"FiloPolitica"

mercoledì, 29 novembre 2006

Fatto trenta...

            Buongiorno a tutti,
            la notizia che Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani sono indagati dalla Procura di Roma con l’accusa di “diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” è di quelle storiche per il nostro Paese. Già, non tanto perché l’accusa viene mossa ai due autori del film/inchiesta sui presunti brogli elettorali delle scorse politiche dal titolo “Uccidete la democrazia!”. Nemmeno per la diffusa condivisione dell’accusa da parte dell’opinione pubblica – che anzi, come sempre in vicende simili, si è nettamente divisa. E neanche perché la Procura di Roma e la “Magistratura Rossa”, come più volte definite dal centro destra, ha indirettamente difeso Berlusconi e la Cdl dalle accuse di Deaglio.
            Quello per cui tale notizia assurge al rango di pietra miliare delle vicende italiche è un altro aspetto. Le accuse a Deaglio e Cremagnani fanno dell’Italia un paese normale. Che siano condivise o meno, che siano o non siano giuste, queste accuse sono l’ultimo lembo a cui s’appende la normalità civile e civica del Bel Paese.
            Ed infatti in un Paese normale, se qualcuno accusa qualcun altro di qualcosa, la Giustizia od indaga il secondo nel merito delle accuse del primo, od accusa il primo per diffamazione del secondo. Tertium non datur. Purtroppo spesso, quasi sempre, in Italia è stato proprio quel tertium ad essere il principio più seguito. L’Italia è la Nazione della via di mezzo, ma più che ricercare in ciò l’essenza della virtù, come ci consiglia Aristotele nell’Etica Nicomachea (in medio stat virus), l’italica schiatta in essa ha sempre ritrovato il giusto peso del compromesso.
            Come dire: né l’uno, né l’altro. Una via di mezzo motivata dalla necessità di trovare una soluzione che non scontenti nessuno, capace di tenere buoni tutti i protagonisti e gli antagonisti in tutte le vicende della storia della nostra Italia. E così, tra un rimpallo ed un altro, la Nazione è divenuta la Patria degli uomini di centro. No, non di quelli – o meglio, non solo – che siedono nel mezzo degli emicicli parlamentari, ma di quelli, la quasi totalità degli italiani, che su qualsiasi questione assumo una posizione di equidistanza rispetto alle ipotesi, alle soluzioni, ai contendenti.
            Di più. In Italia infatti è nato (coniato da Andreotti ma ripreso e rivalutato anche in questa legislatura da D’Alema) il concetto della “equivicinanza”. Che è molto più politically correct – ma nella versione nostrana del volemose bene – di quello dell’equidistanza. Anche molto sentimentale rispetto all’altro molto più asettico.
            Noi italiani, forse brava gente proprio perché amici di tutti, con il concetto di equivicinanza intendiamo sostenere la possibilità di essere in un rapporto di empatia con tutte le parti contendenti in una qualsiasi questione. Il contrario, ovviamente, dell’equidistanza, che, come nel primo caso, comporta sì il non schierarsi apertamente con nessuna delle due posizioni, ma mantenendo una freddezza quasi mitteleuropea o anglosassone rispetto ad entrambe. Molto più asettica, ma molto più limpida ed onesta: non mi schiero perché non condivido nessuna delle due ipotesi, non perché “siccome voglio bene a entrambi o perché non voglio addolorare nessuno, vi abbraccio ma non vi sostengo”.
            E ch’amma fa. Questa è la nostra Italia, da sempre. Ma, ripeto, nell’indagine avviata a carico di Deaglio e Cremagnini vi è un lampo, una luce di speranza di una rinascita etica della nostra Nazione, di un nuovo risorgimento morale degli italiani. In questo quasi affaire Dreyfus all’incontrario, capace di risollevare le sorti civiche della Nazione, scorgo l’alba di un possibile nuovo sentire comune. Un sentire chiaro, deciso, preciso, inequivocabile, concreto: in una parola, serio.
            Finalmente si affronta un caso con implicazioni politiche e giudiziarie in maniera decisa. Di fronte alle accuse di due giornalisti rivolte ad una ben precisa parte politica di brogli elettorali – il crimine peggiore per la democrazia di cui può essere accusa una parte politica, non un “affarucolo” da nulla da poter prendere sotto gamba –, come ebbe a notare qualche giorno fa Michele Serra su “La Repubblica”, le scelte della magistratura sono obbligate: od indaga sulle presunte irregolarità elettorali, o denuncia i due accusatori per diffamazione. Non ci sono altre possibilità od alternative. La Giustizia dello Stato deve fare il suo dovere, assumersi le sue responsabilità dinnanzi al caso. E con questa accusa a Deaglio e Cremagnani la Procura di Roma lo ha fatto; giusta o sbagliata che sia la scelta degli inquirenti.
            Ora però mi viene spontanea un’osservazione: fatto trenta perché non si fa tent’uno? Il primo a parlare di presunti brogli elettorali – e molti della sua parte hanno continuato anche durante lo svolgersi di queste ultime vicende – è stato Silvio Berlusconi. Ergo, secondo quanto detto qui sopra, ora alla Giustizia si aprono due strade: o verificare le ipotesi del presidente di Forza Italia, oppure accusare Berlusconi di “diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, con la non trascurabile aggravante che al momento delle dichiarazioni, il dichiarante era il Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, il che dava alle sue accuse un diverso manto di credibilità rispetto a quelle lanciate da due giornalisti. Anche in questo caso, stando alla logica, tertium non datur.
            Ma perché ciò accada, questa dovrebbe essere una Nazione realmente “normale”. 

scritto da: olitarocco alle ore 12:46 | link | commenti
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lunedì, 27 novembre 2006

E se l'invitato rifiutasse la cortesia?

 Buongiorno a tutti,
            leggevo l’altro giorno della probabile proposta di nuovo statuto del Partito Socialista Europeo, che la stessa presidenza del Pse avanzerà durante il congresso della formazione politica, in programma a partire dal prossimo 7 dicembre ad Oporto. Il testo della proposta, stando a quanto riportato da alcuni giornali, prevederebbe un allargamento del Partito Socialista Eupoeo oltre che alle forza politiche del continente di ispirazione “socialista, socialdemocratica e laburista” anche ai soggetti politici “democratici e progressisti”. Detta così, nulla questio. Sembrerebbe normale, infatti, che le forze politiche che hanno diritto di cittadinanza nel Pse siano, oltre che socialiste, socialdemocratiche e laburiste, anche democratiche e progressiste; e non potrebbe essere altrimenti.
            Però, siccome gli stessi giornali che riportano la notizia del possibile cambio di statuto nella definizione delle forze politiche partecipanti al Pse ci informano che il testo della prossima proposta ha visto nella stesura la partecipazione di Piero Fassino, la cosa assume un aspetto diverso.
            La partecipazione dell’esile piemontese, infatti, da’ al tono di quelle parole un significato diverso. Non si tratta tanto di “assicurarsi” che chi partecipa al Pse sia anche “democratico” e “progressista” – aggettivi che in una forza socialista divengono sostantivi –, quanto piuttosto di consentire a quelle forze politiche che si chiamano “Progressiste” o “Democratiche” di entrare a far parte della famiglia socialista.
            Fin qui, in ogni caso, potrei anche starci. Anche se – ma è solo un mio punto di vista – socialisti si è nel nome e nei fatti, ed i due aspetti sono – sempre a mio parere – inscindibili. Comunque, ripeto, sono punti di vista e non credo che i vertici del Pse prenderanno mai in considerazione, le mie parole o quanto scrivo.
            Ciò detto, quello che invece mi lascia perplesso è invece tutto l’entusiasmo dimostrato dallo stesso Fassino rispetto a questa proposta di allagamento della partecipazione al Pse. Il leader della Quercia, infatti, non ha minimante nascosto la sua soddisfazione per il fatto che “al congresso del Pse siano stati invitati Romano Prodi, Francesco Rutelli e Howard Dean, il presidente del Partito democratico americano” (da “L’Unità” del 9 novembre 2006).
Io, invece, non ci vedo nulla di eccezionale: per due motivi.
            Primo, invitare altri esponenti politici ad un congresso è una prassi consolidata e fa parte di quel bon ton non scritto della politica. Anche perché, come lo stesso Piero Fassino ricorda, i magnifici tre che lui cita “sono stati invitati”, non hanno mica chiesto loro di partecipare.
            Secondo: ma quando mai il problema della partecipazione del Partito Democratico al Pse – vero nocciolo della questione, trattato negli articoli e nelle dichiarazioni a cui facevo riferimento poc’anzi – si è posto nei termini di una volontà di chiusura rispetto al nascente soggetto politico da parte della formazione socialista continentale? Rutelli e Parisi, come anche Romano Prodi, non vogliono entrarci nel Partito Socialista; punto. A loro non interessa minimamente se, per statuto dello stesso Pse, possono o meno: non vogliono. E lo hanno anche detto a chiare lettere.
            Aprire alla possibilità di una loro entrata è un atto sotto alcuni punti di vista anche nobile da parte della dirigenza del Pse, ma non risolverà la querelle italica. I “fiorellini” di Rutelli, così come, peraltro, gli ultraulivisti di Parisi, al solo sentire la parola “socialista” sono assaliti da tremolii e fremiti, con stati di ansia e panico. Ed hanno anche ragione. Anch’io alla prospettiva di entrare a far parte di un Partito Democratico Cristiano Europeo sarei assalito da tutti i sintomi delle malattie esantematiche contemporaneamente.
            Sono culture diverse ed è giusto che, in alcuni casi, siano contrapposte. Perché un conto è far parte di una “coalizione” politica tesa al raggiungimento di un risultato elettorale e basata su di un programma di governo fatto di azioni concrete e definite, comune e condiviso; altro è essere parte di uno stesso “partito” politico, condividendo ideali, ideologie e quant’altro. Si tratta di due cose molto diverse; e difficilmente dalla prima può discendere e derivare la seconda.
            Quello che però ora mi chiedo è cosa succederebbe se l’invitato rifiutasse la cortesia? Perché – è solo un’opinione, ma come tutto il resto dell’articolo, naturalmente – io sono convinto che una volta inoltrato l’invito il destinatario rifiuterà con decisione e diserterà la cerimonia. Fuor di metafora, anche se il futuro congresso del Pse consentirà l’adesione al partito delle forze, genericamente, “democratiche e progressiste”, io credo che i rutelliani e i superulivisti dei DL non accetteranno comunque di entrare nel Pse, e quindi, come logica conseguenza, non acconsentiranno mai a che il nascente Pd ne possa far parte.
            Capisco che questa rappresenti per Fassino anche una presa di tempo ed un modo per allentare la tensione all’interno dei Democratici di Sinistra, peraltro testimoniata dalla volontà di far slittare al 18 dicembre, dopo il congresso di Oporto, il consiglio direttivo nazionale della Quercia previsto nei primi giorni del mese, sperando così di rassicurare la sinistra interna circa l’adesione alla casa europea socialista del futuro Pd.
            Però, anche qui, mi viene un dubbio e mi sorge una domanda. Per quanto riguarda il primo, dubito fortemente che questo piccolo passaggio di Oporto possa costituire una qualche garanzia per Salvi, Mussi, Bandoli, Spini e gli altri. Semplicemente perché credo che le riflessioni di cui sopra le abbiano fatte anche loro.
            La seconda, invece, è questa: che figura farà il Segretario Nazionale della Quercia – il più grande partito di matrice socialista in Italia ed erede del più grande Partito Comunista occidentale; non è mai superfluo ripercorrere la Storia – se la Margherita rifiuta l’invito? Credo che in questa operazione Fassino stia investendo molta della sua credibilità e della sua immagine, anche e soprattutto, nei confronti della sinistra interna e degli esponenti del Pse. Se quanto di cui prima dubitavo dovesse avverarsi, il “grissino” torinese avrà non poche cose di cui render conto all’ombra della Quercia.
            Anche perché quando le cose vanno male, non si sciolgono i partiti; semmai si cambiano le dirigenze. Pure questa è solo una personale opinione, sebbene credo che io non sia l’unico a sostenerla.

scritto da: olitarocco alle ore 11:48 | link | commenti
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venerdì, 17 novembre 2006

La Ricerca della precarietà

Salve a tutti,
            il resoconto del bollettino economico presentato ieri al Paese dalla Banca d’Italia è quanto mai implacabile e impietoso circa lo stato dell’economia nostrana. Impietoso ed implacabile ancora di più se si considera che stavolta da via Venti Settembre non arrivano, o non solo, le solite accuse sull’eccessivo costo del lavoro o le consuete richieste di un innalzamento dell’età pensionabile. No, questa volta la struttura più autorevole sull’analisi dei conti e dell’andamento dell’economia dice a chiare lettere che il vero vulnus, il vero scoglio e problema dell’economia italica sono le imprese. Si, si proprio loro, proprio le realtà che dovrebbero contribuire alla crescita dell’economia, allo sviluppo. E non da oggi. Secondo la Banca d’Italia il problema è ormai quasi atavico e risalente almeno al 2000, se non prima.
            Le imprese, è detto a chiare lettere nel bollettino economico redatto dall’Istituto diretto da Draghi, devono investire di più in innovazione, migliorare la competitività dei loro prodotti, ammodernare le tecniche di produzione, investendo più risorse in ricerca per aumentare i contenuti tecnologici delle loro produzioni.
            E poi però, come sempre, si continua a picchiare sulle teste dei più deboli. Già, perché sempre la squadra guidata da Draghi ci dice, di nuovo, che un altro correttivo necessario è l’innalzamento dell’età pensionabile. Con una differenza sostanziale rispetto alla osservazione precedente. Se per quell’aspetto non si possono obbligare le aziende ad investire in ricerca per legge, su questo fronte, invece, non tarderanno ad arrivare avvisaglie circa le velleità governative di portare l’età pensionabile, che so io, a settant’anni: tanto la vita media è di poco superiore ai settantotto; che? Non vi bastano 8,2 anni di riposo? Nullafacenti e scansafatiche che non siete altro!
            E mentre mio suocero (cito lui così nessuno mi farà causa, spero) dovrà continuare ad arrampicarsi sui ponteggi per altri 15 anni, Tronchetti Provera e Co. continueranno a comprarsi i panfili con i soldi non investiti in ricerca ed innovazione. Giustizia sociale con l’avvallo di un governo di sinistra: rassicurante, non c’è che dire. Ah, dimenticavo, è di “centro sinistra”…e si vede.
            Le cifre fornite dalla Banca d’Italia preoccupano ancora di più se le si legge a fondo. Infatti ci dicono che negli ultimi sei anni nel Bel Paese il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato del 23 %, mentre in Francia e Germania questo stesso valore ha registrato flessioni comprese fra un minimo del 5 % e punte del 10 %. Costano di più i lavoratori italiani? Tutt’altro. Sempre nello stesso periodo di riferimento, infatti, i salari italiani sono cresciuti significativamente meno rispetto a quanto avvenuto nel resto d’Europa. Il problema, semmai, e nella produttività. Mentre da noi questa rappresenta un valore in continua e costante discesa, negli altri competitors essa ha registrato nell’ultimo sessennio crescite anche superiori al 23 %.
            Ora, non è che diminuisce la produzione perché i lavoratori italiani negli ultimi sei anni hanno incrementato i minuti impegnati nelle pause “caffé e sigaretta”. Semplicemente in questi anni gli imprenditori degli altri paesi hanno visto e pensato a come investire in ricerca ed innovazione parte dei loro profitti per potenziare la produttività delle aziende. Quelli italiani a come sperperare quattrini accumulati con il pluslavoro dei dipendenti a bere coctails con gli ombrellini contornati da veline al “Billionaire” di Briatore. Tutto qui. E fuori dal sarcasmo e dall’ironia, questa è la terribile verità del nostro sistema Paese.
            E quando il gioco si fa duro perché imprenditori indiani o svedesi da anni si rimboccano le maniche rinunciando ai dividendi per raffinare le tecniche produttive, i nostri “Confindustriali” vanno a piangere da Mamma Palazzo Chigi chiedendo dazi, o riduzioni al costo del lavoro, o più flessibilità/precarietà. E se sul primo aspetto Mamma Palazzo Chigi non può cedere perché altrimenti Papà Bruxelles fa la voce grossa, sul secondo è sempre pronta ad accontentare i suoi pargoli montezemoliani.
            Che tristezza, anche se ho provato un po’ a riderci su. Ma il fatto è che i nostri imprenditori invece di pensare a fare sistema e produzione pensano ai profitti ed ai dividendi, quando addirittura non vendono tutto per fare liquidità ed infoltire ancora di più il “partito della rendita”, la prima impresa per fatturato in Italia. Altro che Repubblica fondata sul lavoro.
            Mentre gli operai fra il 1943 ed il 1945 salvavano le fabbriche del nord dai nazifascisti intenzionati a smantellarle, mentre qualche anno fa la prima a lanciare l’allarme sul declino economico e sulla necessità di una nuova e coraggiosa via alta allo sviluppo, cominciando per prima a rimboccarsi le maniche in tal senso, fu la Cgil, Confindustria ripaga la cortesia chiedendo nuovi strumenti per togliere potere contrattuale al lavoratore a capito della capacità di far profitto: maggiore flessibilità/precarietà, innalzamento dell’età pensionabile, riduzione del costo del lavoro.
            A parte che non credo che il lavoro precario incrementi la produttività (anzi, vedo più l’effetto contrario causato dal naturale “tirare i remi in barca” del lavoratore all’approssimarsi della scadenza del contratto), vorrei rivolgere una domanda, per quel che vale la mia voce, al sistema industriale italiano: ma perché, invece di spendere tempo e risorse nel ricercare nuove strategie per truffare il lavoratore con la scusa della flessibilità/precarietà, non si investe direttamente nella Ricerca. In quella vera, in quella che ci vede sempre negli ultimi posti delle classifiche mondiali. Così si contribuirebbe a risolvere anche il problema di uno dei settori più “precarizzati” d’Italia.
            Ma forse, purtroppo, la risposta a questa domanda me la sono già data.

scritto da: olitarocco alle ore 18:35 | link | commenti
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giovedì, 16 novembre 2006

Finiamola di chiamarli "bulli"

Salve a tutti,
            sono stufo di sentir parlare di “bullismo” a proposito di ogni atteggiamento violento ad opera di ragazzi minorenni.
            So che questo tono drastico e caustico non mi si confà, ma realmente ne ho piene le scatole. Sarà anche politicamente scorretto, ma per me questi ragazzi che si pongono nel mondo con simili atteggiamenti sono scostumati, maleducati, delinquenti e, troppo spesso ahimè, terribili criminali.
            Pestare un down per un sadico divertimento, filmarlo e coronare il tutto con scritte ai contenuti nazisti e da un finale con “immancabile” saluto romano è CRIMINALE. E l’elenco dei crimini è presto detto: violenze e lesioni con almeno due aggravanti date dal numero degli aggressori e dallo stato di disabilità della vittima, violenza di gruppo se non addirittura, visto che i loschi compari erano usi a simili atteggiamenti, associazione a delinquere finalizzata all’aggressione ed all’intimidazione, apologia, con gesti e parole, dell’ideologia e del periodo fascista.
            Si, lo so, non sono un avvocato né un procuratore ed il linguaggio che ho usato, così come i presunti “capi d’imputazione”, non sono in linea con l’arte e la pratica forense. Ma la sostanza non cambia: sono delinquenti, non “bulli”.
            Il termine “bullo” nasconde sempre quel non so che da “simpatica canaglia”, quella innata simpatia che solitamente si prova per un ragazzino od un bambino che nei gesti e negli atteggiamenti, anche fintamente violenti, si atteggia a duro, a uomo vissuto. Fintamente violenti. Quelli visti – troppo visti, ma questa è un’altra storia legata ad un sadico voyeurismo proprio di questa, con Debord, “società dello spettacolo” – nel video dei ragazzi della scuola torinese, invece, non erano “fintamente”: erano realmente, e criminalmente, atteggiamenti e gesti violenti.
            Ecco perché non riesco a digerire il termine “bullo” in casi come questi. Perché quel termine, nel comune sentire, rimanda ad una accezione eccessivamente bonaria e paternalistica del “so’ ragazzi” che in simili situazioni è al di là del senso della decenza, oltre che della civiltà e dell’educazione. Quando fanno rumore e si divertono a suonare i citofoni la notte “so’ ragazzi”; quando marinano la scuola perché c’è il compito in classe “so’ ragazzi”; in estremo, anche quando impennano con lo scooter, mettendo a rischio la loro incolumità, o quando arrivano alle mani sui campetti di calcio delle scuole, facendo né più né meno di quel che fanno i professionisti dell’arte strapagati, “so’ ragazzi”. Quando in tre picchiano un disabile no, non “so’ ragazzi”, sono delinquenti, criminali.
            E come tali, mi spiace dirlo, vanno trattati. Perché se chiamiamo atti di “bullismo” quelli di Torino, fra un po’ diventeranno atti di “bullismo” anche gli ultimi fatti di Napoli, dove tre minorenni hanno sessualmente abusato di una tredicenne, e sadicamente, anche questi come i loro coetanei torinesi – quasi seguendo una terrificante “ultima moda” –, filmando il tutto con il telefonino. Questo gioco alla eccessiva permissività, alla fine, crea una distorta percezione della realtà e dei limiti. Non ci sono scuse per atti del genere, ci sono colpe che vanno espiate. A poco serve parlare della società e delle sue devianze come attenuante per simili crimini. Perché la società è la stessa per tutti, e allora, dato che le attenuanti, in linea di massima, varrebbero per ognuno, simili gesti dovrebbero per noi rappresentare la norma, e non una tragica e orribile “eccezione”. Non ci sto. Non voglio fare l’omelia sui valori, ma la civiltà ha regole e limiti da rispettare. La libertà non può essere edonisticamente concepita come la possibilità di fare tutto ciò che si vuole. Ed è meglio che cominciamo ad insegnarlo, anche con le maniere forti, ai nostri ragazzi: altrimenti temo il futuro che verrà.
            Infine due ultime annotazioni. La prima di carattere personale. Non ho figli, ma se un giorno ne avrò e se dovessi scoprire che mio figlio si è reso colpevole di un gesto come quello che abbiamo visto accadere nella scuola di Torino, credo che la Legge dovrebbe punire anche me: perché non ho saputo educarlo, in linea teorica, e perché non escludo di poter dar corso a gesti violenti su di lui a seguito dell’indignazione. Chiamatemi “all’antica” ma delle sane legnate in un caso simile a mio figlio non gliele toglierebbe nemmeno un intervento divino.
            La seconda ha un carattere più generale. L’indifferenza spesso è connivenza. Gli altri studenti presenti in aula, gli adulti che hanno avuto dei dubbi senza intervenire preventivamente o tempestivamente (non voglio dire che hanno visto, perché non lo tollererei), l’intero sistema scolastico e sociale che li circondava che è sembrato “fregarsene” – scusate il termine ma, credetemi, tra quelli che mi giravano in testa era il sinonimo più blando – di quanto accadeva sono in parte, se non del tutto, complici nell’orrendo crimine perpetuato fra i banchi di scuola. Tornando sul piano personale, dinnanzi ad un simile gesto sarei, “letteralmente”, saltato alla gola degli aguzzini. E non lo dico tanto per dire – come sa bene chi mi conosce –; non c’è infamia peggiore che prendersela con chi non sa o, peggio ancora, non può difendersi.
            Quindi, per favore, smettetela di chiamare “bulli” simili delinquenti.
  

scritto da: olitarocco alle ore 11:10 | link | commenti
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lunedì, 06 novembre 2006

Non è "gianismo", anzi: è coerenza

Noi siamo contrari ai contenuti della legge n. 30 e dei decreti legislativi n. 276 e 360 che moltiplicano le tipologie precarizzanti. Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato”.
 
Salve a tutti,
quella che leggete sopra non è una citazione estrapolata da un volantino dei Cobas distribuito durante la manifestazione “Stop Precarietà Ora!” di sabato scorso a Roma. No, non è nemmeno un manifesto affisso sopra i tir dei Giovani Comunisti del Prc, né, ancora, uno striscione esposto dalla Fiom.
Tutt’altro, quelle tre righe sono contenute nelle 281 pagine del programma di governo per il quinquennio 2006-2011 che l’Unione ha sottoposto agli italiani e con il quale ha vinto le elezioni. Quando qualche esponente del centro sinistra (anche se per come agiscono, toglierei la parola sinistra) accusa di incoerenza i politici dell’Unione presenti alla manifestazione di sabato – per la cronaca erano in piazza i partiti politici di Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e la corrente “Socialismo 2000” dei DS – dovrebbe andare a leggersi il programma che lui stesso ha sottoscritto e, grazie al quale, oggi, siede in Parlamento.
Soprattutto, l’accusa, ad esempio, che l’Udeur muove ai rappresentanti della sinistra in piazza sabato è di avallare una stridente dicotomia sottintesa nella definizione di “sinistra di lotta e di governo”. Ma, sbaglio, o la Politica è – o almeno lo è nell’età contemporanea – sempre di lotta e di governo, dove per lotta si intende il perseguire con forza e determinazione le proprie idee e per governo l’impegno a metterle in pratica. Il partito del Campanile, come il centro destra, fa un errore di valutazione non di poco conto. I politici che fanno capo a Mastella credono che non si possa scendere in piazza quando si sta al governo per chiedere a quello stesso governo di attuare delle scelte. Non ci vedo lo scandalo, se consideriamo che la manifestazione di piazza è uno degli strumenti tipici e caratteristici della Sinistra. Non è contro il governo che sono scesi in piazza alcuni rappresentanti dello stesso; ma è per dire a tutto il governo: “guardate che ci eravamo impegnati per risolvere questo problema. E tenete conto che per noi è un impegno inderogabile, per il quale siamo pronti a qualsiasi sacrificio. Chi vuole intendere, intenda”.
Ma capisco perché Mastella critica la manifestazione. Perché nei manifestanti vede il coraggio che nei suoi adepti ed in lui stesso non ha mai riscontrato. Già, perché quelli dell’Udeur – partito che rappresenta poco più dell’uno per cento, contro oltre il dieci detenuto dai partiti presenti sabato per le vie di Roma – sono abituati a “manifestare” contro il governo in modo diverso. Forti di ben 3, dico tre, senatori, decisivi con una maggioranza sì risicata, ricattano (si, si avete capito bene, “ricattano”) Prodi ad ogni piè sospinto: “o mi dai il Ministero alla Giustizia o noi ce ne andiamo; o mi fai passare l’indulto o noi ce ne andiamo; o mi dai quel sottosegretariato o me ne vado; eccetera, eccetera, eccetera”. Se per Mastella quella della piazza è l’incoerenza della sinistra, non vorrei che per lo stesso Clemente di Ceppaloni questo perenne e subdolo ricatto fosse la coerenza della tradizione democristiana.
E poi, di grazia, cosa c’è di sbagliato nel chiedere un po’ di certezze in più per il proprio futuro? Cosa c’è di male nel voler sapere prima se posso o non posso fare un figlio? Se sarò in grado di mantenerlo? Se potrò assisterlo quando si ammalerà? Se potrò garantirgli una casa dalla quale nessuno ci caccerà? Se potrò consentire anche a lui di progettare il proprio futuro in base alle sue inclinazioni, non al fatto che “se non rinnovano il contratto a papà non posso iscrivermi al secondo anno di Scienze Politiche”?
Viviamo in una Nazione dove si rischiano le crisi di governo perché non si trova la collocazione giusta per questo o quell’altro politico e nessuno grida allo scandalo, ma porca miseria si è pronti a preparare la gogna se qualche politico rischia di far fare una brutta figura all’esecutivo chiedendogli più impegno per chi non sa se lavorerà domani o se, assentandosi perché malato, troverà il suo posto di lavoro al rientro.
Chiedere al governo nazionale, anche al governo di cui si fa parte, di garantire una maggiore sicurezza del futuro a milioni di lavoratori non è “gianismo”; è coerenza. Coerenza con gli impegni presi, coerenza con le promesse di un futuro migliore, coerenza con l’essenza stessa dell’essere di “SINISTRA”. Le reazioni scomposte degli esponenti della maggioranza che hanno criticato la manifestazione di sabato hanno scoperto il vero vulnus della questione; che se si continua a dar retta alla Confindustria – anche quando critica le misure del governo, perché se Prodi lo criticano gli industriali va bene, se lo fanno i lavoratori è uno scandalo – andrà a finire che l’Unione, e il futuro Partito Democratico, soccomberanno e moriranno dove la Sinistra è nata e vive: nelle piazze e fra i lavoratori.

scritto da: olitarocco alle ore 12:22 | link | commenti
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venerdì, 03 novembre 2006

Che belli i Radicali in tv!

Salve a tutti,
            in questi ultimi giorni non c’è telegiornale, quotidiano o sito internet di informazione che non parli del V Congresso dei Radicali apertosi ieri a Padova. E non, o non solo, trafiletti nelle pagine di politica: no, no, vere e proprie pagine intere con tanto di articoli di approfondimenti e tutto il corollario di foto ricordo, immagini di famiglia, notiziette stile amarcord, eccetera, eccetera, eccetera.
            E pure stiamo parlando di un partito che, nei fatti, a stento raggiunge l’uno e mezzo per cento (2,6 nella Rosa nel Pugno, ma oltre la meta di questi voti sono dello Sdi) e che se non si fosse alleato con il partito di Boselli difficilmente avrebbe oggi 7 deputati, un presidente di commissione parlamentare ed un ministro. Mica si è fatto tanto rumore all’ultimo congresso di Rifondazione Comunista, nonostante il partito di Bertinotti sia oggi la seconda forza politica del centro sinistra, dopo la locomotiva Ulivo – la terza se si considerano separatamente Ds e Margherita.
            E allora da dove viene tutto questo calmore? Dal semplice fatto che i Radicali sono solo immagine. Lo dico davvero, senza sarcasmo e senza cattiveria. Tanto più che Pannella mi è anche simpatico. Convivere con loro in un partito è un’altra cosa, ma la simpatia a pelle quella è innegabile. Per non parlare del carisma della Bonino, poi. Capezzone invece non mi è molto simpatico; ma è questione di gusti: lui ha i suoi, come ha dichiarato qualche tempo fa alla stampa (chi ricorda è bene), io i miei, con il massimo rispetto per tutti, è ovvio.
            Simpatici si, ma, come dicevo, non riesco a condividere le loro idee. Anche perché, personalmente, ritengo il Partito Radicale – e se continua così anche la RNP – l’unica vera formazione politica italiana sorella di quella “destra atlantica” che ha i suoi maggiori esponenti e le sue “migliori” espressioni negli Stati Uniti. Ripeto, il rispetto e massimo, ma quando leggo sul sito dei Radicali la parola socialismo, pur se persa fra quelle “laica-liberale-radicale”, un po’ sorrido; e un po’ m’infastidisce. Perché sostengo che i Radicali siano di destra, e di una destra moderna che in Italia non ha altri esempi? Ci provo in due parole perché non è questo l’argomento di cui voglio parlare: primo perché essi vedono nel laicismo – nascosto con generici rimandi alla laicità dello Stato – l’unico modo per liberare le possibilità dell’homo economicus dalle costrizioni delle morali, in particolare di quelle religiose, e questa è la visione borghese del mondo e della società; secondo perché il loro liberismo – nascosto per timore di immagine più che per decenza dietro la parola liberale – ha anch’esso una forte connotazione “padronale” (come si sarebbe detto un po’ di tempo fa) rimandando esclusivamente alla “libertà da”, tralasciando la richiesta delle masse di una “libertà di”.
            Ma senza impelagarmi in discorsi che non rientrano in ciò che voglio ora dire, ritorniamo al problema precedente: perché tanto clamore mediatico sul V Congresso Radicale? Be’, perché Pannella è un comunicatore politico migliore di Berlusconi! Ne sono convinto appieno. Se il buon Giacinto detto Marco avesse avuto a disposizione pure solo la metà dei mezzi economici del Silvio detto Silvio oggi la sua potenza elettorale sarebbe altissima, ben più consistente di quella del citato sire di Arcore. Il Partito Radicale è una formazione politica senza alcuna struttura, senza molte, quasi nessuna, rappresentanze istituzionali, fatto solo di opinione e una Radio; eppure è presente nelle discussioni politiche ad ogni tornata elettorale.
            I Radicali sanno comunicare: questo è certo. Il problema che spesso non comunicano tanto le loro idee, quanto la loro semplice e cruda immagine. E qui veniamo al congresso. Un partito quasi senza struttura avrebbe difficoltà a far sapere in giro che si tiene il proprio congresso nazionale. I Radicali no. Sempre. Una volta per un motivo, una volta per un altro, i loro congressi sono sempre al centro dell’attenzione politica. E’ questo che si sta tenendo ora a Padova, in tal senso, è un capolavoro; per l’immensa gioia degli albergatori e dei ristoratori patavini, è ovvio.
Non vi è nessun errore mediatico nell’aver fatto andare senza censure su Radio Radicale la registrazione della riunione dell’esecutivo, tenutasi qualche giorno fa, in cui Pannella e la Bonino hanno duramente attaccato Capezzone. Anzi. Ciò ha stimolato una serie di discussioni, ed ha innalzato l’attenzione sul congresso, fosse solo per vedere come va a finire. Le urla, la bestemmia della Bonino, le parolacce di Pannella e Capezzone, gli insulti di quest’ultimo a Boselli: tutto studiato per fare audience al congresso. E poi il capolavoro vero e proprio coup de tehatre da Novella 2000 o da soap opera : la candidata favorita di Pannella, Rita Bernardini, della quale si dice che l’elezione a segretaria nazionale non è più sicura, perché in un congresso radicale tutto può accadere. Davvero il terribile Marco sarà in grado di affossare la sua creatura Bernardini? Davvero il diavolo bianco della politica italiana spezzerà il cuore di Rita? Una che di lui dice “quando lo vedo mi batte il cuore”? Seguiteli su “Il V Congresso dei Radicali”, con la partecipazione straordinaria del Ministro del Commercio Internazionale e per le Politiche Europee!
Però quanto son belli i Radicali in tv.

scritto da: olitarocco alle ore 12:43 | link | commenti
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Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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