"FiloPolitica"

martedì, 27 febbraio 2007

Non di solo governo vive la Politica

Salve a tutti,
            sempre più spesso sento parlare di forza politica di governo, di primato del governo sul movimento, di governance dei sistemi come punto d’approdo dell’azione politica di un partito.
            Devo dire che è affascinante per un uomo politico parlare delle sue performance amministrative, ed è sicuramente anche seducente nei confronti dell’elettorato. Ricordo i manifesti dei Ds nella mia regione alle ultime consultazioni elettorali con sopra scritto il motto “La Basilicata che sa governare”. Il governo sembra quindi essere divenuto l’ultimo e l’unico scopo dell’azione politica, specialmente per i partiti del centro sinistra. Ricordate i manifesti di Prodi? “La serietà al governo”.
            Ora, il governo e la capacità amministrativa sono importanti, non c’è dubbio. E chi si candida ad amministrare ed a governare tanto vale che sappia fare il lavoro che intende svolgere: se poi lo sa fare anche bene ed i fatti gli danno ragione, be’, ha buoni motivi per propagandare e promuovere quella sua capacità.
            Non mi sognerei mai di mettere in discussione ciò. Non sono un Rossi o Turigliatto (ma chi l’avrebbe mai detto che quei due potessero diventare archetipo di qualcosa) pronto a sacrificare il bene comune ed il senso di responsabilità verso le istituzioni per salvare il candore della mia coscienza, la mia coerenza (giusto perché li ho citati ed ho fatto riferimento al problema della coscienza e della responsabilità aggiungo una citazione di Kant a futura memoria per quanti intendano fare politica con il vincolo della propria coerenza: “la morale è fatta per gli uomini, non gli uomini per la morale”).
            Nonostante ciò, però, sento la necessità di ridimensionare tutta l’attenzione verso la governance e le capacità di governo rispetto a quello che dovrebbe esser il primato della Politica. Infatti il governo sempre più non si sta caratterizzando solo come uno degli aspetti del “fare politica”, fosse pure il principale e più importante. Esso sta diventando “la politica”, sta assumendo un ruolo talmente grande da soppiantare e sostituire tutte le altre caratteristiche ed aspetti della politica. Da uno dei tanti è divenuto l’unico argomento dell’azione politica, tanto da essere ormai identificativo della stessa, se non quando, addirittura, in un capovolgimento dei ruoli, divenire essa un aspetto del governo (e non sempre quello che gode di maggior rispetto nell’opinione pubblica).
            Se ci concentriamo troppo e solo sul governo dei processi, potremmo perdere di vista la vera funzione della Politica. Sicuramente i campioni della governance sanno bene il “come fare”, sanno gestire i processi, sanno intervenire quando e come serve per la risoluzione dei problemi. Alla fine sono convinto che questi professionisti del governo (io non uso mai i termini professionisti del governo, meno che mai della politica, in senso negativo o sarcastico, volevo precisarlo a scanso di fraintendimenti) sanno anche bene prevedere gli scenari futuri, sono capaci di capire e comprendere subito ogni più piccola variazione conseguente alle scelte, alle loro azioni, alle misure adottate. Questo io lo so, eppure la Politica non è e non si deve ridurre solo a questo.
            La Politica deve essere uno “streben”, uno sforzo, l’amore per un’idea che si vuole mettere in pratica, non solo la prassi con la quale si amministra lo Stato, piuttosto che la Regione od il Comune. L’amministrazione delle risorse, specialmente di quelle pubbliche, è una nobile arte da cui nessuno che intenda far politica può esimersi: ma non si può, sul suo altare, sacrificare tutto ciò che rappresenta la Politica.
            Forse io sarò un inguaribile romantico, ma sempre più spesso mi accade di assistere a interventi lunghissimo in contesti politici dove si parla solo di “gestione delle risorse”, “valorizzazione dell’esistente”, “programmazione comunitaria”, “sinergia”, “fare sistema”, eccetera, eccetera, eccetera. C’è una frase che Diego Cugia fa dire al suo personaggio più famoso, Jack Folla: “Se l'idea di società che abbiamo dentro è un po' meno ignobile, un po' più solidale e felice di quella che stiamo scontando attualmente, non è nostro diritto pretenderla, ma è nostro dovere praticarla e attuarla, come se fosse quella e non questa l'Italia in cui viviamo”. Ecco, io credo che questo dovrebbe essere il sentimento guida di tutti coloro che fanno o che vogliono fare politica. Come una sorta di “I Care” di kennedyana memoria. Forse è un po’ irreale (e l’adoperarsi come se si vivesse in una società altra dall’esistente non può non esserlo), forse è poco concreto, ma se questo fosse il sentimento guida della Politica, al di là delle idee specifiche di chi la fa, allora forse questa antica arte, questa propensione inderogabile di alcuni nelle società umane a tutte le latitudini ed in tutte le ere, potrebbe riconquistare quella stima e quel rispetto che oggi sembra aver smarrito.
            Se il governo diventasse l’unica priorità di chi fa della politica il suo mestiere, allora sicuramente avremmo dei professionisti capaci e precisi, quasi chirurgici nell’espletamento del loro mandato; sicuramente avremmo uomini capaci di saper sempre ed in ogni circostanza qual’è il meglio “da fare” ed anche “come farlo”. Ma altrettanto sicuramente questi, e con loro le società di cui sono espressione, perderebbero quello che poi il senso profondo che contraddistingue e divide le diverse idee, che connota e caratterizza la Politica: “perché farlo”.

scritto da: olitarocco alle ore 18:47 | link | commenti
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giovedì, 22 febbraio 2007

A volte è necessario spingere al Massimo

Salve a tutti,
            a caldo ieri pomeriggio stavo per mettermi a scrivere un articolo che definire “risentito” contro i senatori Turigliatto e Rossi, e anche contro Andreotti e Pininfarina (di De Gregorio non parlo per carità cristiana) significa usare un blando eufemismo. Poi sul far della sera mi è salito un particolare senso di scoramento, un “magone” ed una tristezza che mi stavano quasi per togliere l’appetito. Ho inviato un messaggio ad un amico senatore dei Ds, nel quale gli chiedevo se avessero già un’idea per i prossimi scenari: voto anticipato o soluzione tecnica. Infine, poco prima di cena, parlando di queste cose con mio fratello e dando uno sguardo ai titoli dei giornali del mattino ed alle dichiarazioni in Senato ho mutato la mia idea, ho capito una serie di cose e mi è tornato l’appetito.
            Certo è solo una riflessione, una ipotesi personale che non ha certo la velleità di assurgere a verità unica e confermata. Certo, come diceva Pasolini, so i nomi e conosco i fatti ma non ne ho le prove. Ciononostante, voglio rendervi partecipi della mia idea sul caso.
            La crisi di Governo è legata ad un problema di maggioranza al Senato. E fin qui, tanto piacere, direte voi. Si, ma un problema solo, e solamente, relativo ai numeri: squisitamente numerico che nulla ha a che fare con il tenore o il contenuto delle questioni di volta in volta poste. E’ avvenuto sulla Politica Estera, poteva accadere sul quella Economica, e sarebbe accaduto sul quella Sociale. Così come relativo è il lato nel quale il fatto è accaduto: ieri è stata l’ala sinistra, certamente la più pericolosa e ostica sotto questo profilo, domani avrebbe potuto essere il centro mastelliano.
            A questo punto, vi chiederete cosa io credo sia avvenuto? E’ avvenuto che D’Alema si è stancato. Noi che Baffino abbiamo imparato a conoscerlo sappiamo che ha una grande capacità di mediazione, la Bicamerale insegna. Ma sappiamo anche che è uno che quando si stanca si stanca, ricordate le dimissioni dopo le Regionali del 2000? Bene, sappiamo tutto ciò, e sappiamo anche che è immensamente ed irreversibilmente presuntuoso e calato nella parte dell’uomo forte della coalizione. Colui che rischia la crisi per la presidenza della Camera ma che sa fare il passo indietro per il bene comune, colui che lo si vorrebbe mandare al Quirinale ma conquista la Farnesina ed la vice presidenza. In una parola: è un politico d’altri tempi, un grande politico, forse l’unico. Potrà piacere o meno (a me non tanto), ma è un politico con la P maiuscola.
            E cosa fa questo grande politico quando si stanca? Lo fa capire a tutti e minaccia tutti che: “o ci si da una regolata o si va tutti a casa, perché stavolta sono io a dirlo”. Minaccia e persegue la minaccia con i fatti. E non si dimette solo lui, ma fa dimettere Prodi in persona. “Sono io quello che comanda – sembra dire Baffino – altro che quelle margheritine di Rutelli e Parisi: a loro si può pure votare contro. A me no. E quindi – rilancia il salentino dalle origini lucane – vi sfido tutti, destra e sinistra”.
            E lo fa. Lo fa sul pendio più difficile. In Politica Estera, contro gli agguerriti della sinistra radicale. Crea lui stesso il campo di battaglia, e lui a creare la tensione mediatica intorno alla situazione che altrimenti difficilmente sarebbe stata presa in considerazione dagli italiani (ricordo a tutti che il Governo non è stato sfiduciato – la fiducia infatti non era posta – ed è stato sconfitto su di un passaggio certamente importante – le linee programmatiche degli Esteri, non certo però le azioni dirette da mettere in campo – ma non fondamentale per la vita del Paese. Ecco perché Napolitano ha consigliato a Prodi, e non avrebbe potuto fare diversamente, il passaggio sulla fiducia in Parlamento). Lo fa già dalla vigilia, con una dichiarazione di fuoco che avvisa tutti: “O la maggioranza autosufficente, o tutti a casa”. Ecco perché, a mio avviso, Turigliatto e Rossi hanno solo sparato, ma il fucile non lo avevano caricato loro e, mi dispiace dirglielo, non avevano scelto nemmeno il bersaglio.
            Ora tutti sembrano in riga. La Palermi e Giordano ieri sera a “Ballarò” sembravano più allineati di Violante. E la comunicazione giunta a tarda sera dalla direzione nazionale dei Ds nella quale si ribadiva a Prodi il sostegno per un reincarico è in linea con l’idea che mi sono fatto. Cioè, D’Alema lo scontro lo ha cercato per dimostrare che lui e solo lui poteva risolvere il problema. Ha cercato e trovato lo scontro necessario a fare chiarezza e rimettere tutto in ordine: per far capire che così non si andava e non si va da nessuna parte.
            Fin qui la storia secondo me, e ora che succederà? Siamo, ovviamente, nell’ambito delle previsioni, ma voglio azzardarne una anch’io. Vedo prossimo un Prodi bis a maggioranza blindata. Non un Governo nel buio, ma la certezza della maggioranza sempre e comunque. Allargando anche di poco l’attuale base parlamentare con alcuni centristi dell’area Follini o transfughi Udc. Non l’Udc nella sua interezza, ma suoi pezzi. Centristi ai quali Prodi (oltre a strapuntini di sottopotere) dovrà promettere la riforma del sistema elettorale, meglio, per i centristi, se andando verso un modello sullo stile di quello tedesco. Anche perché in una situazione simile, indirettamente, ci guadagnano anche Casini e Fini: se infatti andiamo a votare oggi il candidato premier dalla centro destra sarebbe Berlusconi; fra cinque anni certamente non più.
            Questa è una previsione. Quello che invece mi sembra già di scorgere è invece una sinistra radicale più allineata, con lo stesso Giordano favorevole a raggranellare altri pezzi di centro, e la sinistra in genere più forte, perché più decisa anche nel compiere le scelte drastiche, del centro. E D’Alema? Be’, se ci sarà il Prodi bis lui sarà l’uomo della Provvidenza e colui che ha messo in riga i discoli, sia di centro che di sinistra. Se si andrà tutti a votare, lui sarà l’uomo di ferro, quello tutto d’un pezzo, quello che non minaccia le dimissioni come Mastella, salvo poi puntualmente rimangiarsi la parola, quello che fa seguire i fatti ai discorsi; in una parola: l’uomo forte della sinistra, del centro sinistra e della politica italiana.
            E il Partito Democratico? Non credo sia stato nei pensieri di D’Alema ieri al Senato. Né, penso, sia stato il fulcro della discussione alla direzione nazionale dei Ds ieri sera. Alcuni potrebbero vedere nell’accaduto un movente in più per accelerarne il percorso per compattare ancora di più la maggioranza (un po’ difficile, a mio giudizio, visti gli avvicinamenti con Follini); altri potrebbero vedere, invece, in ciò le ragioni per uno stop e il tentativo di ricostruire solide basi condivise a Sinistra.
Chissà che questo pensiero, pur solo per un attimo, non sia balenato anche a Baffino. Non in Senato certo, ma mentre tornava dalla Spagna forse. Chissà se lui non abbia, magari pur solo per un attimo, pensato che se avesse dato una dimostrazione di forza così decisa anche quell’altro discorso, quello sul futuro partito, sarebbe potuto diventare tutto e solo “materia sua”. Chissà se egli non abbia canticchiato in aereo “voglio vedere come va a finire, andando al Massimo senza frenare; voglio vedere se davvero poi si va a finir male…”
Ahi, ahi, ahi, ahi, ahi, ahi…

scritto da: olitarocco alle ore 12:56 | link | commenti (2)
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lunedì, 19 febbraio 2007

Nuovamente sul Pd: ma perché continuano a dire che è necessario farlo?

Salve a tutti,
            so che vi avevo promesso che avrei cercato di affrontare il tema e gli argomenti contenuti nelle tre mozioni che saranno discusse e votate al prossimo congresso dei Democratici di Sinistra, ma ammetto di non esserci riuscito. Vi chiedo scusa e vi riprometto di provarci appena mi sarà possibile.
            In compenso, però, in questo fine settimana ho potuto approfondire la conoscenza – sicuramente parziale e non certo esaustiva – di una delle tre mozioni dei Ds: quella “Per il Partito democratico” del segretario uscente Piero Fassino. E come, se non dalla sua voce avrei potuto conoscere meglio quali sono i punti cardini del suo progetto?
            Venerdì e sabato, infatti, la Quercia di Basilicata ha svolto a Matera la sua conferenza programmatica rivolta alle sfide che attendono la regione nel prossimo decennio che ci separa dal 2015. Un periodo importante, questo, che si concluderà con la chiusura della possibilità di spesa dei fondi di rivenienza UE e con le scadenze fissate dall’Agenda di Lisbona. Ed il lavoro svolto dai Ds lucani, ad onor del vero, è stato puntuale, preciso ed attento. Alla conferenza, infatti, i Democratici di sinistra ci sono arrivati con le idee chiare – per quanto riguarda gli aspetti legati alla governance, ovviamente, quelli che concernono la sfera politica saranno, come è giusto che siano, legati alle sorti della imminente stagione congressuale – maturate sul campo, attraverso incontri sul territorio, workshop tematici ed il dispiegamento delle loro migliori energie e risorse. Davvero un bel lavoro, che ha prodotto una serie di documenti, fra cui la relazione del segretario regionale Piero Lacorazza, precisi e dettagliati, nonché lungimiranti e puntuali nella loro vocazione progettuale.
            Le conclusioni dei lavori dell’appuntamento organizzato dai Ds lucani sono state affidate al segretario nazionale del partito, Piero Fassino appunto. E nel suo intervento, il leader della Quercia non ha solo parlato di progettualità e programmazione, ma anche, come era facile aspettarsi, delle nuove sfide politiche che attendono i Ds.
            Dei primi aspetti non voglio parlarne qui, anche perché, personalmente, ho sempre apprezzato e stimato la capacità di governance che nei diversi contesti gli uomini dei Ds hanno dimostrato di possedere. Vorrei, invece, concentrarmi sulle connotazioni più squisitamente politiche contenute nel discorso di Piero Fassino, e, in special modo, su quelle legate al nascente Partito Democratico.
            Ho già detto, nel mio articolo precedente, di quelle che secondo me sono solo ragioni pretestuose addotte a sostegno dell’esigenza della nascita del Pd come unione delle forze politiche progressiste. Ma in tutto il discorso che Fassino ha tenuto sabato dal palco del Teatro Duni di Matera, quello che maggiormente m’ha colpito è stato il suo tentativo – non so se frutto della sua ars politica o figlio di una reale condizione – di convincere tutti i presenti della “necessità” di fare il Partito Democratico. Nelle parole del segretario nazionale, il nuovo soggetto politico non diventava solamente un progetto giusto e nobile da perseguire, non era una strada che bisognava intraprendere se si voleva ottenere determinati risultati. No, nulla di tutto ciò. Il Pd era presentato, nelle parole di Fassino, come l’unica via percorribile, il solo ed unico processo che si potesse perseguire, un obbligo, quasi una questione di vita o di morte per i militanti di quello che fu il maggiore partito comunista d’occidente e che, ancora oggi, è uno dei maggiori soggetti di sinistra in Europa.
            Ora, io potrei anche capire che chi lo vuole lo ritenga cosa buona e giusta; ma spingersi fino ad affermare che il Pd è la sola via che attenda la sinistra italiana alla luce degli accadimenti mondiali ed europei, è, quantomeno, un po’ presuntuoso? Non vi pare?
            Oddio, presuntuoso il Partito Democratico lo è già a partire dal nome, quasi a dire che gli altri non lo siano o potrebbero non esserlo davvero, democratici intendo. Un po’ sull’onda di un’altra situazione eccessivamente pleonastica della nomenclatura partitica – ed alla quale i supporter del Pd nostrano non fanno mistero di ispirarsi – qual è quella americana. Oltre oceano, infatti, siamo di fronte ad un caso particolare, dove si scontrano (o si incontrano) due soli partiti nei rush finali con due nomi che sono tutto un programma: Democratico e Repubblicano. Quasi che l’essere dell’uno escludesse implicitamente la seconda possibilità e viceversa. Entrambi i due termini, per entrambe le formazioni, sono un obbligo costituzionale, e non sarebbe necessario evocarli nel nome, ma tant’è.
            La realtà che ha condotto a quei due nomi la sappiamo tutti no? Non sapevano come chiamarli, ed allora hanno tirato fuori i due aggettivi più politically correct che avevano. E perché non sapevano come chiamarli? Perché dietro a quelle due realtà politiche non vi era nessuna tradizione consolidata, nessuna derivazione ideologica, nessuna connotazione storica e sociale. Avevano sicuramente progetti grandi ed ambiziosi i loro fondatori, ma non sapevano, né potevano, riconoscere il loro patrimonio e la loro storia. Ed in America non poteva essere diversamente, questo anch’io lo capisco.
            Ho paura invece che in Italia quell’aggettivo democratico serva proprio e solo a coprire e nascondere la storia; anche qui lo si intende politically correct per superare le divisioni che nel passato hanno contrapposto le due realtà principali che dovrebbero domani andarlo a comporre. Anzi, avevo paura che fosse così, oggi, dopo aver ascoltato Fassino, sono sicuro che è così. Il segretario nazionale dei Ds, infatti, ha fugato ogni mio dubbio quando ha detto che: “se qui con me a parlare su questo palco ci fosse Letta, uno che proviene da ben altra tradizione rispetto alla mia, scoprireste che abbiamo in comune la stessa visione e la stessa idea sul futuro del nostro Paese e sulle scelte da attuare, sulle priorità da perseguire. E scoprireste, inoltre, che a dividerci non è il cammino che dobbiamo intraprendere, ma la storia che fin qui ci ha condotti”.
            Giusto Fassino, ma non solo con ciò hai confermato le mie paure, non hai nemmeno chiarito perché sia necessario il Pd. Non basterebbe solo una Unione, una federazione, un’alleanza? E’ proprio necessario fare un partito unico? Sei sicuro?
            Un ultimo accenno alla questione della storia divisa e del percorso comune. Io forse vedo fantasmi ovunque, ma il convegno dedicato all’iconografia della propaganda politica fra il 1945 ed il 1975 che si terrà nella Sala conferenze della Camera dei Deputati mi sembra costruito ad hoc. Forse che qualcuno vuole, con quello, mettere in farsa le differenze, rileggendole alla luce delle immagini della propaganda, per giungere alla conclusione che “poi alla fine eravamo tutti uguali”? Ripeto, questa è solo, forse, una mia visone eccessivamente dubbiosa, ma è altrettanto vero che da un po’ di tempo i discorsi che vogliono condurre al Pd tendono a mettere alla berlina le differenze.
            Chiarisco subito, io passo sopra al passato e non ho blocchi ideologici in tal senso. Ma una cosa è allearsi con gli altri per un obiettivo comune, facendo della diversità una ricchezza, altra è cancellare le differenze per unificare e amalgamare tutto in un brodo indistinto ed indistinguibile. Sempre sabato Fassino, parlando di integrazione, ha ricordato che non si può semplicemente “mettere due persone in una stanza e dire da oggi state insieme, ma va creato un percorso di condivisione che tenga però sempre presenti le diversità, senza annullarne, ma costruendo su di esse e valorizzandole”: appunto, Segretario.
            Vorrei concludere questo mio intervento, ricordando ancora le parole del segretario Ds a Matera. Nel condannare la resistenza di chi non vuole andare verso il Pd, Fassino ha affermato che “certo quando si cammina un solo piede tocca a terra, e non due, e si è perciò meno stabili. Ma non per questo, per mantenere la propria stabilità, si sta fermi e non si inizia a percorrere una strada”. Hai ragione segretario, ma non hai mai pensato che chi si oppone al progetto del Partito Democratico non lo fa perché ha paura di “camminare”, ma semplicemente perché non ritiene sia quella la strada da percorrere?

scritto da: olitarocco alle ore 17:45 | link | commenti
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sabato, 10 febbraio 2007

Il Partito Democratico: soluzione inesistente per problemi reali

Salve a tutti,
            avrete sicuramente notato in questi giorni l’attenzione che il mondo politico e dell’informazione rivolge a quanto accade in casa Ds. Certo il fatto che il più grande partito della sinistra italiana stia scaldando i motori in vista del suo IV congresso nazionale non può passare inosservato. Così come non può passare inosservato il fatto che all’ombra della Quercia sembrino un po’ tutti l’un contro l’altro armato. Allo scontro finale arriveranno tre distinte mozioni: quella di Fassino, quella di Mussi, Salvi e tutta la sinistra interna e quella di Angius. Non voglio entrare nel merito della discussione sulle tre opzioni, ma vi prometto che lo farò quanto prima, dopo aver avuto modo di leggere – e spero di riuscirci nella giornata di domani – i tre documenti congressuali.
            Quello che mi preme fare oggi è rispondere ad un paio di domande che sembrano, a sentire i supporter, essere sottese al cammino riformista verso la nascita del Partito Democratico.
            Il Pd, secondo quelle che sono le voci più ascoltate, nasce per creare un grande soggetto riformista, in grado di fronteggiare gli ostacoli per mettere mano, concretamente, alle riforme necessarie al Paese. Fuor di metafora, sembra quasi che i tifosi del Pd dicano: “una volta costruito il Partitone, non ci saranno Mastella e Bertinotti che tengano; dritti sulla rotta del riformismo, e chi non ci sta se ne può anche andare”. A parte il fatto che una simile tesi tutto sembra tranne che democratica, affidandosi solamente alla legge del numero e abolendo, se non de jure almeno de facto, il dialogo ed il confronto, il pur comprensibile movente (comprensibile, non certo, da me, condivisibile) sbaglia bersaglio.
            Fatto il Pd, i “partitini” non spariranno certamente per incanto. Se invece di Ulivo si chiamasse Partito Democratico il più grande gruppo parlamentare italiano dovrebbe, in questa condizione, comunque scendere a patti con i vari Mastella e Bertinotti. Perché l’Udeur sempre tre senatori avrebbe e sempre fermo sulle sue posizioni starebbe. Quindi, a meno che non si vuole credere che il sol fatto di chiamarsi Pd comporterebbe, in automatico, una sproporzionata crescita di voti, anche il nuovo soggetto dovrebbe fare i conti con un’eventuale simile composizione dei due emicicli di Camera e Senato. Perché noi, da buoni italiani, saremo sempre pronti a dividerci in mille rivoli di fazioni e correnti e sempre lesti a difendere ad ogni costo il nostro orticello del consenso.
            A guardarla di qui, quindi, tutta la questione sembra semmai legata alla riforma della legge elettorale e non alla creazione di un altro soggetto politico. Se poi, invece, il tentativo lo si vuole fare per arginare le possibili nascite di “nuovi centri” o “sinistre alternative”, bisognerebbe concretamente cominciare a ragionare con la possibilità che la somma di Ds e Margherita possa dare vita non ad uno, ma a tre nuovi soggetti politici: il Pd, i dissidenti dei Dl che potrebbero andare a confluire in un “nuovo centro”, e i dissidenti Ds che andrebbero a determinare una “sinistra alternativa” più forte.
            L’ingovernabilità del Paese può essere, ed in alcuni casi è, un problema reale. Ma, a riguardo, il Partito Democratico è una falsa soluzione. Così come esso sarebbe una falsa soluzione all’esigenza di riformismo della società italiana. Con chi dobbiamo riformare la società? Con chi pensa di poter “temporizzare” la convivenza fra due persone per determinarne, con ciò, un riscontro di “qualità”? Con chi, se deve votare un provvedimento di civiltà in Parlamento, prima telefona a Ruini? E’ un cammino quantomeno arduo voler inseguire le vicende politiche su questa logica.
Cercare di dare finte soluzioni a problemi reali esula anche dal campo di “quello che è concesso alla buona fede” e sfocia nel campo del “non ho capito dove vogliono arrivare, ma c’è sotto qualcosa”.
            Il problema, a giudizio di Fassino, Rutelli e Prodi sono i partititini che con, poniamo, solo 3 senatori minacciano cadute di governo ad ogni piè sospinto? Bene, si faccia una riforma seria del sistema elettorale, con sbarramenti netti e più alti, con premi di maggioranza meglio assegnati e con regole certe, magari – anche se, personalmente, non ritengo ciò una priorità, perché preferisco discutere di idee politiche più che di nomi che ad esse devono dar voce e corso –, che sanciscano il principio che se Caio viene eletto leader di una coalizione, Caio, e non altri, la deve governare fino alla fine del mandato. Ma davvero questo è il problema?
            Francamente ne dubito. Io credo invece che non si affronti, ad esempio, seriamente il problema pensioni, addossandone la colpa ai sindacati e alla sinistra radicale, perché pure quello è un falso problema. Semmai, si dovrebbe discutere di redistribuzione della ricchezza e liberazione dalla necessità del lavoro per chi, indipendentemente dai contributi che ha avuto la fortuna di versare o meno, ha ormai raggiunto una certa età – non accetto provocazioni in tal senso. Chi non ha versato i contributi non è che non ne aveva voglia. E perché o era disoccupato o lavorava per qualcuno che pensava solo al proprio di futuro; e ribellarsi e far valere i propri diritti quando si ha fame e figli è impossibile –.
Mi spiego, si parla continuamente dell’innalzamento dell’età pensionabile come se davvero tutti andassero in pensione a 57 anni; io conosco invece un sacco di persone, per lo più con mestieri cosiddetti “usuranti”, che non raggiungeranno mai i limiti contributivi, ed in pensione ci andranno a 65 anni. Per non parlare dei nuovi lavoratori, che forse una pensione nemmeno mai l’avranno. Non vorrei fare del facile populismo, ma perché non si dà il buon esempio ed invece di dire a mio suocero “tu dovrai arrampicarti sui ponteggi fin che campi” i parlamentari cominciassero a ridursi le proprie di pensioni, soprattutto eliminando la possibilità che del vitalizio possa goderne chi ha altre fonti di reddito? Qualunquismo? Andatelo a dire a chi cade dei ponteggi perché, ad una certa età, fisicamente non resiste più.
            Il riformismo, per quanto ne capisco io, e come scriveva anche Ruffolo in un bel pezzo che mi ha fatto conoscere il compagno Primadirettiva, è ben altra cosa che discutere solamente di cuneo fiscale e scalone Inps.
            Prometto di approfondire meglio tutto ciò nel prossimo articolo che intendo scrivere a proposito delle diverse posizioni che saranno presenti al IV congresso nazionale dei Ds. Per il momento vi auguro una buona domenica. Ovviamente, non ho risposto alla domanda che io stesso ho lanciato: perché, secondo me, la Margherita e la Quercia, o almeno le maggioranze dei due partiti, intendono dar vita al Partito Democratico?
            Ed io che ne so, chiedetelo a Fassino e Rutelli.

scritto da: olitarocco alle ore 15:15 | link | commenti (4)
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martedì, 06 febbraio 2007

I due costi del denaro

Salve a tutti,
            leggevo sulla stampa di questi giorni i risultati dell’indagine conoscitiva condotta dall’Antitrust sui costi dei conti corrente in Italia. Be’, a me, come a tutti voi, ne sono sicuro, è parso di leggere la scoperta dell’uovo di colombo. Lo sappiamo bene e sulla nostra pelle che i conti in banca costano, e non poco. Ora però l’indagine dell’Antitrust, condotta con rigore scientifico, ci quantifica questo “non poco”: 182 € l’anno, mediamente parlando s’intende. Troppi se si pensa che la media europea è meno della metà di quella del Bel Paese con punte di economicità in Olanda, dove il c/c medio costa appena 35 € per dodici mesi.
            Non sono certo un economista e mi rapporto alla materia con la diffidenza innata della cultura contadina. Ma come i contadini, da cui sono fiero di discendere, avrò anche le scarpe grosse, ma il cervello non è tanto “grossolano”, ed è difficile confondermi con sofismi quando si parla di realtà concrete: i soldi, appunto. Ho ritenuto necessario precisare ciò perché sto per addentrarmi in una materia non mia. Ma miei, come vostri, sono i soldi in gioco, e perciò mi arrogo la presunzione di esporre il mio pensiero a riguardo.
            Allora, ricapitoliamo. L’Antitrus ci dice che un conto corrente in una banca italiana costa all’utente, mediamente, 182 € l’anno. Quindi, io sarò tardo in materia e non ho molta confidenza con i numeri, ma così, di primo acchito, sembra proprio che l’Autorità intenda dire che se metto 100 € sotto il proverbiale mattone, dopo un anno certamente non sono cresciuti ma sicuramente, se nessuno li ha presi, sono ancora là, intatti. Se invece li lascio sul mio conto corrente, dopo un anno non solo questi non ci sono più, ma hanno lasciato in banca un debito di 82 €.
            Si, lo so banchieri, sono ignorante in materia ma non così tanto. Se lascio i miei soldi e non faccio nessuna operazione il mio conto corrente non costerà certamente 182 € l’anno, dato che quella cifra è riferita alla media dei costi bancari sostenuti dagli utenti. Ma se questa magia della sparizione dei miei soldi non avverrà in dodici mesi, avverrà in ventiquattro o forse in trentasei: il punto non è questo. E’ che comunque i soldi spariranno ed al loro posto appariranno i debiti per i costi del c/c. Il vecchio mattone – o il libretto postale, visto che il mio rapporto con la new economy è tale che ne sono ancora titolare – non investirà certamente in titoli azionari ad alto rendimento, nemmeno a basso se è per questo, ma i miei soldi non se li prende. Il conto corrente invece è un po’ come il mattone di Peppino in “Totò, Peppino e la Malafemmina”. Ricordate: sotto il mattone vicino al muro Peppino nascondeva i propri risparmi e dall’altra parte del muro, alzando il mattone corrispondente, Totò li prendeva e li spendeva durante le sue sortite notturne.
            Ora, a questi discorsi le banche rispondono con argomentazioni che se uno si fermasse ad ascoltarle sembrerebbero pure convincenti. Al suono, certamente, perché pochi capirebbero concretamente cosa quelle parole comportino. Un po’ come i report che le stesse inviano periodicamente ai correntisti: se fossero scritti in runico ne capirei di più. D’altronde, anche quando Peppino scoprì l’ammanco di 300 mila lire al suo milione messo da parte, Totò argomentò dottamente che si trattava di “svalutazione monetaria”, fenomeno di cui tutti in quel periodo stavano parlando, che aggrediva e attaccava tutti i capitali in tutti gli Stati del mondo moderno in proporzioni diverse e che, nel caso del gruzzoletto di Peppino, aveva avuto una incidenza del 30 per cento. Peppino, allora, come tutti noi al cospetto degli estratti conto, sottostette al dato di fatto, ma non si disse proprio convinto della bontà del ragionamento.
            Però, come spesso si dice, la realtà supera la fantasia. E così le banche fanno ciò che Totò non aveva immaginato; nell’esempio di prima, infatti, sugli 82 € a rosso che la dipartita dei cento lascerebbe sul conto, l’eventuale banca applicherebbe un tasso sullo scoperto all’incirca del 14 per cento, aggravando ancora di più le sorti del c/c lasciato a sé stesso.
            Ciò però mi fa porre un’ulteriore domanda alle nostre banche: perché se io chiedo soldi a loro mi viene applicata un percentuale di interessi passivi spesso a due cifre, mentre loro riconoscono un rendimento attivo ai soldi sul mio conto corrente ben al di sotto dell’uno per cento? Cos’è, il costo del denaro è diverso a seconda se si parla dei miei soldi o dei soldi delle banche? Vale meno il nostro denaro di utenti e privati cittadini rispetto a quello dei colossi della finanza e del sistema bancario?
            In verità, una volta ho posto questa domanda ad un mio amico banchiere, ed egli mi ha risposto che la differenza sta nel fatto che le banche non mi chiedono di mettere il mio denaro su un conto corrente e che sono io ad aver bisogno di un prestito e non loro del mio c/c; in una parola, ne approfittano. Una risposta che, sebbene in linea con lo Spirito del ramo bancario, non mi convince appieno per una serie di ragioni, di cui due innanzitutto. Primo, a giudicare ad occhio dalle pubblicità e dagli spot che le banche fanno per acquistare clienti non sono convinto che esse non chiedano agli utenti di “aprirsi un conto” (anche perché alle reclame andrebbero aggiunte anche tutte le pressioni sul mondo della politica e dell’economia tese a rendere indispensabile il possesso di un c/c). Secondo, non credo affatto che le banche non abbiano bisogno dei nostri, seppur pochi, soldi: provate ad immaginare cosa potrebbe accadere loro se tutti noi decidessimo di togliere i nostri, anche miseri, averi depositati e chiudere con esse ogni forma di rapporto.
            Però, è un’idea: potrebbe divenire la nuova frontiera della Rivoluzione non violenta contro il potere economico e finanziario costituito.
            Hasta siempre, Comandante.

scritto da: olitarocco alle ore 17:54 | link | commenti (2)
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giovedì, 01 febbraio 2007

Contro le primarie in salsa europea

Salve a tutti,
            leggevo stamattina su Repubblica di come le “quotazioni” di Ségolèn Royal fossero in ribasso e subissero la rimonta di quelle del suo antagonista Nicolas Sarkozy. L’elegante signora del Partito Socialista d’Oltralpe, infatti, è data vincente oggi solo dal 46-48 per cento dei francesi, che, di contro, puntano sulla vittoria del campione della destra che piace al centro e ammicca anche a sinistra con una percentuale del 52-54 per cento.
            Ora, che Sarkozy ci abbia messo del suo per rimontare uno svantaggio d’immagine è innegabile. Il suo “fare politica” richiamandosi alla Storia Patria nel paese forse più patriottico al mondo mentre tiene ben ferma la barra sulle sue idee ammalia e convince sempre più. Sarkozy è capace di mischiare abilmente e amabilmente populismo e realpolitik, retorica e programmazione concreta, e sempre più non mancano gli epigoni di quella che fu la “tribù parigina” che affascinati dal “savoir faire” di monsieur Nicolas mettono in luce le pecche della politica (in realtà ancora poco nota) di madame Ségolèn.
            In questo crollo delle sue quotazioni, però, la Royal non è esente da colpe. Infatti se molti intellettuali storicamente vicini alla sinistra moderata propendono per un terzo candidato, il centrista Françsois Bayrou, vero rappresentante dell’attuale “francese medio” ma lontano, per carisma e stoffa, dal poter mai giungere all’Eliseo, ci sarà pure un motivo. Certo, i suddetti intellettuali puntano oggi su Bayrou per scongiurare un’altra situazione critica come quella del 2002, quando Jean-Marie Le Pen, superò nella corsa alla presidenza il socialista Lionel Jospin, costringendo poi la sinistra a votare per Jacques Chirac al secondo turno per scongiurare la vittoria del candidato dell’estrema destra nazionalista. Ma resta il fatto che non scelgono, o almeno minacciano di non farlo, la candidata del PSF, ed in questo, appunto, la stessa Royal non è esente da colpe.
            L’eroina della sinistra francese, infatti, continua a “non fare politica”, a parlare un linguaggio dai lei stessa definito “apolitico”, ad “ascoltare e far partecipare” i cittadini su tutti gli argomenti ma non ci è ancora dato di sapere lei che ne pensa sui vari argomenti. In nessuna occasione lei ha parlato di “politica”, e forse i francesi cominciano a pensare che sono tutte belle le esperienze alternative, ma candidarsi alla presidenza della Repubblica “è fare politica”, e non si può farlo in modo “apolitico”. Mentre Ségo ascolta, Sarko parla, e pure bene. Parla di politica, espone il suo programma (di destra, certo, mica si è candidato per il partito comunista) e lo spiega, chiaro e definito: puntuale. Mentre la Royal ha promesso di farci conoscere il suo programma il prossimo 11 febbraio, Sarkozy promette di dare risposte concrete anche “ai lavoratori, che sono stati dimenticati dalla sinistra”.
            Chiarisco subito, prima di equivoci. Nicolas Sarkozy non mi piace e non mi piacerà mai. Ma se la candidata della sinistra non si attiva un po’ ho paura che i prossimi cinque anni in Francia saranno ancora in odore di destra. E ciò, ovviamente, mi amareggia non poco.
            Fin qui le colpe della Royal. Poi vengono quelle che secondo me andrebbero attribuite ad un sistema politico che in Europa difficilmente può funzionare: le primarie. Certo è solo una mia opinione, maturata in una Nazione cresciuta a “Pane e Cencelli”, però, non dico per vantarmi, ha una sua logica. Le primarie, infatti, sono ciò di più lontano ci possa essere dalla “politica” vecchio stile all’europea. Quando sento quei discorsi che hanno come sottofondo il fatto “che il voto non deve essere ideologico”, che “si deve votare la persona per quello che è non per quello che il suo partito rappresenta” e simili non posso non pensare al mondo di Guareschi. Si, lo so, lo so, la Storia è andata avanti, ma che ci posso fare: io penso ancora che Peppone sarà sempre comunista e Don Camillo farà sempre campagna elettorale per la Democrazia Cristiana. E lo pensa anche Ruini a quanto pare.
            Ma a parte ciò, ci sono anche motivi più concreti per cui le primarie, a mio giudizio, funzionano poco. Quando l’individuazione di un candidato premier avviene dopo lunghe, spesso estenuanti, trattative, anche con compromessi e accordi che al popolo appaiono non proprio chiari, si ha il tempo per disporre tutte le tessere al loro posto. A chi non verrà candidato si dà la giusta visibilità in altro modo. A quelle forze o correnti che devono appoggiarne altre si garantiscono posti chiave e congrue compensazioni; e via, via come sappiamo. Dai consigli comunali al Governo di una nazione, gli equilibri devono essere rispettati: e patteggiati prima.
            Le primarie, invece, sono una sassata. Il loro giudizio è inappellabile e repentino; spesso tolgono anche la possibilità di cercare una accordo per tutti perché il loro verdetto schiaccia “democraticamente” i più piccoli in un angolo. E lì, nell’angolo, i più piccoli non ci vogliono stare. E scalpitano. Ségolèn Royal ha surclassato i suoi antagonisti Laurent Fabius e Dominique Strauss-Khan. Ha oscurato persino il suo compagno di vita e segretario nazionale del partito socialista Françoise Hollande. E senza lasciare alla “politica” i suoi tempi.
            Oggi, forse, sono proprio le aree socialiste vicine agli sconfitti quelle che si stanno allontanando dalla Royal: verso il centro quelle più vicine a Fabius; a sinistra per chi si rivede in Strauss-Khan. Non certamente un esodo di massa, ma piccoli spostamenti probabilmente si. Quanto basta a determinare per la Royal oggi previsioni tutt’altro che rosee. E per l’intera sinistra francese.
            Dite che la mia è una visione provinciale legata ad una formazione tipicamente italiana “prima Repubblica”? Forse, ma intanto il PSF sembrava lanciato verso una schiacciante vittoria, ed oggi non è più così. L’idea che le primarie abbiano in ciò una parte di responsabilità non è poi così illogica. Non trovate?

scritto da: olitarocco alle ore 17:23 | link | commenti (1)
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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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