"FiloPolitica"

venerdì, 28 luglio 2006

Una decisione sofferta ma irrevocabile

Buon giorno a tutti,
             qui di seguito riporto il testo integrale della mia lettera di dimissioni dagli incarichi elettivi all'interno dello SDI - Rosa nel pugno di Basilicata, nonchè manifestante la mia ferma volontà a non voler rinnovare l'adesione al partito. So' che a molti di voi non interesserà tanto, ma ad alcuni si; e poi sento di doverla rendere pubblica.
             Questa lettera è stata inviata il 18 luglio ed il fatto che io la renda nota solo oggi, a dieci giorni di distanza, non è dovuto ad un ripensamento, ma solamente al necessità di lasciare il tempo necessario affinché coloro ai quali questa comunicazione principalmente si rivolge avessero il tempo ed il modo di riceverla e di leggerla. 
Cari Compagni, Amici,
             è con un forte senso di dolore che mi accingo a redigere questa lettera. Un sentimento di sgomento e di svuotamento per la presa di coscienza di un percorso che si conclude. Ho aderito al soggetto politico dei Socialisti Democratici Italiani nel 2003, ed a questo ho dato tanto, condividendone un percorso, una strategia e degli obiettivi e ricevendo in cambio un’accresciuta capacità di fare e capire la Politica.
            Con molti compagni ho stretto rapporti personali ben al di là della semplice vita di partito, che so, da parte mia, e spero, da parte altrui, continueranno anche dopo la fine della condivisione di uno stesso percorso politico.
            Tutto questo mi ha legato allo SDI e mi lega, sicuramente, ancora a molti dei suoi militanti. Ciò non di meno, la mia decisione di abbandonare questo soggetto politico è quanto mai ferma e ponderata.
            Nel 2003 mi sono iscritto, come ricordavo prima, al partito e nel 2004 candidato per le amministrative provinciali, nelle liste SDI, impegnandomi in prima persona per il progetto e l’affermazione in provincia del partito dei Socialisti Democratici Italiani e, contemporaneamente, nella campagna elettorale per il Parlamento Europeo supportando la lista di Uniti nell’Ulivo. Nel 2005 lo SDI confluisce, per le competizioni regionali, nel nascente soggetto dell’Ulivo, sulla strada, come tutti noi andavamo dicendo, sui palchi e nelle occasioni di incontro, dell’affermazione della “Casa dei Riformisti”, del partito unico della sinistra riformista e liberale italiana. I risultati di quell’esperienza li conosciamo, e non tocca a me in questa sede ricordarli. Sta di fatto che, con quella elezione, lo SDI è scomparso dalla massima assise istituzionale di Basilicata.
            Ancora nell’ottobre del 2005 eravamo tutti impegnati nel sostegno al progetto dell’Ulivo, sostenendo la candidatura alle primarie di Romano Prodi quale leader di tutta l’Unione di Centro Sinistra per le politiche 2006. A febbraio 2006 l’Ulivo, per lo SDI, era ormai archiviato, e con esso il rapporto, fino ad allora “idilliaco”, con Democratici di Sinistra e Margherita. Nasceva così la “Rosa nel pugno”, soggetto aureferenzialmente e sedicente “Laico, Socialista, Liberale e Radicale”. Sui palchi e negli incontri, durante la campagna elettorale per le politiche, abbiamo criticato il progetto dell’Ulivo, fino a qualche giorno prima “unica strada del Riformismo”, accusandolo, non io in prima persona ma cambia poco, di essere la riedizione in chiave moderna del pensiero “cattocomunista” che per anni ha impedito il progresso della sinistra riformista in Italia.
            Anche i risultati della campagna elettorale della formazione Socialista e Radicale sono noti, e, come prima per le regionali, non sto qui a ricordarli; basti dire che, dopo oltre un secolo non c’è un solo socialista al Senato, o meglio che tale si riconosca, ed alla Camera ci sono solo deputati della “Rosa nel Pugno”. E non meglio è andata, per guardare al nostro territorio, nelle competizioni amministrative comunali svoltesi a maggio nei centri della provincia di Matera, dove, praticamente, l’unico risultato degno d’analisi e che lo SDI è scomparso da tutti i consigli che si sono rinnovati.
Non ho mai condiviso il progetto “Blair, Fortuna, Zapatero”, tanto che considero “di sinistra” solo il leader spagnolo del PSOE, né la spinta del soggetto “Laico, Socialista, Liberale e Radicale” tutta tesa ai temi del liberalismo, spesso purtroppo solo liberismo in economia, e dimentica delle problematiche dei lavoratori, della società economica, dello stato sociale: in una parola, del Socialismo. Ho aderito allo SDI perché credevo negli ideali della Socialdemocrazia di stampo europeista, non per difendere solo le liberalizzazioni od i diritti delle unioni di fatto – entrambe per me importantissime, ma non esaustive dell’azione politica di una formazione socialista e democratica.
Perché allora ho sostenuto, impegnandomi anche nella campagna elettorale, questo progetto? Perché non sono abituato ad abbandonare i compagni di viaggio il giorno prima di una sfida importante. Tutto qui. Il mio impegno è stato dovuto ad un sentimento di stima ed amicizia nei confronti dei candidati – sentimento che non si cancella con un cartello elettorale o politico – e non alla condivisione delle esternazioni di Pannella e Bonino, per non dire quelle di Boselli
            Qualche settimana fa, l’esecutivo regionale di Basilicata dello SDI ha dichiarato, unilateralmente, finita l’esperienza della “Rosa nel pugno”, cominciando, nuovamente, a guardare con attenzione al progetto dell’Ulivo e del Partito Democratico. A Roma, Boselli e Pannella prima si sono allontanati, poi hanno rilanciato il progetto “Rosa nel pugno”, poi si sono riallontanati, poi hanno rilanciato il progetto federativo radicalsocialista, poi di nuovo allontanati. E tutto questo mentre Villetti si dimetteva da capogruppo, il gruppo parlamentare non si esprimeva sulle sue dimissioni, l’assemblea dei Giovani Socialisti rifiutava la presenza di Pannella alla sua assise; e la Bonino, unico ministro della formazione politica, dichiarava che l’invasione del Libano da parte di Israele “è legittima e non sproporzionata”, mandando alle ortiche due secoli di impegno pacifista socialista (nonché il mio personale rigetto per ogni forma di aggressione immotivata e armata a scapito di popolazioni inermi ed innocenti).
             Sono sempre stato convintamene sostenitore dello slancio riformatore socialdemocratico, convinto assertore delle idee dell’Internazionale Socialista, riformista e di sinistra e se ora non mi ritrovo più nel soggetto politico a cui ho aderito credo che le motivazioni siano da ricercare in quelle tante sue vicende e vicissitudini di cui, in breve, ho sopra ricordato la storia.
            La “Rosa nel pugno” sta assumendo, a mio avviso, sempre più i caratteri di un soggetto di destra, rappresentata e simboleggiata, a livello nazionale, da chi – Bonino, Pannella e Capezzone –, appena due anni fa, vedeva in Berlusconi il paladino del pensiero liberale in Italia; e lo SDI, concretamente, non fa nulla per evitarlo. Condividere un percorso con tali presupposti, è un affanno ed una forzatura che la mia coscienza, prima ancora che la mia cultura, difficilmente riesce a sopportare.
            Prego i compagni con cui ho condiviso in questi anni passione ed impegno politico, a cui questa mia lettera si rivolge, di voler considerare irrevocabili e indiscutibili le mie dimissioni dagli incarichi elettivi e rappresentativi all’interno dell’esecutivo e del direttivo provinciale e cittadino, nonché irremovibile la mia decisione di non rinnovare oltre l’adesione al partito.
            Sono invece sicuro e convinto che gli amici con cui in questi anni ho condiviso il cammino comune all’interno del partito sapranno leggere in queste parole motivazioni squisitamente ideologiche e politiche che hanno determinato una simile decisione, e rimangano sicuri e convinti che, nei loro confronti, mi anima ancora, come sempre mi ha animato, un sentimento sincero di amicizia, rispetto e stima.           
            Cordialmente, Rocco Olita

scritto da: olitarocco alle ore 08:20 | link | commenti
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mercoledì, 26 luglio 2006

Un po' di strabismo?

“La giunta regionale ha assegnato all’Azienda di Promozione Turistica un finanziamento straordinario di 240 mila euro per il consolidamento dei flussi turistici in Basilicata. Lo annuncia l’assessore alle Attività Produttive e Politiche dell’impresa, Donato Salvatore. In particolare 140 mila euro sono destinati al Comune di Maratea, 70 mila alla Comunità Montana Alto Basento per il Parco storico naturalistico della Grancia, 20 mila ai Comuni di Atella e Rionero per l’area dei laghi di Monticchio e 10 mila all’Unione Nazionale delle Pro Loco per l’attuazione di azioni promozionali”.
 
“Il programma (dell’Accordo di Programma Quadro in materia di Beni ed Attività Culturali firmato a Roma lo scorso 24 luglio 2006, nda) è articolato sia per ambiti territoriali, sia per tipologie di opere o filiere tematiche. Tra queste si distingue il progetto di rafforzamento delle infrastrutture culturali dell'Alto Potentino, con allestimenti multimediali e scenici nel Castello di Lagopesole, riqualificazione ed ampliamento del Parco storico della Grancia ed il Museo del Risorgimento e del Brigantaggio a Palazzo d'Errico a Potenza, per un importo complessivo di 4,9 milioni di curo. Un rilievo particolare assume il completamento del recupero e valorizzazione del Castello di Melfi, che dovrebbe consentire la completa fruizione, sia delle parti interne che di quelle esterne di questo splendido monumento dell'architettura normanno-sveva ( 2,3 meuro). La filiera museale trova spazi e connotazioni qualificate attraverso l'allestimento del Museo Ridola ed il completamento e valorizzazione del Palazzo Malvezzi a Matera, nonché attraverso interventi di recupero e valorizzazione dei Musei Diocesani di Melfi, Muro Lucano,Venosa, Potenza, Matera, Tricarico e Tursi”.
 
Buon giorno a tutti,
quelli sopra riportati sono due estratti dalle news di Basilicatanet, il portale d’informazione della Regione Basilicata, pubblicati il 24 luglio, il primo, ed il 25 luglio, il secondo, appena trascorsi.
Bene, il mio averli riportati in questa pagina è dovuto solo alla volontà di porre l’accento su di una situazione che dai due provvedimenti, di cui nei testi si da’ notizia, emerge. Il particolare e curioso fenomeno dello strabismo del governo Regionale. Infatti, sia per quanto riguarda il provvedimento di Giunta, sia in relazione all’Accordo di Programma Quadro, entrambi in materia di promozione turistica e valorizzazione culturale, questo governo dimentica, quasi del tutto, una intera provincia.
Lo stanziamento straordinario per l’Apt di Basilicata, l’azienda di promozione turistica regionale, prevede ben 230 mila euro, (sui 240 complessivi del provvedimento. I restanti dieci, come si legge, andranno all’Unpli), per interventi all’interno della provincia di Potenza tesi al consolidamento dei flussi turisti in Basilicata. Ora, o la “Basilicata” intera, a cui il provvedimento si richiama in premessa, è costituita solo dalla provincia di Potenza, oppure i flussi turistici nella provincia di Matera non hanno bisogno di interventi per il consolidamento; delle due, l’una.
Però, dato che di consolidamenti e di interventi di sostegno vi è sempre bisogno, e che, almeno così dice la geografia, la Basilicata è costituita dalla somma delle due province di Potenza e Matera, onestamente non riesco a capire la natura dell’esclusione. Così come, nel febbraio scorso, non capii perché alla Bit (la Borsa internazionale del turismo che si tiene a Milano), di tutto lo spazio espositivo allestito dalla Regione, il territorio di Matera e provincia doveva essere costretto in qualche metro quadro di spazio mente il settanta per cento dello stand era occupato dai “Percorsi federiciani del Vulture” ed altri itinerari nella provincia di Potenza. Forse perché, essendo Matera patrimonio dell’umanità sancito dall’Unesco, non ha bisogno di molti sforzi di promozione? O forse perché il territorio del materano comprende emergenze quali i calanchi di Aliano, resi celebri da Carlo Levi, o la Festa del Maggio di Accettura, diffusa nel mondo dagli studi di antropologia di illustri ricercatori, che non necessitano di ulteriori vetrine promozionali? Anche di ciò, come è ovvio, ne dubito fortemente.
Il secondo testo estratto da Basilicatanet, invece, parla di un accordo quadro che coinvolge, assieme alla Regione, i due ministeri dell’Economia e dei Beni ed Attività Culturali. Anche in questo caso, i circa 5 milioni di euro previsti ricadono quasi interamente nel territorio potentino e ben 2,3 milioni (la metà!) serviranno solo per i lavori di recupero sul castello normanno-svevo di Melfi. Con tutto il rispetto per l’architettura medievale e per i castelli Federiciani, anche qui la logica sottesa alla decisione, confesso, mi riesce difficile dal comprendere. Si poteva, che so io, visto che si parla di valorizzazione di storia e cultura lucane, prevedere anche un intervento di recupero di uno dei tanti siti archeologico della Magna Grecia nel Metapontino, che non godono proprio di “ottima salute”? O, andando ancora più all’interno nel territorio lucano, la valorizzazione dell’insediamento di Monte Croccia, fra Accettura ed Oliveto Lucano, risalente al IV secolo avanti Cristo?
Ma ho detto prima che questo provvedimento tralascia “quasi” del tutto il territorio materano, e non interamente. Infatti, a prescindere dagli interventi finanziari per i musei diocesani (suddivisi, appunto, in base alle diocesi e non alle province e figli di “altra paternità”) il provvedimento, prevede anche azioni per il “Museo Ridola” e per “Palazzo Malvezzi”, entrambi di Matera…troppa grazia!
Ma è davvero solo strabismo?

scritto da: olitarocco alle ore 08:14 | link | commenti
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domenica, 23 luglio 2006

Rispondendo ad Ottone sull'arte della politica

Salve a tutti,
            Piero Ottone (Repubblica di venerdì 21 luglio) afferma che l’intera vicenda riguardante il decreto sulle liberalizzazione ha dimostrato, da parte dei suoi autori, una forma di mancanza di arte della politica. Secondo Ottone – e qui riduco all’osso il senso del suo discorso – la politica, come tutte le arti e le tecniche, è una sintonia di forma e sostanza, entrambe ugualmente importanti, significative e caratterizzanti.
            Il decreto sulle liberalizzazioni, sempre secondo Ottone, pur giusto nella sostanza ha difettato nella forma, essendo mancata, nei programmi di chi di quel decreto è stato il latore politico, la giusta considerazione per la trattativa con le parti in causa. Poi lo stesso Ottone precisa che non si sarebbe dovuto  trattare di vera e propria concertazione, ma almeno di aprire un tavolo di dialogo per rendere più digeribile “psicologicamente” la materia e le strategie perseguite dall’esecutivo. Bisognava, in buona sostanza, preparare il terreno.
            Condivido sempre, in linea di principio e come imperativo morale, l’idea del ricercare sempre una soluzione che scontenti il minor numero di persone possibili. O, se ciò è precluso, che almeno accontenti il maggior numero di persone possibili. La trattativa, la mediazione, l’arte di intrattenere relazioni con chi sarà costretto anche a subire una scelta è sempre una strada difficile da praticare ma necessaria da seguire.
            Ciò detto, il decreto sulle liberalizzazioni ha seguito i principi esposti nel paragrafo precedente? Si, a mio avviso. Nella mia difesa del decreto, spesso, vengo accusato di essere non obiettivo, spinto, nella mia valutazione, dalla stima che nutro nel ministro Bersani e nel suo dicastero, che contempla anche la presenza del mio conterraneo Bubbico. Ma la stima ed il rispetto per i due esponenti diessini, nonché la condivisione dell’approccio, per così dire, culturale e di formazione filosofica con il ministro piacentino, non è, ovviamente, l’unica ragione del mio sostegno alla sua azione alla guida del dicastero dello sviluppo economico.
            Prima di tutto condivido il senso ultimo del decreto, che è poi quello di “disincrostare” il sistema delle professioni in Italia e, cosa ancora più importante, consentire l’accesso alle professioni. In Italia, infatti, come altre volte da questa pagina ho ricordato, la mobilità sociale si va via, via arrestando ed a ciò concorrono nella colpa anche, se non soprattutto, le tante rigide e protezionistiche norme dei molteplici ordini e delle mille corporazioni. Anch’io poi, come Ottone, condivido la perplessità sull’opportunità di incidere, e con decorrenza immediata, sulle licenze dei taxi. Qualche giorno fa ho già esposto i miei dubbi e non voglio tediarvi ricordandoveli ora. Ma non come Ottone perché ritengo i tassisti una “categoria con scarso senso di responsabilità”; semplicemente perché fra notai, farmacisti, avvocati eccetera, eccetera, eccetera sono quelli che lavorano di più e guadagnano di meno.
            Tutto questo, però, non inficia la bontà del decreto e la sostanzialmente corretta scelta dei tempi. Ho detto prima che, secondo me, la politica dovrebbe sempre ricercare una soluzione che scontenti il minor numero di persone possibili o, quando ciò non è possibile, ne acconti il maggior numero possibile. Questo decreto, checché ne dicano i suoi delatori, accontenta più di quanti ne scontenta. E accontenta, in parte, anche quelli che scontenta, perché i tassisti sono felici di pagare meno per medicine, atti e prestazioni legali, e avvocati, notai e farmacisti sono contenti se possono pagare meno le loro corse nelle auto bianche. E ricordiamoci che, in fondo, non sono mica stati messi a repentaglio i diritti dei lavoratori. Si tratta di aver limitato qualche privilegio quasi di casta, per il quale c’era anche ben poco da trattare; forse è stato anche meglio prevedere una manovra di largo respiro che tracciasse la strada e poi, nel caso, limare qualche angolo. Così un risultato si avrà e, in ogni caso, sarà un progresso rispetto allo status quo corporativista e protezionista.
            Vorrei concludere, proprio prendendo spunto da questa osservazione, rispondendo all’ultima domanda che Piero Ottone si pone in fondo al suo articolo. Egli, infatti, provocatoriamente interroga il lettore chiedendogli: “Dobbiamo concludere che quella benedetta arte (della politica, nda) non è diffusa in Italia?”.
            Purtroppo, caro Ottone, essa è fin troppo diffusa, e presente non solo nelle facoltà di chi governa ma anche in quelle di chi è governato. Tu forse vorresti uno stato di cultura anglosassone dove il leader di turno riunisce i governati e, senza girarci troppo intorno dice più o meno: “Io ho intenzione di arrivare fino a quel punto laggiù. Ora, signori miei, voi siete i diretti interessati, ditemi quale strada seguire in modo da danneggiarvi il meno possibile. Ma non sognatevi di pensare di farmi fermare prima”. 
            Ma questa in cui viviamo è l’Italia. La splendida, magnifica, amabile terra dove ognuno fa politica e governo, dove in ogni piazza o strada ci sono decine di Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi. Altro che riduzione del numero dei parlamentari, questa è l’Italia. Il paese dei 60 milioni di allenatori di calcio, ma anche dei sessanta milioni di onorevoli, senatori, presidenti del consiglio, governatori, sindaci, assessori, eccetera, eccetera, eccetera …

scritto da: olitarocco alle ore 15:16 | link | commenti
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venerdì, 21 luglio 2006

Il gioco della tecnica

Buongiorno,
            vorrei informarvi su di un’iniziativa che si svolgerà, a partire da oggi, in diversi centri della Basilicata. Si tratta di “La tecnica in gioco – Itinerari filosofici in Basilicata” che da questa serata e, dopo un’interruzione per le ferie agostane, fino alla fine di settembre vedrà svolgersi una serie di incontri dedicati, appunto al rapporto tra filosofia e tecnica.
            Prima di passare direttamente al calendario delle iniziative, mi preme innanzitutto complimentarmi per il metodo scelto dagli organizzatori, la Regione Basilicata e le due associazioni culturali “Basilicata 1799” e “Chorus”. Gli ideatori di questo progetto hanno infatti pensato, ottimamente aggiungerei, di suddividere ogni incontro in una diversa città lucana in due momenti diversificati: un primo, durante il quale si avrà la presenza di una conferenza tematica tenuta da un esponente della cultura filosofica italiana; ed un secondo, articolato a mo’ di tavola rotonda o, come recita il programma e, nemmeno tanto velatamente, in omaggio a Platone, di dialogo.
            La prima tappa in cui itinerari si dipaneranno si avrà nella serata di oggi, venerdì 21 luglio, con inizio alle ore 21 presso le Tavole Palatine di Metaponto (MT). Qui si potrà assistere ad una conferenza di Piergiorgio Odifreddi dal tema “Corpi naturali e corpi artificiali: la tecnica incarnata”. E poi ancora domani, sempre con inizio alle 21 nelle vicinanze delle Tavole Palatine di Metaponto, si svolgerà il dialogo sul tema “Lo strumento assoluto: il telefonino” con protagonisti Maurizio Ferraris e Gianluca Nicoletti.
            Estiva, o meglio, marittima sarà anche la seconda tappa di questi itinerari di filosofia che si svolgerà a Maratea, in piazza del Gesù, venerdì 28 e sabato 29 luglio, entrambi gli appuntamenti con inizio alle 21 e 30. Nella cittadina tirrenica, il primo giorno si potrà assistere ad un dialogo a più voci con la presenza di Luciano De Crescenzo, Massimo Donà, Piergiorgio Odifreddi ed Andrea Tagliapietra su “La questione della tecnica fra arte, scienza e filosofia” e successivamente, nella serata di sabato, la conferenza su “Lo spirito della Tecnica” tenuta da Emanuele Severino.
            Gli incontri riprenderanno poi a Matera venerdì 8 e sabato 9 settembre, all’interno di Palazzo Lanfranchi a partire, in tutte e due gli incontri, dalle 18, con la conferenza di Edoardo Boncinelli, il primo giorno, su “L’anima della tecnica” e, sabato, il dialogo Vincenzo Vitiello e Massimo Adinolfi su “Arte scrittura tecnica”. Il fine settimana successivo, venerdì 15 e sabato 16 settembre alle 17 e 30, sarà Potenza ad ospitare gli incontri all’interno del suo Teatro Stabile. Qui, nella giornata di venerdì, si potrà seguire la conferenza su “L’uomo nell’età della tecnica” di Umberto Galimberti e, sabato, il dialogo fra Antonio Gnoli e Franco Volpi su “La vita oltre la tecnica. Questioni di biopolitica”. La serie degli appuntamenti si concluderà, infine, nell’Auditorium dei Padri Trinitari di Venosa venerdì 29 e sabato 30 settembre, tutte e due le volte a partire dalle 17 e 30. Due giornate per due dialoghi di cui il primo, fra Giulio Girello e Stefano Meriggi su “Tecnica e filosofia” e l’altro, che avrà come protagonisti Carlo Sini e Matteo Vegetti incentrato sul “Pensare la tecnica”.
             

scritto da: olitarocco alle ore 07:53 | link | commenti
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mercoledì, 12 luglio 2006

In memoria di un Astro...Addio Syd

     “Ti ricordi quando eri giovane? Splendevi come il sole: continua a splendere, diamante matto. Ora c’è una luce scura nei tuoi occhi, come buchi neri nel cielo…Continua a brillare, diamante matto, e ci culleremo insieme nell’ombra dei trionfi di ieri, e insieme voleremo sulla brezza color dell’acciaio”.
“How I wish, how I wish you were here”, cantarono i tuoi amici, ed anche noi vorremmo ancora averti qui.
     Addio amico fragile, addio genio troppo debole per il tuo ingegno, addio magnifico ed inimitabile poeta…addio Syd.
     Shine on You Crazy Diamond.

scritto da: olitarocco alle ore 09:01 | link | commenti
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martedì, 11 luglio 2006

Viva l'Italia

Ben ritrovati,
            e viva l’Italia, foss’anche solo quella del 9 luglio del 2006. Misura e metafora di molte cose, la Nazionale ha riacceso, fondamentalmente, una grande speranza. E’ proprio quando ciò che essa più rappresentava, il calcio nazionale appunto, sta toccando forse – e speriamo di si perché più in basso di oggi è difficile scendere – il suo punto più infimo. Come dire, il calcio finito nel fango, o peggio, che si rialza, lotta soffre e vince. E torna alla mente De André: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
            Soffre e vince, ma anche fa soffrire e vincere. Proprio quando tutti ci davano per spacciati, quando eravamo diventati i paria del Gran Mondo del Pallone, eccoli lì, i nostri quasi operai del campo con le porte, pronti a sfoderare una grinta che immaginavamo persa. Eccoli lì a lottare contro i padroni di casa tedeschi, il loro stadio talismano e settantamila urlanti teutonici pronti a fischiare ogni nostra sortita ed a urlare incitamenti ai loro undici paladini. Eccoli lì, a testa china come solo sa stare chi lavora, senza sottomissione ma con abnegazione al compito, a sfidare chi qualche giorno prima ci aveva definiti “specie di vita parassitaria, viziati e mammoni”. Eccoli lì, contro l’incubo gallico del 2000 pronti a riprendersi ai rigori ciò che i transalpini ci avevano tolto con l’aberrante regola del golden gol; e con gli interessi, visto che allora era un europeo ed oggi è un mondiale.
            Eccoci lì, tutti, sul tetto del mondo/pallone a sollevare con tutti, nelle piazze ed in quello stadio reso famoso dalle gesta di Owens, la coppa d’oro e le sue immagini, colorando d’azzurro il cielo sopra Berlino e quello delle tante città che abbiamo affollato. 
            E ora la dietrologia sarebbe fin troppo facile. Abbiamo taciuto per un mese, mentre Beckembauer minacciava che avremmo pagato il clima di tensione di “calciopoli”, mentre i settantamila di Dortmund fischiavano il nostro inno, la stampa tedesca incitava al boicottaggio della pizza, i francesi si auguravano che ci andassero di traverso gli spaghetti, e tanto altro ancora.
            La pizza, noi, l’abbiamo mangiata, e con wurstel e crauti per giunta. E per toglierci la sete, ci siamo scolati quella bottiglia di champagne annata 2000 che da troppo tempo stava in cantina. Noi siamo sempre i brutti anatroccoli, pronti a fare outing e condannando in coro il gesto scriteriato e criminale di De Rossi nell’incontro con gli Usa. Noi siamo quelli “cattivi”, quelli che giocano male perché solo così gli “italiani sanno stare al mondo”. Già. Ma i fatti raccontano un’altra verità, distante dagli stereotipi inventati dai popoli germanici, che ci hanno per secoli considerati “europei inferiori”, vero e proprio scandalo in casa di cui vergognarsi.
            Noi però non abbiamo fischiato l’inno tedesco, loro, invece, i signori educati e civili lo hanno fatto con il nostro. Il nostro Materazzi era il calciatore da espellere per principio, scorretto e incivile sul campo, mentre Monsieur Zidane era l’uomo che, a sentire la stampa internazionale, incarnava il vero spirito decoubertiano, il simbolo del mondiale; peccato che sia stato il francese a colpire con una testate a gioco fermo l’italiano.
            E che dire poi del fatto che proprio Trezeguet, l’autore di quel bruciante golden gol del 2000, sia stato l’uomo che, con il suo penalty sbagliato, ci ha regalato la gioia di vincere, finalmente anche noi, ai rigori.
             L'ho già detto, è troppo facile quando si vince essere ironici e cattivi.
            Che dire più. Su quel campo metafora della vita hanno vinto i migliori, come si era augurato Chirac ad inizio gara. Hanno vinto i sempre fuoriluogo italiani, e per questo sempre a casa loro. Hanno vinto i senza schemi perché la vita e divenire, hanno vinto coloro che solo potevano vincere, perché avevano già perso tutto ciò che si poteva perdere. Ma c’era un altro sentimento che ha pervaso il mondo intero in questo mondiale. Dal popolo palestinese, ai cinesi, dagli israeliani alle mille etnie dell’India, fino agli immigrati turchi in Germania, il grande e trasversale popolo migrante l’altra notte ha tifato Italia. Contro la Francia degli immigrati, il più grande popolo emigrante d’Europa, simboleggiato da quella Calabria di Gattuso in cui il fenomeno è ancora fortemente presente, ha conquistato la sua vittoria.
            Grazie ragazzi per averci fatto vivere questo splendido sogno di mezz’estate, e speriamo che sia il sintomo di una voglia di riscatto in grado di contagiare il nostro Paese, troppo spesso pronto a piangersi addosso ed incapace di reagire. 
            Che la vostra rivincita sul campo sia da esempio e da stimolo. Grazie ancora ragazzi. E viva l’Italia.

scritto da: olitarocco alle ore 07:46 | link | commenti
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venerdì, 07 luglio 2006

Altro che Paradiso per gli operai

Buon giorno a tutti,
            da un’indagine del Censis emerge che in Italia la mobilità sociale si va fortemente rallentando. Secondo l’Istituto di statistica, le classi borghesi professionali ed intellettuali hanno visto andamenti discendenti in questi ultimi anni.
            Solo il 21,9 % degli italiani, secondo l’indagine, ha visto progredire la propria posizione rispetto alla collocazione dei genitori operai; ben il 40,8 % si colloca invece nella stessa classe occupazionale dei padri e di questi il 20,6 % rimangono all’interno della classe operaia. C’è poi un altro 12,2 % che si è mosso all’interno delle varie classi intermedie della piccola borghesia agricola ed urbana e della classe media impiegatizia.
            Ora, non è un mistero per nessuno che la ragione principale di questo stato di cose è da ricercarsi nelle diverse possibilità di accesso alle opportunità formative. Se la Costituzione garantisce per tutti il diritto all’istruzione, c’è da dire che la formazione era e rimane in Italia un beneficio per accedere al quale bisogna appartenere all’élite. L’indagine Censis a cui facevo riferimento prima conferma anche questo dato, mostrando che fra gli studenti universitari la sproporzione fra le classi d’origine è ancora accentuata, ed i figli della borghesia sono più rappresentati negli atenei dei figli degli operai. Tradotto in numeri, significa che il 18,1 % dei figli della piccola e media borghesia accede alla formazione universitaria contro appena il 4,1 % dei figli della classe operaia.
            Come dire: la classe operaia non va più in Paradiso.
            Solo quella operaia però, perché, sempre nella stessa indagine Censis si evince che l’unica classe di popolazione italiana che in questi ultimi anni sembra aver tutelato e, in molti casi, migliorato la posizione delle generazioni successive rispetto alle precedenti è quella borghese imprenditoriale. Che strano, una vera coincidenza che questo “particolare” fenomeno sia avvenuto sotto il quinquennio (per fortuna non ventennio, anche se a quello somigliava molto nei modi) Berlusconi, lo stesso (non lo ripeterò mai abbastanza) che accusava la sinistra di voler considerare uguali i figli degli operai ed i figli dei professionisti! Che roba Contessa…
Da questa indagine, appare necessario intervenire subito sul sistema formativo in senso democratico, favorendone l’accesso alle classi meno agiate. Un meccanismo che si potrebbe realizzare facilmente, abolendo i sussidi alle scuole private (secondo la logica che se avete i soldi aprite le scuole altrimenti amen, e non è casuale la chiosa) e utilizzandoli per “democratizzare” il sistema scolastico e formativo statale.
In questo scenario, inoltre, ancor meglio si situano i tentativi fatti da questo governo di liberalizzare l’accesso alle professioni che sta creando tanto scalpore.
Ma il decreto Bersani non è senza colpe. Apro e chiudo a riguardo una piccola parentesi. Pur non condividendo la protesta dei tassisti, soprattutto nei modi e nei toni vetero fascisti del “boia chi molla”, e pur sposando l’idea di liberalizzazione delle licenze, c’è da dire che il decreto Bersani si poteva un po’ migliorare. Anche perché non riesco a vedere la ragione per cui l’istituzione dell’agente plurimandatario per le assicurazioni viene procrastinata al 2008 e la liberalizzazione del mercato dei taxi parte dal primo momento. I tassisti non sono operai, sono lavoratori autonomi, certo, ma non credo che si possano definire imprenditori (anche se negli ultimi anni, gli stessi anni di cui prima, chiunque non fosse dipendente in senso stretto si è pomposamente definito “imprenditore”, in linea con il Sire di Arcore. Oggi questa definizione, ci si accorge, sta un po’ stretta, ma questa è un’altra storia). E poi, questa è gente degna di rispetto, che lavora anche 12/16 ore al giorno in una macchina nel traffico sotto il sole d’estate ed al freddo d’inverno. E’ gente che (lo sappiamo tutti, e lo sanno anche quelli che hanno redatto il decreto Bersani), sebbene non ufficialmente, acquista le licenze pagandole anche 100/200 mila euro e le vende, a fine carriera, garantendosi un piccolo gruzzolo, una sorta di “Tfr” per autonomi. Si poteva (la butto lì, io non sono certamente un tecnico), ad esempio, prevedere un tempo più lungo per l’entrata in vigore della riforma per questa categoria, diciamo uno o due anni. Nel frattempo, bloccare l’accesso di nuovi “competitor” (secondo un termine di moda) nel settore, in modo da consentire agli ultimi entrati di “rifarsi” un po’ delle spese e, a tutti, di mettere a punto strategie per il futuro. Poi, magari anche proprio grazie alle maggiori entrate nelle casse dell’Erario dovute alla riforma sulle professioni ed al controllo sull’evasione fiscale, pensare alla possibilità di una sorta di risarcimento per l’acquisto della licenza sostenuto in passato. Come? Be’, non direttamente, è ovvio. Si sarebbero potuti immaginare dei finanziamenti concessi per l’innovazione tecnologica, un sistema per la facilitazione dell’accesso al credito per l’acquisto di nuove auto, la possibilità, per i detentori di vecchie licenze, di “caricare” due o tre auto, tipo piccola impresa. Si poteva, soprattutto, invitare alla discussione le associazioni di categoria e spiegare loro la bontà del provvedimento recependone, al contempo, indicazioni e suggerimenti.
Si poteva, ripeto, dar corso al decreto per i tassisti a far data dal primo gennaio 2008 e per il mercato assicurativo da subito…o avrebbe dato fastidio a Mediolanum e Unipol? 

scritto da: olitarocco alle ore 08:36 | link | commenti
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martedì, 04 luglio 2006

Quando saltano gli Ordini

Salve a tutti,
            ho visto cose in Italia che voi umani non potete nemmeno immaginare: politici schiavi dell’America e cantori del suo stile di vita pronti a crocifiggere chi una parte, la parte sana direi, di quello stile ha voluto introdurre; tassisti lamentarsi delle tariffe alte degli avvocati ed avvocati strepitare per la mancanza di taxi e per i costi esosi pronti, ognuno per suo conto, a contestare un provvedimento di legge indirizzato a favorire concorrenza ed abbassamento dei prezzi; farmacisti lanciare sfide e minacce di serrate per evitare che loro colleghi, figli di chi non possiede una farmacia, potessero trovare un lavoro per loro adeguato nelle catene della grande distribuzione organizzata o per evitare che qualcuno potesse, estrema bestemmia comunista, risparmiare qualcosina sull’acquisto dell’aspirina; ho visto i poveri essere accusati di “sovversione” solo per aver pensato di poter risparmiare un po’ del loro misero stipendio o pensione da chi, per diritto di nascita, appartiene alle caste di notai, avvocati, commercialisti, farmacisti, eccetera, eccetera, eccetera.
            A scanso di equivoci e per chiarire ogni dubbio, io sono scritto all’Ordine dei giornalisti e sono per l’abolizione degli Ordini professionali…quello dei giornalisti per primo. Così, quando dico Ordini sapete che intendo proprio tutti gli Ordini professionali.
            Dopo questo piccolo chiarimento vorrei spiegare come io vedo la questione del “decreto Bersani”. A parte le libere licenze – ed è proprio il caso di dirlo – da Blade Runner, credo davvero che l’appartenenza ad un Ordine (Corporazione o Gilda che dir si volgia) sia foriera di schizofrenia. L’altra sera parlavo con un autotrasportatore, solidale con i tassisti. Strenuamente, egli difendeva le ragioni dei professionisti del Cab – come direbbero sulle sponde del Tamigi – criticando le scelte del decreto Bersani. Ora io non voglio difendere il dicastero di Via Veneto (anche se ospita come sottosegretario uno dei migliori politici lucani) a qualunque costo, ma, giocoforza, devo difendere un’azione in cui ho sempre creduto. E poi. Il mio amico autotrasportatore, dopo la filippica contro Bersani e Co., ha convenuto con me che le tariffe dei notai, avvocati e assicurazioni sono eccessivamente alte e che ciò è dovuto, sostanzialmente, al solo fatto che fra loro essi sono talmente solidali da fare cartello. Ora, non ho avuto occasione di parlare con un avvocato od un notaio ma sono sicuro che questi si lamentano delle tariffe troppo alte dei tassametri…come dicevo prima, appunto.
            Ecco dunque la schizofrenia: ognuno si lamenta dell’eccessivo corporativismo degli altri, salvo poi arroccarsi nella difesa dei privilegi della propria professione e del proprio status quo.
            In Italia c’è una brutta abitudine, conosciuta da altre parti con il nome di familismo amorale. Chiariamo, non è il solito e sano “i figli so’ piezz e cor”: è privilegio di casta. Conoscete un farmacista che non è figlio, nipote, fratello di un altro farmacista? Se si, siete fortunati. E vale anche per i notai, avvocati e, in misura meno frequente, anche per commercialisti, giornalisti, ingegneri, architetti…In Italia anche i commercianti sono “commercianti da generazioni”.
            Essere “da generazioni” non è garanzia di qualità, come spesso si cerca di far passare. Conosco bravi avvocati che sono figli di ingegneri piuttosto che di operai, e che hanno acquisto le loro capacità sui libri e con la pratica. E senza lo studio di papà. L’Ordine, o, sarebbe più opportuno, la Casta in Italia ha solo due effetti: limita la possibilità di accesso alle professioni dei giovani non figli di papà e falsa il regime di concorrenza, con un aumento dei prezzi stimato mediamente nel 7,4 per cento con punte del dieci. Questi notai e farmacisti che, per diritto di nascita, non fanno la “gavetta” rappresentano la vera arretratezza dell’Italia, altro che votare “No” al referendum sulla “riforma” di Calderoli alla Costituzione.
            In altre parole, gli effetti del familismo amorale italiano possono essere tradotti con due semplici affermazioni: la limitazione della concorrenza che colpisce i diritti dei cittadini consumatori, e la limitazione per i giovani, per tutti i giovani, di svolgere la professione che vogliono; altro che “La classe operaia va in Paradiso”.

            A proposito di classe operaia, e a parte la stranezza di sentir giudicare un provvedimento liberista degno degli Stati Uniti “un’azione da regime Sovietico”, non era Berlusconi che accusava la sinistra di perseguire la strampalata e criminale idea di considerare i figli degli operai simili ai figli dei professionisti?


scritto da: olitarocco alle ore 10:49 | link | commenti (2)
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Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

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