o bandiere, da portare o lasciare, che servono solo a porre inutili e negativi freni al movimento di creazione di un nuovo soggetto. Bisogna discutere e confrontarsi non sui contenitori ma sui contenuti, per ricercare in essi e fra essi la strada comune da perseguire; non perdersi nella selva dei vessilli da adottare o incagliarsi sugli scogli dei nomi da scegliere.
L’avvio di un nuovo soggetto della Sinistra italiana deve quindi essere plurale ed eterogeneo, capace di comprendere ed includere le tante tradizioni e, allo stesso tempo, in grado di superare ed andare oltre le attuali piattaforme. Questo è ciò a cui tende la rete di “Uniti a Sinistra” (e forse è il fondamento della sua capacità di aggregare) e, per costruire ciò, si potrebbe partire proprio dal documento sul “Nuovo Socialismo” che di “Uniti a Sinistra” rappresenta la carta dei valori. Se ciò non basterà, allora quel documento dovrà essere allargato e migliorato, anche superato, cercando di cogliere le istanze e le richieste della società attuale, intercettare altre esperienze e culture, discutendo con i partiti, con i movimenti e con le associazioni per maturare, insieme, una nuova idea di Sinistra.
Per realizzare e costruire una forza politica di popolo e di governo, quindi, pronta, però, più ad accogliere e rispondere ai bisogni del primo che non a sacrificare questi alle esigenze del secondo. 

scritto da: olitarocco alle ore 08:07 | link | commenti
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mercoledì, 14 marzo 2007

Scandalizziamoci, quando è necessario.

Salve a tutti,
            e scusate l’assenza, ma, credetemi, non ho proprio avuto tempo per aggiornare queste pagine. E soprattutto non ci sono stati argomenti capaci di colpirmi così tanto da non poter fare a meno di scriverci sopra.
            Ho meglio, come sempre, di tragedie e commedie, anche in questi giorni, il mondo ne è stato pieno. Dalle disperazioni per le guerre e le malattie, agli anatemi mastelliani, dall’estrema barbarie alla più ilare simpatia il mondo, per fortuna o purtroppo, è sempre stato lo stesso anche in questi dieci giorni in cui sono stato assente dal web.
            Ieri sera, però, qualcosa mi ha colpito. Ho visto in tv delle immagini che non vorrei mai più vedere. Ho visto una donna piangere, i suoi occhi riempirsi di lacrime ed il suo volto a stento capace, così almeno sembrava, di mantenere un’apparenza dignitosa. E con lei piangeva tutta la sua famiglia: ho sentito e provato uno strano stato di prostrazione che mi si afferrava alla bocca dello stomaco, che mi stringeva il cuore.
            Erano, la donna e la sua famiglia, tutti in uno studio televisivo, circondati da un pubblico silente, avvolti in un’atmosfera e con una musica strana, tragica, e con il conduttore della trasmissione visibilmente rattristato da tutta la situazione. Una scena da far piangere: una tragedia familiare in onda alle nove di sera su un canale del “servizio pubblico”.
            Ma a gelare il sangue nelle vene ci ha pensato la scoperta della causa di tanta tristezza. Era morto qualcuno di caro a quelle persone? Avevano perso l’affetto di un proprio amato? Erano state vittime di una sciagura immane? Di uno tsunami? Di un rapimento ad opera dei tanti gruppi terroristici che operano nel mondo? Avevano perso la casa a seguito di una frana? Avevano un congiunto in punto di morte per non si sa quale malattia? Erano al verde? Avevano perso il lavoro tutti? Cosa era mai successo a quelle persone? Cosa poteva essere accaduto a quella donna da sconvolgerla tanto da farla piangere in tv?
            Avevano vinto 35.000, trentacinquemila, euro!
            Ora, io capisco e cerco di comprendere quasi tutto, ma c’è un limite alla decenza. “Affari tuoi”, la trasmissione che va in onda su Rai 1 subito dopo il tg, va ben oltre questo limite. Ovviamente è un mio punto di vista, ma disperarsi in pubblico perché si sono vinti 35.000 €. è scandaloso. Soprattutto è scandaloso che ciò avvenga, mettiamo, qualche minuto dopo che il tg ha mandato in onda servizi dedicati alle grandi tragedie, quelle vere, quelle a base di fame, miseria, guerra e malattia.
            E tutto questo perché? Perché a quel gioco si sarebbe potuto vincere anche 500.000 €. E con ciò. Capisco che 500.000 sono più di 35.000, ma sempre vinti sono. Non è che si sono persi, nel cambio del pacco, 465.000 €., ma se ne sono guadagnati 35.000 €.
            Una cifra che corrisponde, all’incirca, allo stipendio annuale di una posizione lavorativa di middle management, più di quello che guadagna un quadro od un funzionario non molto specializzato, tre anni di stipendio di un operaio (che, se precario, tre anni consecutivamente difficilmente mai riuscirà a farli), 100 anni, invece, di guadagni, se consideriamo la media di vita di un dollaro al giorno in cui sono costretti a vivere, si fa per dire, milioni di essere umani su questo pianeta (e, comunque, parliamo solo di quelli che riescono a sopravvivere; per i tanti che muoiono di fame, e questo, invece, non è un modo di dire, un dollaro al giorno è un miraggio).
            Mastella (avevo detto che non avrei parlato di lui, ma non resisto) ha detto di essersi allontanato dalla trasmissione “Anno zero” perché Santoro mandava in onda immagini che offendevano la sua morale, e potevano turbare il pubblico a casa, potevano offendere la moralità comune. Mastella ha detto, senza mezzi termini, che, visto l’offesa enorme a cui lui e gli italiani, la sua e la loro morale, avevano dovuto sottostare a causa di Santoro, questi doveva essere cacciato dalla Rai; pena, la caduta del Governo.
            Mastella, ma perché la tua morale, così suscettibile quando si tratta di non voler riconoscere i sacrosanti diritti degli esseri viventi, non si scandalizza minimamente di chi, alla faccia di quelli che muoiono di fame, si permette di piangere, come dinnanzi ad una sciagura, se vince 35.000 €., invece che 500.000?
            Non ne sono sicuro, ma penso, però, che morale, etica, cristianità, piétas, non c’entrano un bel niente con l’idea di “società morigerata” a cui Mastella ed i suoi si ispirano: vero Clementone?   

scritto da: olitarocco alle ore 12:31 | link | commenti
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giovedì, 01 marzo 2007

La fiducia si, però i dodici comandamenti…

Salve a tutti,
            ho esitato a parlare di questo argomento nei giorni scorsi perché, da buon meridionale, sono un “po’ scaramantico”. Ora la fiducia al Senato, striminzita come da copione, è arrivata (e alla Camera non ci dovrebbero essere problemi), quindi possiamo, come da copione, tornare ad essere critici verso lo stesso Governo che abbiamo votato e per il cui reincarico abbiamo incrociato le dita.
            Si, siamo fatti così noi popolo della sinistra: votiamo sempre e solo a sinistra, ma non siamo mai tanto fidelizzati da accettare tutto ciò che chi vince ci propina. Anzi, se possiamo ci pentiamo quasi subito della fiducia accordata, quando, addirittura, non votiamo giusto e solo perché “i nostri non mi piacciono, ma quelli mai”. Iperciritici come sempre, sulla graticola mettiamo chiunque, anche quelli che poi, se gli altri li attaccano, siamo pronti a difendere fino all’ultimo.
            Fin qui il preambolo. Ora i fatti. Io ho votato questo Governo, questa coalizione, ho sperato nel voto di fiducia di ieri sera e confido e spero che Prodi possa rimanere in carica fino al 2011. Tanto considerato, però, non posso non notare le tante discrepanze e storture. Abbiamo fatto una campagna elettorale, parlo per me e per gli elettori ed i militanti della sinistra, improntata, ad esempio, al primato della scuola pubblica su quella privata, affermando dai palchi che mai avremmo permesso che un solo soldo pubblico finisse nelle casse degli istituti di formazione privati, e poi, il giorno dopo, si è nominato ministro dell’Istruzione il teodem Fioroni e si è iniziato a parlare di parificazione fra scuola pubblica ed istituti scolastici privati senza fini di lucro.
            Abbiamo sempre criticato la lottizzazione Cencelli, abbiamo gridato a più voci sul ritorno della “serietà al Governo” e sulla necessità di una moralizzazione della politica, ed appena giunti a Palazzo Chigi abbiamo dovuto assistere alla moltiplicazione infinita dei Ministeri, alla replica dei sottosegretariati, fino a dover sopportare lo scandalo di un Governo che nel mentre il suo presidente chiedeva la fiducia, i suoi ministri e sottosegretari stavano in piedi perché non bastavano le sedie al centro dell’emiciclo di Palazzo Madama.
            Fin qui, passi, la politica è anche questo, purtroppo.
            Ma i dodici comandamenti proprio no. No perché non sono il motivo per cui Prodi ed i suoi hanno ricevuto il mandato dagli elettori. Ricordate quel libro “Per il bene dell’Italia”? Quel volume di 281 pagine che raccoglieva il programma dell’Unione per il Governo nel quinquennio 2006-2011 del Paese? Ricordate le battute sulla sua lunghezza? Ricordate i sorrisi di quanti videro in tutte quelle pagine il preludio delle difficoltà che Prodi avrebbe dovuto affrontare, a partire proprio dalla composizione dell’esecutivo? Lo ricordate ancora? Be’, qualcuno a Palazzo Chigi, invece, comincia a dimenticarsene.
            I dodici punti che Prodi ha redatto dopo la crisi di Governo sono una sterzata al centro che forse nemmeno io avrei accettato di votare, nonostante l’alternativa avrebbe potuto essere Berlusconi. Anche perché, quei dodici punti, li avrebbe potuti scrivere anche Fini.
            E poi, Prodi ha forse dimenticato che il programma di Governo sarebbe meglio proporlo ai cittadini al momento del voto e non alle segreterie di Partito per risolvere un empasse momentanea? Se è così anche per il professore bolognese (che poi, giusto per dire, quelle minacce del tipo “se non accettate questi punti, mi dimetto anche da onorevole”, poteva pure risparmiarsele) allora il Programma è e rimane quello delle 281 pagine sulle quali il popolo italiano si è espresso. Nelle quali si parla di diritti dei conviventi, e non con i bizantinismi politico/dialettici ascoltati in Senato, ma soprattutto nelle quali si parla di lavoro, lavoratori precari e tutte quelle tematiche del popolo della sinistra, di quegli “imbecilli” che fanno vincere le elezioni e votano nella speranza che tutto non si risolva nella discussione sulle titolarità e sulle funzioni del portavoce.
            Al di là delle forzature di merito che quei dodici punti sembrano tentare alla Costituzione accentrando forse un po’ troppe funzioni e poteri, anche solo formali, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ne apportano una di senso e di sostanza: l’Italia, ci ricorda la nostra carta fondamentale, è una Repubblica fondata sul lavoro; i dodici comandamenti prodiani, invece, se ne guardano bene dal parlarne.
            Lavoro, lavoratrici e lavoratori non sono solo ricordi di un “Quarto stato” ingiallito appeso sui muri di una delle tante Camere del Lavoro italiane. Sono il sale, il tessuto, la forza, il passato, il presente ed il futuro di questa nostra Italia: in una parola, sono il Paese.
            Ecco perché sono contento della fiducia ottenuta al Senato, ma mi rimane l’amaro in bocca per quei dodici punti, per quella serie sterile di regole e dettami che a stento si riconoscono come frutto di una politica e di un’azione di governo “di sinistra”.
            Fatta salva, ovviamente, l’attenzione per il riconoscimento dei diritti e del lavoro del portavoce unico del presidente del consiglio dei ministri.

scritto da: olitarocco alle ore 08:22 | link | commenti
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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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