"FiloPolitica"

martedì, 24 ottobre 2006

Diliberto il Bombarolo

Salve a tutti,
            e scusate l’assenza, ma è giustificata. In questi quindici giorni in cui non ho aggiornato il mio blog, ho avuto un po’ da fare, tra cui cambiare il mio stato civile. E si, sabato 14 ottobre mi sono sposato e, francamente, il blog non è stato il mio principale “cruccio”. A parte gli scherzi, cercherò di farmi perdonare per l’assenza dal web proponendo sempre nuovi argomenti di discussione e di dibattito.
            “Apologia del terrorismo”. Tali sono parse a Giorgio Jannone, deputato di Forza Italia, le parole pronunciate da Oliviero Diliberto su LA7. All’aut-aut propostogli da Daria Bignardi “Scelga un posto dove trascorrere una bella serata. Un luogo tra questi due però: la villa della Certosa del Cavaliere o il Billionaire di Briatore”, Diliberto, uno di quelli che dice che se ami la Jaguar non puoi essere di sinistra ed a cui tale alternativa avrà fatto sicuramente gelare il sangue nelle vene, ha risposto: “Al Billionaire ma imbottito di tritolo!”. Ora, che il professore di diritto dall’amabile accento sardo si faccia esplodere nel locale del mefistofelico misogino della scuderia Benetton mi pare inverosimile; soprattutto se, nel pronunciarlo, lo stesso segretario nazionale del PdCI a stento è riuscito a trattenere la risata.
            Così però non è parso al deputato di FI Jannone, che in quelle parole ha perfino intravisto un’ipotesi di reato. Sarebbe troppo facile ricordare a Jannone i tanti “Chi non salta italiano è!”, i proclami “Lombardo-Veneto libero!” dei suoi alleati leghisti, così vicini ad un reato contro l’unità dello Stato, per non parlare delle offese e dei vilipendi reiterati contro le massime cariche ed istituzioni dello stesso. E sarebbe ancora troppo facile ricordargli i tanti motti di spirito del suo capo-cavaliere tipo “Il presidente della Repubblica è uno di loro”, dei cattivi è ovvio, o che i giudici italiani sono “matti, mentalmente disturbati, antropologicamente estranei alla razza umana”, o ancora quel “la proporrò come kapò nazista” rivolto all’eurodeputato socialdemocratico tedesco Schultz, reo di avergli posto due domande consecutive, o l’epiteto con il quale apostrofò l’intero parlamento europeo: “Siete dei turisti della democrazia”. La lista potrebbe continuare e, a parte il fatto che le ultime due affermazioni non sono state esternate in un confronto tv, in un intervista o “facendo due chiacchiere fra amici”, ma in un discorso ufficiale a Bruxelles quando lo stesso Berlusconi rappresentava il Paese presidente di turno dell’UE, si potrebbero scrivere a riguardo pagine e pagine di ingloriosa storia parapolitica italiana.
            Non mi appassionano quasi mai temi del genere, ma vedere nell’occhialuto Diliberto il protagonista della “Storia di un impiegato” di De André mi affascina non poco. Anche perché lì c’è un brano che si intitola “Al ballo mascherato”, da tenersi, ovviamente, al Billionaire, e perché proprio oggi scopriamo che gli impiegati d’Italia sono i meno pagati d’Europa.
            Quello che mi sembra strano, però, è che ancora non ho letto nessuno intervento di Briatore a proposito della questione. Strano ancora di più se si pensa che stesso “guappo” del jet set nostrano ha dichiarato, non più di quindici giorni fa, di volersi dedicare alla politica nel prossimo futuro. Un’occasione d’oro come questa per cominciare da subito ad attaccare quello che, con ogni probabilità, sarà un suo rivale nell’agone parlamentare non doveva lasciarsela sfuggire. A meno che…
            A meno che il nostro ruspante miliardarietto non avesse di meglio da fare. E guardando a Diliberto pensando alle donzelle a cui è uso accompagnarsi il buon Flavio “di meglio” è anche un blando eufemismo. Tra le pupe di Briatore e l’occhialuto secchione Diliberto non c’è storia, giusto per fare il verso all’ultima imbecillità propostaci dalle reti del sire di Arcore.
            Mi sorge un dubbio a questo punto: siccome è improbabile che il nostro mozzo d’altura alla guida della Benetton Renault, quando mai decidesse di dedicarsi alla politica, smetta di frequentare siffatte bletade femminee, e dato che elle sempre saranno imparagonabilmente meglio di interrogazioni, riunioni, vertici, consigli e tutto il caravanserraglio dell’amministrazione della res pubblica, quando mai egli potrà dedicarsi anima e corpo all’arte della polis? Davvero qualcuno potrà voler essere rappresentato dall’unico uomo che sarebbe in grado di far rimpiangere sir Silvio I?
            Quasi, quasi plaudo al Diliberto Bombarolo…  

scritto da: olitarocco alle ore 17:53 | link | commenti
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lunedì, 09 ottobre 2006

Precario come nuova dimensione dell'essere lavoratore

Salve a tutti,
            mi chiedevo, guardando quel po’ di foto, pubblicate solo su “Il Manifesto” in realtà, sullo sciopero dei lavoratori precari e della loro manifestazione qualche giorno fa a Roma, se “Precario” non sia oggi il termine che più di ogni altro descriva e rappresenti la situazione del mondo produttivo e del lavoro in Italia. Anch’io sono un lavoratore precario, ovviamente: conoscete qualche trentenne che non lo sia? Disoccupati esclusi, si capisce.
            Da un po’ di tempo, infatti, si è smesso di chiamare questa immensa categoria “lavoratori atipici”. E’ ovvio, ormai stanno diventando la maggioranza che senso ha chiamarli “atipici”. Così da casi, da “nuove identità lavorative”, come recita nel nome un sindacato di categoria, il Nidil della Cgil, stanno divenendo la regola. E mentre lo Stato intima alle società di call center, nuovo proletariato dell’epoca post-moderna, di risolvere la questione della “precarietà” e dello “sfruttamento” dei dipendenti, la pubblica amministrazione dello stesso Stato continua ad avvalersi di lavoratori cococo, cocopro e tutto l’universo possibile di queste contrattualità balbuzienti per mandare avanti la baracca. Come dire, predicare bene e razzolare male.
            La stabilizzazione dei “precari” nella pubblica amministrazione sarebbe quanto meno un segnale, visto che non mancano quelle società private, leggi Atesia con i suoi call center, che dicono chiaramente “se devo assumere io, lo devono fare anche gli altri”. I contrari a questa ipotesi potranno obiettare: “ma i costi per lo Stato?” Perché oggi questi oltre 600 mila (a quanto dicono le stime ufficiali, ma i sindacati non negano che possano essere molti di più) che già lavorano per la pubblica amministrazione chi li paga se non lo Stato? E i precari nelle scuole pubbliche? Delle due l’una: o questi sono superflui, e quindi tutti a casa, oppure servono e visto che comunque li si paga tanto vale eliminare questa situazione di precarietà. Tanto più che il Limbo lo si sta togliendo anche dalla teologia ufficiale.
            Però a mandarli a casa, onestamente, è difficile. Perché intanto i precari nella scuola insegnano, e quelli negli uffici dell’amministrazione dello Stato, delle Province, delle Regioni e dei Comuni, sopperiscono a carenze di organico strutturali, alle quali sarebbe difficile rimediare con il personale esistente. E poi mandarli a casa tutti, insieme, 600 mila e più persone, con le famiglie? Ad occhio e croce sono un partito al 3 per cento, solo a contare i tesserati.
            E allora perché mantenerli così? Li si assuma. Eh, bella idea; perché no? Non lo so. Seriamente non riesco a capire perché non si pensi ad una stabilizzazione, ad una regolarizzazione del sottobosco lavorativo nel pubblico impiego. Non credo sia solo e semplicemente un problema di risorse finanziarie. Come dicevo prima, sono soldi che già lo Stato oggi sta spendendo, e le eventuali risorse aggiuntive potrebbero venir fuori rinunciando ad altro. Non vorrei fare demagogia o populismo, ma sono convinto che le cose a cui si può rinunciare ci siano. Perché non lo si fa? Non so. Posso azzardare un’ipotesi fra il serio ed il faceto: forse perché fa comodo continuare a tenere quel famoso partito al 3 per cento sotto una minaccia attuabile e ammaliarlo con promesse possibiliste? Sì lo so, lo so. Sono cattivo e forse anche ingiusto. Ma quando sento dire dal Governo di Centro Sinistra di mantenere l’impianto di base della legge 30, la cosiddetta Riforma Biagi, intervenendo solo con riforma su alcuni dettagli, quali le tipologie contrattuali di “job on call”, “job sharing”, “staff leasing” (ma Biagi era italiano?), salto sulla sedia. Tutte queste forme contrattuali riguarderanno, forse, in tutto 10 o 12 lavoratori italiani. E la sterminata platea delle collaborazioni contrattualizzate a vario titolo e forma? La legge Biagi va abolita, non foss’altro che per dare un segnale di discontinuità ed a favore dei lavoratori. Su questo punto, credo, i margini delle trattative fra una formazione di sinistra e gli imprenditori dovrebbero essere nulli, poi si può ragionare su tutto il resto. Che poi la flessibilità del mercato del lavoro (anche se in Italia ad essere flessibili devono essere solamente i lavoratori, e non tutto il mercato, cioè domanda ed offerta) favorisca la crescita economica è tutto da dimostrare. Sono i lavoratori il problema della Telecom, o della Fiat? Sono i lavoratori che hanno portato alla bancarotta Cirio, Parmalat, e tutte le ditte guidate da spregiudicati capitalisti senza capitali che se ne stanno al mare sullo yacht?
            Che strano paradosso italiano: i capitalisti non hanno capitali, se li fanno prestare dalle banche, acquistano le società, si fanno nominare amministratori delegati delle stesse, caricano i debiti di cui sopra sulle casse della società acquistata, si accreditano prebende miliardarie ed i dividendi attraverso le stock optinons, riempiono di debiti le società, le portano al fallimento ma nonostante queste stesse abbiamo debiti miliardari (leggi i 41 miliardi di € in rosso di Telecom, ovviamente non un centesimo in meno di quanto è costata a Tronchetti Provera) si comprano lo yacht, la villa, l’aereo eccetera, eccetera, eccetera.
            Ma, e lo dicono i migliori economisti, per risolvere questo problema non si interviene sui loro patrimoni, attribuendo direttamente a loro la responsabilità dei danni che hanno fatto (o, per dirla senza mezzi termini, dei soldi che si sono fregati) ma sui lavoratori, rendendo il precariato la nuova unica dimensione dell’essere lavoratore. 
            E poi dici che uno si butta a sinistra…ma quella vera.    

scritto da: olitarocco alle ore 18:19 | link | commenti (2)
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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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