"FiloPolitica"

venerdì, 29 settembre 2006

Alcune brevi precisazioni

Buongiorno a tutti,
            mi corre l’obbligo, come si esordisce nei discorsi pubblici, di rispondere ai tre commenti lasciati al mio articolo sulla “querelle” Ratzinger versus Islam.
            Due parole, non di più, per rispondere ad Angela, Prima Direttiva ed al commento lasciatomi da un visitatore anonimo. Cominciamo col dire innanzitutto che ringrazio veramente di cuore quanti visitano il mio blog contribuendo con le loro osservazioni a stimolare la discussione e l’approfondimento dei temi trattati.
            Ad Angela vorrei dire subito che anch’io valuto negativamente, dal punto di vista formale, l’errore di comunicazione del Papa, che proprio in quanto tale, capo della comunità Cattolica, non può dimenticarsi di quanti occhi ha puntati addosso e lanciarsi, sull’altare del suo essere professore, in erudite spiegazione, spesso poco comprensibili. Si potrebbe definire un errore di superficialità. Ciò detto, però, nemmeno si può negare a qualcuno, fosse anche il Papa, il diritto di dire ciò che pensa, minacciando la libertà di parola con manifestazioni isteriche o, peggio, nascondendosi dietro l’ipocrisia del “politicamente corretto”.
            Ringrazio anche l’utente anonimo per la sua visita e per la citazione dandreiana. Però vorrei chiarire un punto, probabile foriero di fraintendimenti. Io non sostengo che il Dio occidentale sia comprensibile solo attraverso la regione; sostengo invece che, a differenza del Dio primigenio israeliano, quello cristiano/cattolico e più “secondo ragione”. Ricordiamo Paolo presso gli ateniesi e le sue difficoltà di spiegare a quel popolo che quello di cui predicava era il solo Dio, unico e che non ammetteva relativismi. Gli ateniesi lo accusarono di portare la parola di un Dio “presuntuoso” e negatore delle libertà dei singoli, e da quel primo scontro fra la religione ancora ebraica e la cultura occidentale cominciò a nascere la visione cristiana della razionalità della divinità. Visione tanto presente che l’incipit del vangelo di Giovanni, il più giovane dei quattro evangelisti e quindi il più disposto a cogliere le innovazioni occidentali, quel suo “all’inizio era il verbo…”, porta nel Cristianesimo il concetto di logos, di pensiero, di filosofia, di Occidente. Il logos è ragione, è senza logos non c’è dialogo: il Papa non ha semplicemente ragione ad affermare il dominio del logos nella religione Cristiana contrapposto alla pura fede in quella Ebraica, ed ancor più in quella Islamica che di essa rappresenta una sorta di ritorno all’ortodossia, di Riforma volendo fare un parallelismo con un fenomeno della Cristianità. Egli, quando afferma ciò, porta solo alla luce una verità di fatto.
            A questo punto, e qui rispondo a Prima Direttiva, vorrei però ricordare che, ovviamente, il Papa non è relativista. E’ questo un suo limite, ma è questa, altresì, la sua principale caratteristica. Il Dio del Papa non è certamente “illuminista”: la religione del Papa è modellata dalla ragione, dalla razionalità, ma, ovviamente, ammette solo sé stessa. E’ religione, non filosofia. Non è disposta né disponibile a cedere i suoi principi sull’altare del confronto. L’essere “razionale e ragionevole” del Cristianesimo non si sposa certo con il relativismo: è una razionalità non disposta alla trattativa, che non ammette la possibilità che la religione possa essere diversa da come è il Cristianesimo. Tradotto, il Cristianesimo non ammette un modo di intendere Dio diverso dal suo, così come, del resto, fa l’Islamismo, il Buddismo, l’Ebraismo, l’Induismo…Non è relativista, perché è religione, ed anche se modellata dalla ragione è comunque e sempre fondata sulla fede.
            La ragione assoluta, quella che muove, o dovrebbe, la ricerca scientifica, e, in parte perché, oltre quella apollinea c’è anche la sfera dionisiaca, la filosofia, è disposta ad accettare altre idee, a cambiare, ad adattarsi. Essa non si basa su delle verità assolute, ma, almeno dovrebbe, su dei fatti noti. Per questo il Papa c’è l’ha con il relativismo che minaccia tutte le visioni univoche del mondo, quindi anche la sua, e perciò il Dio del Cristianesimo, come quello di tutte le altre religioni, non può essere “illuminista”, perché ciò significherebbe mettersi in discussione.

scritto da: olitarocco alle ore 09:37 | link | commenti (4)
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martedì, 26 settembre 2006

"Ragionevolmente" ha ragione il Papa

Salve a tutti,
            oggi parliamo un po’ di filosofia. Non vi preoccupate, solo un po’ e senza toni accademici. Parliamo di filosofia come ha cercato di fare il Papa a Ratisbona. Povero professor Ratzinger, è difficile essere professore di dottrine della Chiesa e filosofia quando si è anche Papa; sono troppi gli occhi e le orecchie puntati sulle tue “lezioni magistrali”. E spesso queste tante, troppe, orecchie non comprendono appieno quanto dici.
            Tutti hanno compreso quanto il Papa ha detto a Monaco. Lo hanno compreso e condiviso perché in quella occasione il Papa ha fatto il pastore. Ha parlato con il linguaggio dell’omelia, con il linguaggio che parla al cuore, il linguaggio che parla alle coscienze; lo stesso linguaggio che anima e col quale sono scritti i testi sacri: un linguaggio per tutti. In pochi, soprattutto, purtroppo, meno nel mondo islamico, hanno compreso cosa il Papa abbia realmente detto a Ratisbona. Volevo da tempo scrivere qualcosa su questo argomento, ma, un po’ per impegni vari, un po’ per la paura di non essere compreso appieno in un momento tanto delicato, ho deciso di attendere. Ora voglio invece provare a capire meglio, e capire meglio insieme a chi mi leggerà cosa realmente voleva dire Papa Ratzinger e perché le condanne sono ingiuste.
            Come prima dicevo, povero professore. Infatti, Ratzinger a Ratisbona non ha usato il linguaggio dell’omelia, non ha predicato, ha insegnato, come si insegna negli atenei, ed ha insegnato filosofia e teologia, come si fa in quelle facoltà in tutto il mondo. In aula Ratzinger ha fatto il professore nel senso che ha spiegato qual è dal punto di vista teologico e filosofico (almeno di certa filosofia e teologia) la incolmabile distanza fra la religione cristiana, soprattutto cattolica, e quella islamica. Una è razionale, o meglio “ragionevole” come ama dire il Papa, l’altra no. Punto; tutto qui. Il Dio cattolico è guardato attraverso una combinazione di fede e ragione, è creduto come il Dio che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, che ha fatto il mondo secondo la sua immagine ed in modo che la nostra ragione (attraverso la scienza) possa conoscerlo e capirlo conoscendone e capendone la razionalità. Capovolgendo questa affermazione e spingendola ai limiti dell’ateismo (non me ne vogliano i credenti) è Dio ad essere come noi, fatto a nostra immagine e quindi conoscibile da noi attraverso la speculazione, attraverso la ragione.
            Al contrario, il Dio dell’Islam è per sua natura inimmaginabile, è colui che non ha immagine, alla lettera. Non ci si può figurare il Dio dell’Islam in nessun modo, non si può immaginarselo con un volto od un’immagine, non si può “ragionare” intorno ad Egli. Capovolgendo questi dettami dell’Islamismo come abbiamo fatto con quelli della Cristianità e del Cattolicesimo nelle frasi precedenti, questa situazione si traduce nell’assoluta impossibilità per l’Islam di conoscere Dio con la ragione. E’ quindi un Dio si nega alla ragionevolezza degli uomini, pretendendo da essi solamente l’obbedienza. Un’obbedienza che a volte si può tradurre in un arbitrio saluto dei suoi fedeli, altre, peggio, in una eccessiva aggressività conquistatrice.
            E qui veniamo alla citazione del testo medievale fatta dal Papa. Per condire la sua “lectio magistralis” il professor Ratzinger ha pensato di arricchirla con una chicca, la citazione di un passaggio contenuto nel recente saggio del professor Théodore Khoury nel quale si ricorda un aneddoto legato al sovrano bizantino Manuele II Paleologo. Questi, nell’inverno del 1391, conversando del rapporto fra Islam e Cristianesimo con un letterato ad Ankara durante un suo soggiorno nella città anatolica, ricordava come Maometto non avesse portato che “cose cattive ed inumane come il diritto di difendere con la spada la fede che predicava”. Tutto qui. Per il professor Ratzinger questa perla filologica era solo un esempio di quando andava dicendo sull’irrazionalità del credo islamico.
            Il problema? Semplice, se Ratzinger fosse solo professore nessuno avrebbe mai detto nulla, anche perché chi lo avrebbe ascoltato sarebbero stati solo “addetti ai lavori”. Ogni giorno in migliaia di aule professori di tutto il mondo affrontano temi del genere, dibattono della differenza fra porgere l’altra guancia ed partire alla conquista del mondo con la spada della fede, della ragionevolezza più o meno presente nelle confessioni religiose. Ma Ratzinger è Papa. Ciò che dice pesa di più ed è ascoltato da molte più persone; e non sempre tutti coloro che ascoltano capiscono esattamente quello che si dice, specialmente se si tiene una “lectio magistralis” in una Università.
            Il Papa, dunque, ha fatto un errore di comunicazione. Però lo ha anche detto. Ha detto, soprattutto, che quella citazione non rappresentava il suo pensiero, ma andava letta in un discorso più ampio. Le furiose, a dir poco, polemiche di parte del mondo islamico, quindi, sono quanto meno spropositate.
            Quello che infatti da’ torto ai polemici è appunto la sproporzione. Una vignetta, per quanto irriguardosa, scatena le ire di mezzo mondo islamico; una citazione, per quanto non felice, fa altrettanto. Eppure gli stessi che si indignando per le frasi e le vignette bruciano le effigi del Papa, fanno vignette offensive raffigurando Ratzinger con al collo una svastica o che spara alle colombe, minacciano di bruciare San Pietro e tutta la prosopopea della minaccia terrorista machista. Ora, non do assolutamente ragione a chi indossa magliette con le vignette, specialmente se è un ministro, ma non vorrei che l’Islam rientri a far parte delle idee non criticabili.
            Non vorrei, cioè, che passasse la teoria per cui non si critica l’Islam né se ne parla par paura di urtare la suscettibilità degli islamici, o, che è peggio, per l’indifferenza alla cultura propria di chi degli altri vuole solamente sfruttarne gli “averi”.

            Per questo, credo, che “ragionevolmente” ha ragione il Papa a non chiedere scusa per quello che ha detto, ma a voler chiarire che il tutto è nato da un semplice fraintendimento. Altrimenti la paura o l’indifferenza potrebbero presto sostituire la comprensione ed il rispetto reciproco.


scritto da: olitarocco alle ore 17:54 | link | commenti (3)
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martedì, 12 settembre 2006

Perché la “Rosa nel pugno” non è di sinistra

Salve a tutti,
            come avete potuto leggere in queste pagine, da qualche mese ho abbandonato il progetto della “Rosa nel pugno” perché il rimanervi avrebbe fatto a botte con la mia coscienza, prima ancora che con la mia cultura. E’ stata una decisione sofferta, non lo nego, non tanto perché mi dispiaceva abbandonare il Partito in quanto tale, ma per il conseguente allontanamento che ne sarebbe derivato dalle persone che in quello stesso ambiente avevo imparato a conoscere ed apprezzare. Sofferta si, ma altrettanto inevitabile ed improcrastinabile.
            Qualcuno, ora, si starà chiedendo perché riprendo oggi questo discorso. Bene, è presto detto. Una delle motivazioni che mi hanno spinto ad abbandonare il partito è il fatto che consideravo la “Rosa nel pugno” tutt’altro che un partito di sinistra. A non pochi amici e compagni di militanza mancò poco che non chiamassero i medici della neuro per far fronte al mio attacco delirante. Molti mi chiesero se queste mia posizione non fosse solo una scusa, se non nascondesse, in realtà, le vere motivazioni che mi hanno spinto ad allontanarmi dal partito, se non fosse un modo per non dichiarare il nome o la natura delle “altre sirene”, che ho citato nell’ultimo articolo.
            “Ma come – mi è stato detto – davvero senti di poter affermare che la ‘Rosa nel pugno’ sia un partito di destra? Un partito che si è speso a sostegno di Prodi? Un partito che del laicismo e della tutela dei diritti civili ha fatto la sua bandiera?”.
            Si, diritti civili e basta però. Ed i lavoratori, il pacifismo, la questione morale in economia, la difesa dei più deboli, la capacità di accettare le altre culture, la voglia di confrontarsi continuamente, la tutela di chi non ha altro che le sue braccia e la sua capacità lavorativa, insomma il socialismo? Che fine ha fatto il movimento più grande nella storia mondiale della politica all’interno del progetto della “Rosa nel pugno”?
            Certo non si deve citare Marx ad ogni piè sospinto, né tanto meno vedere nella II Internazionale il più alto momento della storia dell’umanità per essere socialisti. Ma dubito che essere socialisti oggi significhi appartenere ad un progetto politico che si ispira, fra gli altri, alla politica di Blair. Di Blair? Di uno che ha come consulente Anthony Giddens? Il teorico della sedicente terza via al socialismo che ammette, senza mezze misure, che il socialismo è morto? Io non credo, o almeno penso sia altro essere socialisti. E comunque, anche non volendomi addentrare in spiegazioni storico/filosofiche sul Socialismo, certo è che difficilmente in materia prenderò mai lezioni da Emma Bonino, Daniele Capezzone o Marco Pannella.
            Sono troppo drastico? Forse. Però voglio farvi leggere quello che ho trovato sulla sezione forum dei militanti al sito ufficiale dei Radicali Italiani (www.radicali.it). Sicuramente qualcuno di voi potrà obiettare che alcune cose che qui di seguito riporto sono state scritte da semplici militanti e non rispecchiano la linea ufficiale del partito. No, perché un sito ufficiale è sotto la responsabilità del partito, perché se non hanno cancellato quei commenti vuol dire che li condividono, perché quei “militanti” spesso ricoprono cariche elettive nell’organigramma del partito e perché, in ultima analisi, forse sono scritte in un linguaggio diverso e più scurrile, ma le cose che si leggono lì non differiscono, nei toni e nelle argomentazioni, da quanto dichiarano ufficialmente Bonino, Pannella, Capezzone e Co. Ma passiamo all’appassionante lettura di quanto trovato nella sezione forum dei Radicali Italiani a proposito dei problemi e delle tematiche legate al conflitto fra Palestina ed Israele.
            Cito testualmente il titolo di uno di questi forum, e per una volta i lettori, spero, mi perdoneranno il linguaggio, non mio, riportato nelle parole che seguiranno: “La Palestina mi ha rotto i coglioni”. Diretto come messaggio, non c’è che dire. Secondo i tanti commenti presenti nella sezione, sarebbe più giusto smetterla di occuparsi di quell’angolo di pianeta “se non fosse che tra quei quattro sassi sono in gioco da una parte un ‘modello’ di stato nazionale che non vuole scomparire e dall’altra (ormai) anche le esagitazioni di alcuni stati islamici che prendono spunto dalla Palestina per subissare il mondo intero”. Ovviamente, i morti, le sofferenze, il dolore di chi lì, in un modo o nell’altro, ci deve vivere non sono minimamente un problema. Detta quindi in un linguaggio un po’ meno “prosaico”, di tutta questa storia non se ne può più: “Questa cosa della Palestina ha attraversato tutta la mia vita e non mi sembra giusto che beghe riguardanti nemmeno una ventina di milioni di persone abbiano avuto una così vasta eco”. Discorso, questo, che significa dire che, dato che in Italia siamo appena tre volte di più, se domani qualcuno decidesse di farci scomparire del tutto, tranne poche proteste formali non è che poi potremmo lagnarci più di tanto.
            A questo punto a me, e credo anche a voi, verrebbe voglia di cambiare forum. Rimanendo nello stesso sito, e più o meno sullo stesso tema, potremmo passare a vedere che c’è scritto in “Perché la sinistra continua ad essere nemica di Israele”. In queste pagine illuminanti per tutto il genere umano troveremo perle di saggezza vergate come commento alla missione in Libano: “Ci siamo infilati in un troiano, in mezzo a fanatici pazzi furiosi per aiutare dei dementi che per non essere amici degli ebrei, sono finiti servi dei siriani”.
            Io credo che un partito che annoveri persone degne di simili commenti non abbia diritto di cittadinanza nel panorama della sinistra. Se poi oggi la sinistra debba essere ciò, allora sono io ad aver sbagliato più di qualcosa nella mia vita.

scritto da: olitarocco alle ore 13:05 | link | commenti (5)
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giovedì, 07 settembre 2006

Intelligenti pauca

Buon giorno a tutti,
            ieri leggevo l’intervista rilasciata dall’onorevole, ex a questo punto, Giuseppe Molinari al giornalista del “Quotidiano della Basilicata” Salvatore Santoro. In quelle colonne, Molinari si rammaricava di essere stato “truffato” (parole sue) oltre che dalla legge elettorale che non prevedeva la possibilità, per l’elettore, di indicare la preferenza, anche dagli organi dirigenziali della Margherita, il suo partito, sia a livello regionale che nazionale. Le due dirigenze del partito di Rutelli, a detta dello stesso Giuseppe Molinari, avrebbero nascosto a lui alcune cose, ordendo alle sue spalle un vero e proprio complotto. Ci dice l’ex parlamentare che, oltre che dalla riforma elettorale (cito ancora dall’articolo su “Il Quotidiano” di ieri) “Sono stato truffato in un secondo momento dalla Direzione nazionale della Margherita quando è stata approvata la lista al Senato con il mio nome (di Molinari ovviamente, nda) e contemporaneamente veniva approvata una delibera che sanciva il fatto che chi non si fosse candidato degli allora parlamentari, avrebbe potuto fare il sotto segretario. Io non ero a conoscenza di questa cosa perché altrimenti avrei potuto fare la scelta di non candidarmi e propormi per questa opzione”. E lo stesso Molinari nell’intervista di ieri continua per sostenere la sua causa dicendoci che: “C’era l’impegno dei vertici nazionali del partito in caso di vittoria del centro sinistra al governo: Antonio Boccia avrebbe fatto il sottosegretario dimettendosi dal Parlamento. Se questo fosse avvenuto io, in virtù del secondo posto nella lista, sarei entrato al Senato come primo dei non eletti”.
Che strano, dove ho già sentito un discorso simile? Ah, ecco, sono le stesse parole che qualche giorno l’anche lui ex onorevole dei DS Salvatore Adduce ha consegnato al giornalista de “La Nuova” Rossano Cervellera, ricordando ai lettori della testata lucana che c’erano precisi accordi che prevedevano, in caso di vittoria del centro sinistra, che Bubbico sarebbe entrato nella squadra di governo di Prodi, dimettendosi da parlamentare, consentendo così ad Adduce, primo dei non eletti, di approdare a Palazzo Madama. L’ex onorevole, nell’articolo su “La Nuova”, ci diceva inoltre che gli accordi prevedevano, nel caso egli non fosse andato al Senato, la possibilità, per lui, di un posto da assessore regionale. Molinari, invece, ci ricorda che nel suo caso, come compensazione, si era parlato della presidenza dell’Asi Potenza, il consorzio degli industriali potentini, o del posto da amministratore unico dell’Azienda di Promozione Turistica di Basilicata.
Stimo sotto il profilo umano e politico sia Salvatore Adduce che Giuseppe Molinari, ma in questo caso hanno avuto quantomeno una caduta di stile. Tanto più che lo stesso Molinari nelle sue dichiarazioni afferma, ovviamente senza lesinarne i toni improntati alla negatività che “la più grande industria che abbiamo in Basilicata è quella politica”. E forse ha ragione Molinari. Forse ha ragione anche Adduce. Ma non capisco perché, come ci ricorda lo stesso Molinari sempre nell’articolo di ieri, per portare avanti il percorso di rinnovamento iniziato dieci anni fa con la nascita in Basilicata del centro sinistra furono messi “da parte il segretario del Ppi e un’intera classe dirigente. Gente, per intenderci, come Gerardo Coviello, Donato Martiello, Donato Pettorusso, Tommaso Sorrentino e parlamentari a cui non demmo la possibilità di ricandidarsi come Carmelo Azzarà, Lillino Lamorte, Vincenzo Viti e lo stesso Emilio Colombo. Non consentimmo, addirittura all’allora presidente della Regione Basilicata, Antonio Boccia, di capeggiare la lista del Partito Popolare alle elezioni regionali, perché bisognava dare quel segnale di discontinuità chiaro”.
E perché allora andava bene ed oggi no? Dopo tutto, sia Molinari che Adduce la loro esperienza in Parlamento l’hanno già avuta, non si può anche in questo caso vedere la luce di un cambiamento?
Si, lo so, sto ironizzando. Forse ha ragione Molinari a dirci che la politica è un’industria: il fatto è che sia lui che altri non nascondono minimamente la volontà di ottenere, da questa industria di cui sono stati dirigenti, una liquidazione degna del ruolo, sia essa un posto da amministratore, da assessore regionale o da sottosegretario al governo.
Sempre la stessa storia: si è pronti a liquidare con ricche doti i manager, soprattutto quelli della politica, ma si tira la cinghia sulla possibilità di dare corso alla cassa integrazione guadagni per gli operai, che sono solamente quelli delle aziende vere, spesso con mogli e figli a carico. Totò commentava “e poi dici che uno si butta a sinistra”; io ora non so che dire.
Un’ultima cosa. Due giorni fa un amico mi chiedeva perché avessi abbandonato il partito a cui per oltre due anni sono stato legato, non nascondendo la volontà di scoprire se ci fossero “altre sirene” ad attirarmi verso diversi lidi. Avrei potuto rispondere che non me ne ero andato io, ma il partito a destra alleandosi con i Radicali, o che le scelte si fanno quando si discute con la propria coscienza prima che con le proprie idee, o ancora che, indipendentemente da tutto, è necessario crederci in qualcosa per farla con efficienza. Avrei potuto, ma non l’ho fatto, dando a lui la convinzione di aver ragione sul discorso delle sirene, quasi a sostegno dell’idea che l’adesione ad un’idea politica non è tanto la testimonianza di un voto per un progetto, ma la riconoscenza di un ex voto per grazie ricevute.
Sarà, è solo che non ho risposto. Non ho dato a questo mio amico, politico a tempo pieno, che citava, quasi rinfacciandomi, il rammarico per il mio abbandono del partito espresso anche da un altro nostro amico comune, anch’egli politico di professione, nessuna spiegazione per lui chiarificatrice.
Però che strano. Mentre pensavo alle risposte che non ho dato, nella mente mi suonavano i primi quattro versi della canzone “Un Blasfemo”, dall’album “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” di Fabrizio De André: “Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,/più non arrossii nel rubare l'amore/dal momento che Inverno mi convinse che Dio/non sarebbe arrossito rubandomi il mio”.
           Come i Latini: “Intelligenti pauca”.          

scritto da: olitarocco alle ore 08:51 | link | commenti
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Chi sono

Utente: olitarocco
Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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