"FiloPolitica"

venerdì, 15 dicembre 2006

Libro verde sul lavoro o disco verde alla barbarie?

Salve a tutti,
due giorni fa parlavo con un mio conoscente circa gli scenari futuri dell’occupazione in Italia. L’eccezionalità di quella situazione – ed il motivo per cui ora ve ne rendo notizia – è sostanzialmente legata alla meraviglia, sincera e non di facciata, che ho provato io quando ho scoperto un lato di quella persona che onestamente non conoscevo.
Nello svolgersi del nostro dialogo, incentrato soprattutto sull’annosa questione dei precari, ho manifestato al mio interlocutore il sostanziale giudizio positivo che m’ispirano aperture come quella delle previste assunzioni nella Pubblica Amministrazione centrale e nella Scuola od eventi come l’assunzione, frutto di sentenza giuridica, di oltre 6.300 precari nei call center. Provvedimenti che prima o poi bisognava attenderseli, ma nei quali cominciavo a credere sempre meno.
Quello che non mi aspettavo minimante, data la cultura e la formazione politica del mio interlocutore, invece, è la reazione di ferma chiusura che egli ha palesato. “Manovre del genere – ha detto – manifestano solo una sudditanza di questo Governo rispetto ai ricatti della sinistra radicale e fanno male al mondo del lavoro e dell’economia”. Mi verrebbe spontanea un’esclamazione vernacolare e triviale, ma ve la evito.
Dopo i primi tre secondi di smarrimento, ho risposto a questa persona (per la cronaca, dipendente pubblico a tempo indeterminato) che, come lui, concordavo con l’eventuale necessità di “flessibilizzare” il mercato del lavoro. A patto, però, che da domani anche il suo “posto” diventasse meno certo e cominciasse anch’egli a dover lottare quotidianamente con lo stress e l’ansia di una condizione lavorativa ed economica che ha una data di scadenza ben precisa.
Non ha risposto alla mia battuta, e certamente non avrebbe potuto.
Ma quella che per me era solo una battuta per far notare ad altri l’ipocrisia e la parzialità della loro visione, per i tecnici UE che hanno redatto il Libro Verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro è un’idea perseguibile e da attuare. La ratio finale delle proposte contenute nel documento da loro elaborato, una sorta di bozza aperta a cui gli Stati membri potranno aggiungere osservazioni ed integrazioni fino alla fine del marzo 2007, è semplice quanto aberrante. I contratti di lavoro atipici, ci dicono in sintesi coloro che hanno redatto questa specie di canovaccio politico/economico, sono troppo diversi nella sostanza e nella forma dai contratti di lavoro per così dire tipici – anche se date le proporzioni attuali fra precarietà e stabilità lavorativa, propenderei per una inversione speculare dei due termini.
Quindi, ci dicono questi consulenti tecnici della UE, probabilmente ben remunerati data la estrema lucidità analitica che hanno dimostrato, bisogna fare in modo che le due posizioni comincino a convergere, si inizi, sostanzialmente, a ridurre questo enorme iato che crea tensioni sociali all’interno delle classi lavoratrici – ovviamente la visione contenuta nell’ultima proposizione è mia, i super consulenti dell’UE delle classi lavoratrici e delle loro tensioni non se ne importano molto. Il problema è semmai come fare ad avvicinare queste due posizioni lavorative. E siccome di rendere i contratti atipici del tutto simili a quelli tipici le aziende non ne vogliono nemmeno sentir parlare, i consulenti dell’apposito comitato UE, hanno pensato bene di avvicinare i lavoratori a tempo indeterminato alla condizione di diritto di quelli precari. Anche in questo caso è forte la resistenza che devo fare a me stesso per non lasciare corso all’imprecazione cui prima accennavo.
 Ora, so bene che la questione nelle mie parole è spinta al parossismo, so che molti mi diranno che nello stesso Libro Verde c’è una grossa parte dedicata alle misure di sicurezza in campo lavorativo, secondo il modello della “flexsecurity”, ma la misura culturale e sociale da cui muove la redazione di quel documento è chiara e lapalissiana. La stessa da cui muovono le cretinate che tutti i giorni sentiamo da Briatore e Montezemolo. Anche perché, io sono sicuramente fazioso in ciò che dico, ma provate a leggere il significato di queste dichiarazioni: “La ‘flexicurity’ – ha detto Emilio Gabaglio, membro del Comitato occupazione della Ue in un convegno sulle tematiche del Libro Verde organizzato dal Cnel – garantisce non tanto il posto di lavoro, ma l’occupazione lungo tutto l’arco della vita attiva, assicurando la transizione da lavoro a lavoro e da impresa a impresa e – ha sottolineato – la necessaria sicurezza in questa fase”.
Va bene il discorso della sicurezza. Ma è chiaro che con simili visioni l’idea di posto di lavoro a tempo indeterminato viene ad essere cancellata dal repertorio legislativo, se non addirittura dal vocabolario, di una ipotetica futura riforma del diritto del lavoro di respiro comunitario – non tanto ipotetica e futura, ahimè.
Più che un Libro, questo diventerebbe un Disco Verde dato alle imprese per scatenarsi contro i lavoratori e dar luogo alla barbarie tipica del capitalismo, che è quella di considerare il lavoro alla stregua della merce, gli uomini allo stesso modo delle altre variabili del processo produttivo.
A questo punto lancio una provocazione. Visto che un giorno sì e l’altro anche non c’è imprenditore che non si dichiari disposto a smettere di pagare le tasse, quando, spesso, concretamente non dà corso reale alle parole, perché non si sente rappresentato, cosa succederebbe se anche i lavoratori, che quasi sempre, nei fatti, non sono rappresentati, cominciassero a ragionare ed agire nello stesso modo. In sintesi, anche i lavoratori potrebbero far loro il mottono taxation without representation”, visto che sempre più a chi governa, sia a destra che a sinistra, piace il liberalismo.

scritto da: olitarocco alle ore 13:04 | link | commenti (2)
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mercoledì, 13 dicembre 2006

Sempre lesti a condannare l'immigrato

            Buongiorno a tutti,
            oggi sarò breve. Non voglio eccessivamente dilungarmi su una questione che fa solo male alla nostra ormai sempre più malata società italiana. Erba, nel bresciano, una ridente e tranquilla cittadina ed un delitto dal film dell’orrore: tre donne ed un bambino uccisi e dati alle fiamme, un anziano signore che si salva per miracolo. Atroce, tremendo, terribile. Gli aggettivi si sprecano per definire lo sconforto ed il dolore che si prova dinnanzi a notizie del genere. Ma, come credo avrete già capito, non è dell’orrido crimine che voglio parlare oggi.
            Quanto piuttosto dell’insana quanto celere capacità dell’informazione e dell’opinione pubblica di scagliarsi nella condanna al consolidato stereotipo dell’eventuale assassino: immigrato, spesso clandestino, meglio ancora se islamico o slavo. In questo caso la condanna preventiva sullo stereotipo è stata per così dire facilitata dal fatto che in quella casa un immigrato vi abitava. Era il marito, il genero ed il padre di tre delle quattro vittime (la quarta era una vicina richiamata lì, insieme col marito ora in gravi condizioni, dalle urla dei malcapitati). E’ per di più era tunisino e da poco uscito grazie al tanto contestato indulto.
            Un cocktail prelibato per chi nutre la sua vita di populismo e facili condanne del diverso. Tutti i giornali (tutti nessuno escluso, e se qualche esempio illuminato c’è stato è dovuto forse più al caso che ad una logica editoriale votata alla prudenza) ed i tg hanno titolato la notizia con un bel “Immigrato tunisino uccide figlio, moglie e suocera. Era fuori grazie all’indulto; vittima della follia anche una vicina di casa” o con altri attacchi simili. Peccato però che in tutto questo titolo di vero ci sia solo il fatto che il soggetto accusato è, oltre che congiunto delle vittime, tunisino e fuori per l’indulto. Perché, infatti, il “già mediaticamente condannato” colpevole, al momento del crimine si trovava in Tunisia. Chi ripagherà quest’uomo dell’essersi sentito accusato di un crimine tanto atroce? Certo, per essere da poco uscito dal carcere il soggetto non era in odore di santità, ma essere accusato di aver ucciso suo figlio non è la stessa cosa di andare in galera per spaccio. Purtroppo però nessun giornale farà ammenda per quanto è successo e ciò, ahimè, non servirà da lezione per il futuro. Mi meraviglio di come non ci sia stata, nel breve lasso di tempo trascorso fra il fatto e la scoperta della verità, un’interrogazione parlamentare a riguardo, magari prendendo spunto proprio dalla questione dell’indulto. Tanto più che il delitto è maturato nella provincia lombarda, nell’humus culturale ed elettorale della Lega. Un’interrogazione degli uomini del Carroccio l’avrei infatti ben vista, come ci fu a suo tempo per i misfatti di Novi Ligure.
            Anche lì molti parlamentari (soprattutto di destra) furono pronti a condannare l’intera categoria degli immigrati slavi, come quelli immaginari su cui Erika voleva far ricadere le colpe del crimine. Quando poi si scoprì la realtà, l’orribile e incredibile verità che si celava dietro tanta violenza, quando si seppe che a macchiarsi di quel delitto fu Eirka, aiutata dal suo fidanzatino e complice Omar, la figlia e la sorella delle vittime, nessuno chiese pubblicamente scusa all’intera categoria degli immigrati slavi per la condanna preventivamente emessa.
            E la ragazzina che qualche mese fa accusò un ragazzo marocchino d’averla stuprata? Ricordate: il giorno dopo si seppe che era tutta un’invenzione della ragazza, in realtà appartatasi per amorosi afflati con un suo coetaneo e capace di inventare tutta quella messa in scena per paura di essere stata scoperta. Non condanno la ragazzina, proprio perché tale. Condanno però la sottocultura qualunquista e populista di cui la stessa era pervasa. Non esitò minimamente a condannare un ragazzo sconosciuto, visto al bar e da lei ricordato solo perché lui indossava una maglietta appariscente. Non esitò perché sapeva che sarebbe stata creduta subito: il ragazzo era marocchino, con ogni probabilità immigrato da poco data la sua età, quasi sicuramente islamico, e se era fortunata anche clandestino. Lo stereotipo per eccellenza, il colpevole ideale di un crimine tanto brutale e capace di offendere la dignità della società civile: lo stupro di una ragazzina.
            Quel ragazzo fu preso, fermato dalla polizia, interrogato (credo anche da qualcuno malmenato, ma non ho elementi per dirlo), messo alla gogna per un crimine mai commesso. Fosse successo a me, mi sarei sentito morire. Ed il giorno dopo, quando si seppe della sua innocenza, quando la ragazza confessò d’aver mentito, non ricordo d’aver letto titoli di giornale che chiedevano scusa a quel giovane per averlo condannato senza giudizio.
            Si avete ragione, vi avevo promesso che non mi sarei dilungato. E’ solo che questo nostro popolo italico mi fa “incazzare” (e scusate il francesismo). Siamo sempre pronti alle condanne di piazza, ai linciaggi. Siamo sempre pronti a credere più agli stereotipi che alla realtà accertata dei fatti. Siamo sempre troppo lesti a condannare l’immigrato che commette un crimine, sempre rapidi nell’inveire contro chi è sospettato di qualcosa prima di sapere se è colpevole o meno. Il processo e la condanna di piazza sono in Italia una caratteristica purtroppo onnipresente lungo la Storia: dai fatti di Erba a quelli di Novi Ligure, per arrivare (perché il fenomeno è tanto radicato che va al di là dei casi legati agli immigrati) a Tangentopoli, e passando per i tanti processi in tv.
            Siamo sempre pronti, come dicevo poc’anzi, a condannare pubblicamente, e senza attendere verdetti, chi offende la nostra dignità pubblica, la decenza della nostra società civile; ma, mi chiedo, questa dignità comune, questa pubblica decenza, non è mai offesa dal sentirsi colpevole d’accusare d’orrendi crimini un innocente?

scritto da: olitarocco alle ore 08:57 | link | commenti
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lunedì, 11 dicembre 2006

Pacs Vobiscum

             Buongiorno a tutti,
            e la pace sia con voi, Pax Vobiscum . Certo che questo saluto benaugurale, quasi benedicente, fatto proprio per secoli dalla Cristianità è davvero bello. Non me ne vogliamo gli amici e fratelli Islamici, come anche molti Cristiani del resto, devoti e seguaci del congedo con le parole “il Signore sia con te”, ma seconde me, augurare a chicchessia la Pace è quanto di più bello e altruista ci possa essere nel panorama dei commiati e dei saluti.
            La Pace è infatti la massima forma di convivenza civile fra gli uomini. Essa si basa sull’amore per l’altro, sull’accettazione, spesso incondizionata, delle differenze – ferme restanti le proprie prerogative, è ovvio – altrui; è la Pace il messaggio che discende dal magnifico “discorso della montagna” di Gesù Cristo. E’ ancora la Pace il messaggio dell’entrata trionfale del Cristo a Gerusalemme; è la Pace, inoltre, il commiato con il quale il Nazareno saluta il mondo morendo, perdonando gli uomini per ciò che hanno fatto. La Pace come conseguenza obbligata dell’amore per l’altro. Per tutti gli altri.
            Cristo, sul Golgota, perdona il Ladrone, rassicurandolo circa il suo approdo il Paradiso. Cristo salva la Peccatrice dalla lapidazione, con il più bel pensiero d’altruismo che si possa mai pensare: “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
            Nessuno scagliò pietre all’indirizzo di alcuno in quell’occasione, tutti consci, gli astanti, dei loro peccati e delle loro, piccole o grandi, nefandezze. Oggi però i seguaci del messaggio del Nazareno, i fedeli della Buona Novella sono sì talmente nettati nell’anima e nello spirito che scagliano pietre contro tutti e tutto, assisi sul candore delle loro immacolate coscienze.
            Già, già, lo so, penserete che sono ingiusto, politicamente scorretto, fazioso, che anch’io sparo a zero su una parte di persone che non la pensa come me, eccetera, eccetera, eccetera. Però non c’è la faccio, davvero, non riesco minimante a sopportare chi si richiama ai valori Cristiani – al messaggio di Colui che nella sua magnificenza seppe accettare ed accogliere tutti, gli ultimi per primi – mentre si afferma, senza nemmeno arrossire un pochino, che “siccome i Pacs servono, sostanzialmente, solo alle coppie omosessuali, parlarne costituisce un attentato ed una minaccia per l’essenza stessa ed i valori della famiglia tradizionale e del matrimonio” (non metto nomi a queste frasi perché, oggi, non voglio lapidare nessuno. A chi vuole ricordarle, dico solo che sono di un noto politico italiano, rilasciate in un’intervista andata in onda domenica, nell’edizione delle tredici del tg di Rai 2).
            Queste simili frasi non solo non le condivido, ma mi fanno ribrezzo e terrore. Degli omosessuali non bisogna parlarne perché si offende la decenza? E quanto poco dista ciò dalle criminali azioni di imbecilli con la testa rasata? Quale distanza minima si frappone fra un simile atteggiamento e la bieca volontà di nascondere alla vista – ed alla discussione – una “casta” che si vuol considerare “reietta”? Quanto corto è il distacco fra simili tesi ed il rinchiudere chi è portatore di una simile “onta sociale” in campi di sterminio, come è stato fatto da Hitler e poi nascosto e dimenticato dalla Storia? Degli omosessuali, infatti, questa gente – permettetemi questa piccola digressione – non ne vuole parlare: mai. Nemmeno quanto dovrebbe insegnare ai propri figli la barbarie di chi, come i Nazisti, ha voluto talmente nascondere queste persone da sterminarle in campi di concentramento. Ma di ciò si legge poco, per non dire nulla, nei libri di storia a scuola.
            Le urla, mediaticamente forsennate, ascoltate in questi giorni – da esponenti di destra e di sinistra, confermando che la grettezza mentale non ha colore, è grigia – circa la discussione sui Pacs confermano queste mie parole; purtroppo. Quel Cristo che amava gli ultimi e che per loro ha voluto morire, quell’Uomo che sfidò la folla inferocita ed accecata dall’idiozia e del pregiudizio per salvare una sconosciuta accusata di essere una meretrice, quel Dio che perdonò nell’amore chi gli lacerava le carni per paura della sua parole, cosa direbbe di tutto ciò? Non lo so di preciso, ma dubito che considererebbe gli omosessuali indegni di essere riconosciuti nei loro diritti.
            Non sono certo io quello chiamato a difendere il senso profondo del Cristianesimo: non ne ho titolo e non me ne arrogo il diritto. Mi dispiace solo vedere la Buona Novella difesa in nome della Famiglia da politici che hanno talmente alto il senso della stessa da averne tre.
            Una cosa però vorrei dirla a chi si scandalizza della discussione e della possibilità di approvare un sistema di garanzie di legge per le coppie di conviventi, indipendentemente dalla razza, dall’età, dallo stato sociale e dal sesso dei componenti. Io sono sposato. Io e mia moglie ci siamo sposati in Chiesa, secondo il rito di “Santa Romana Chiesa” come si diceva un tempo. Lo abbiamo fatto perché così abbiamo ritenuto giusto. Non ci verrebbe mai in mente, però, di dire ad altri che scelgono la convivenza, o che si sposano secondo il rito Luterano, che “dovrebbero vergognarsi della loro scelta di vita”. E, di contro, non sopporteremmo un minuto chi dicesse ciò a noi.
            Ciò detto, le mie idee non sono minimamente messe in crisi dalla discussione politica e sociale sui Pacs. L’amore che provo per mia moglie, per la mia famiglia d’origine, per i miei genitori, mio fratello, i miei suoceri, tutti i parenti “diretti e aggiunti”, rimane immutato, anche se continuo a sostenere il diritto di ognuno di vivere come vuole. Non è che se domani viene approvata una legge che riconosce le coppie di fatto divorzio da mia moglie, rinnego la mia famiglia e vado a convivere con un uomo. Con tutto il rispetto per chi lo è (e vi prego di credere che non è una frase fatta, ma un sentimento di rispetto reale e vero), non sono omosessuale e credo nel matrimonio. E ciò non cambierà se e quando (speriamo presto) ci sarà il riconoscimento delle coppie di fatto.
            Che idea di “famiglia tradizionale” e “matrimonio” hanno coloro che temono che il riconoscimento delle coppie di fatto possa mettere in crisi tali “valori”?
            Salve a tutti, e Pacs Vobiscum.

scritto da: olitarocco alle ore 12:52 | link | commenti
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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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