"FiloPolitica"

giovedì, 29 giugno 2006

Viva l'Italia

Ben ritrovati,
            durante il fine settimana non vi ho scritto, per scaramanzia rispetto all’esito del Referendum Costituzionale, ed in questi giorni non l’ho fatto perché ero fortemente impegnato a festeggiare moralmente lo scampato pericolo, prima ancora che la vittoria. Un bel risultato, oltre il 53 % di partecipazione e più del 62 % degli elettori che si sono schierati per il No a questa “riforma” del centro destra.
            Certo loro, i destrini, si sono un po’ affannati in questi giorni a dimostrare, con complesse alchimie e ragionamenti capestri, che, in fondo avevano perso perché a votare erano andati solo quelli del centro sinistra. Come se votare fosse un atto sovversivo. E dimenticando, giusto per fare un esempio, che a Ragusa si è votato anche per le amministrative, vinte, guarda caso, dal centro destra, salvo poi che gli stessi elettori hanno dato al No una preferenza di oltre il 70 per cento dei consensi. Poi ancora che il dato era falsato dal fatto che gli elettori di centro sinistra hanno mobilitato più persone di quelli di centro destra perché si appassionano di più ai temi della politica, si informano di più e fanno più proselitismo. Come se leggere, essere attenti e tenersi informati fosse un reato o una prassi da Brigate Rosse.
            E anche volendo tralasciare le sortite di imbecilli alla Calderoli, uno dei sedicenti saggi di Lorenzago che questo squallore di “riforma” hanno delineato, o di Speroni che ha affermato che “fanno schivo gli italiani e fa schivo l’Italia” (grazie Speroni, non lo dimenticheremo. Ma così è troppo facile farvi le campagne elettorali contro!), l’affermazione più articolata è stata quella a sostegno dell’idea che a votare No è stata la parte più progredita ed avanzata dell’Italia, ergo, il Nord. A parte il fatto che il Nord ha, con oltre il 52 per cento, detto No alla “riforma” del centro destra, ed anche nelle due sole regioni, Lombardia e Veneto, dove i Si hanno vinto ho dei dubbi sulla divisione proposta dalla Lega, fra Si degli avanzati e No dei trogloditi. Cioè, secondo gli illuminati saggi del Carroccio, a votare Si sarebbero stati i cittadini delle realtà economicamente più dinamiche e produttive. Ora, come mi spiegano questi grandi analisti, la vittoria del No in realtà come Milano, Venezia e Rovigo…“sacche di trogloditi annidate a succhiare il sangue della ricca Padania”?. Poco convincente, no?. E che dire della sconfitta della “riforma” nella provincia di Mantova, per anni una delle roccaforti leghiste…
            Ma sparare sulla croce rossa è troppo facile…certo però che è dal 12 aprile che rinviamo la festa per la Vittoria.
            Comunque, ritornando al discorso precedente sulla distinzione fra parte avanzata e parte arretrata dell’Italia, e difficile convincermi, con tutto il rispetto, che le valli prealpine – perché nelle alpi, trentine e valdostane in primis, ha vinto il No – siano la parte più dinamica e produttiva dell’Italia e Milano, Venezia, Torino, Bologna, Genova, Firenze, solo per citare città che non siano del Sud, siano ferme all’età della pietra.
            Forse, come ha giustamente osservato Michele Serra sulla Repubblica di oggi (facendo peraltro anche un interessantissimo parallelismo con la bocciatura della Costituzione europea in Francia, anche lì più forte nella champagne che non nelle città, come Parigi, dove il si alla Carta dell’Europa ha prevalso), erano meglio i sanfedisti: loro, almeno, non si nascondevano dietro un dito professandosi “innovatori”.
            Analizzando anche tutto l’armamentario dialettico della Lega viene un dubbio: non è che tutto quello schiamazzo intorno a “Padroni a casa nostra”, “Via gli immigrati che ci rubano il lavoro”, “Mettiamo i dazi sui prodotti cinesi” nasca perché, come tutte le culture arretrate, quella leghista ha paura del confronto con gli altri? Se sono così forti, lavoratori e progrediti come dicono, perché hanno paura degli immigrati che gli rubano il lavoro o della concorrenza cinese? Sono o non sono più bravi? Vogliono convincere noi o si devono ancora convincere bene loro?
            Lo so, lo so, sono tutte domande di retorica spicciola…ma oggi mi da un piacere assurdo porle!

            Viva l’Italia, viva l’Italia e gli italiani del 25 e 26 giugno 2006.


scritto da: olitarocco alle ore 18:22 | link | commenti
categorie:
venerdì, 23 giugno 2006

No al Referendum, altre ragioni

Buon giorno a tutti,
            oggi è venerdì e mancano meno di due giorni all’apertura dei seggi per il referendum confermativo sulle modifiche alla Costituzione varate dal governo Berlusconi.
            Ovviamente, in queste ultime ora si moltiplicheranno gli appelli al voto, ed anch’io voglio lanciare il mio. Votate No.
            Nell’articolo di ieri – che potete leggere sotto – ho elencato quelle che a mio giudizio possono essere alcune delle motivazioni più valide per respingere, in blocco, le modifiche che questa scriteriata “riforma” (sull’uso delle virgolette al termine riforma vedi nell’articolo di ieri) intende apportare al testo Costituzionale. Con la scusa che la Costituzione non è la Bibbia, si vuole far passare una barbarie come un atto riformista…loro poi.
            Anch’io credo fortemente al principio costituente, peraltro garantito, con gli articoli 138 e 139, anche dalla nostra Costituzione, secondo il quale nessuna generazione può decidere tutto per quelle future e su questo non accetto certamente lezioni da Berlusconi e compagni di merenda. Ma da qui a voler modificare il dettato stesso della Carta, stravolgendone i principi ne passa. Anche perché, con una simile “riforma” ad essere a rischio sarà lo stesso principio democratico. E vi spiego perché.
            Secondo la “riforma” Calderoli-Berlusconi, il Premier – si badi bene, Premier e non più Presidente del Consiglio – verrà eletto con voto popolare insieme alla Camera, e fin qui poco male. Ma questo super Premier può nominare e licenziare ministri e sottosegretari e sciogliere la Camera dei Deputati, che ricordiamo è stata eletta con voto popolare, chiedendo al Capo dello Stato – senza che questi possa rifiutarsi – di promulgare lo scioglimento come atto dovuto. La Camera, dal canto suo, può in teoria votare una mozione di sfiducia al Premier purché il voto dell’opposizione non sia determinante. La mozione, per essere valida, deve comunque avere la maggioranza assoluta dei voti dell’assemblea. Ora, volete che un Premier non abbia una serie di fedelissimi alla Camera fra i banchi della maggioranza a cui far votare “no” alla mozione di sfiducia? O semplicemente da mandare al mare il giorno della convocazione? E’ poco credibile. Specialmente limando un po’ il numero dei Deputati, in modo da ridurre il numero necessario a comporre questa fedele e compatta brigata “pro-Premier”.
Ma le cose curiose di questa “riforma” non finiscono qui. Il Capo del Governo, con queste modifiche, in apertura di legislatura espone il suo programma solo alla Camera – e non al Senato che, con l’intenzione di abolire il bicameralismo perfetto tipico dell’Italia ed istituire il Senato delle Regioni, i centro destrini ancora non ci hanno detto cosa diavolo dovrà fare di preciso – per ottenere un voto di fiducia. Una sorta di “Patto con gli onorevoli”.
Ottenuta la fiducia, il Premier compone la sua squadra e non si ripresenta alla Camera per la fiducia al Governo – né tantomeno al Senato – ed i ministri e sottosegretari non devono più giurare davanti al Presidente dello Stato (forse per evitare l’eventualità di dover aggiungere, nel caso, ai vari reati anche quello di spergiuro e offesa alla massima carica dello Stato). In tutto questo il Presidente della Repubblica perde entrambe le maiuscole perché è ridotto a piccoli compiti notarili di nomina dei membri della Corte costituzionale di sua spettanza, di titolarità sul diritto di grazia e di garante della Costituzione. Quale Costituzione?
Ora, a voi che ancora non avete deciso se e come votare al Referendum domenica e lunedì, vi chiedo di immaginare di dover riavere, e con tutti i nuovi poteri del caso, un Berlusconi a Palazzo Chigi o grandi statisti del calibro di Calderoli o Bossi, oppure, perché il pericolo può venire anche da un’altra parte, di personaggi controversi come Ferrando. Avete ancora dubbi su dove mettere la croce?

scritto da: olitarocco alle ore 12:57 | link | commenti
categorie:
giovedì, 22 giugno 2006

No al Referendum, alcune ragioni

Salve,
            domenica e lunedì, neanche a dirlo per chi mi conosce, voterò “No” al referendum. Le motivazioni che mi spingono a questa scelta sono diverse, e qui proverò ad elencarne alcune.
            Ad esempio, i rappresentanti del centro destra da giorni si spendono nel dimostrare che la loro “riforma” (uso le virgolette perché il nobile termine riforma non può essere associato a questa operazione dissacratoria della nostra Carta Costituzionale) interviene solamente sulla seconda parte del Testo Costituzionale, quando invece questa scellerata azione di stravolgimento della Costituzione mina alle basi la prima parte del Testo. Infatti, devolvendo alle Regioni la potestà assoluta su Sanità, Scuola Pubblica e Polizia locale si cambieranno, come ovvia conseguenza, anche le forme e le possibilità di accesso ai diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione del 1948: Diritto alla Salute, Diritto all’Istruzione e Diritto alla Sicurezza per primi.
            Un altro motivo è rappresentato dai costi che questa “riforma” ha per le tasche degli italiani, di tutti gli italiani. Il centro destra sta conducendo una battaglia mediatica per spiegare agli elettori che con la loro “riforma” Costituzionale si diminuisce il peso della Politica per le tasse dei cittadini, in quanto viene ad essere ridotto il numero dei parlamentari. Dovrebbero però spiegarmi come una riduzione dei deputati e dei senatori, che peraltro andrà fatta comunque, possa alleggerire il peso della Politica se nel contempo quest’ultima si ingegna a trovare nuove spese. Come faranno le Regioni a pagare i loro corpi di polizia locale? Come pagheranno le spese connesse alla progettazione di un sistema scolastico diverso per ognuna delle venti realtà regionali? Da dove saranno presi i soldi per far fronte alle spese derivanti dalle procedure di trasferimento di competenze Stato-Regioni e, nel periodo di trasferimento, per quelle connesse alla duplicazione delle funzioni di Ministeri ed Assessorati sulle materie concorrenti o di cui non è ancora chiara a chi spetta l’esclusività? Dai soldi risparmiati dall’erario sugli emolumenti ai rappresentanti del Parlamento?
            Per quanto è demagogico e populista il modo di propagandare le proprie idee a cui il centro destra ci ha da anni abituato, non credo che siano capaci di convincere qualcuno che con l’abbassamento del numero dei deputati e dei senatori si riescano a trovane i 300 miliardi di Euro - a tanto ammonterebbe il costo complessivo della manovra finanziaria necessaria a supportare i costi della modifica al testo costituzionale, secondo le prime stime, fra le quali anche quella di Confindustria – che serviranno alla messa in pratica delle cretinate che hanno scritto in quella sedicente “riforma”.
            Infine, ma non è tutto, credo davvero che nessuno possa condividere in blocco tutte le modifiche agli articoli apportate da questa “riforma”. Anche chi voterà Si, ne sono certo, forse non condivide – se non addirittura ignora – la portata di tutte le modifiche. Oltre 50 articoli su 139, più di un terzo, sono un’enormità da riformare con un solo decreto. Tanto più che gli stessi latori della “riforma” ammettono che “necessariamente bisognerà cambiare qualcosina, a testo approvato” come ha affermato Calderoli. E allora perché votarla? Credo giusto per dimostrare che loro ci credono fino in fondo nelle cretinate che dicono.
            A proposito di cretinate e Calderoli, che poi è la stessa cosa, ma davvero siamo ridotti così in basso da consentire che Calderoni possa firmare la modifica al testo redatto dai Padri Costituenti? Davvero questo stupidotto della Val Brembana – non me ne vogliano i valligiani sui conterranei, persone operose che vivono in una terra splendida – può cassare 50 articoli redatti dopo anni di lavoro da persone del calibro di De Gasperi, Togliatti, Nenni, solo per citarne alcuni? Calderoli chi? Quello delle magliette?
           

scritto da: olitarocco alle ore 16:55 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 21 giugno 2006

La condivisione delle responsabilità

Salve amici,
            vorrei, in poche frasi se ci riesco, farvi osservare la curiosa prassi che sempre più negli ultimi tempi si sta diffondendo ed affermando nel Bel Paese: il condividere le responsabilità.
            No, non è il vecchio proverbio dell’“aver compagno al duol scema la pena”, più che altro una sua rivisitazione moderna fissata nell’“aver compagno al dol scema la pena”. Infatti, sempre più spesso non si cerca qualcuno con cui condividere un dolore – aspirazione per altro umanamente legittima – ma semplicemente qualcuno con cui dividere il carico della colpa. Faccio degli esempi, per spiegarmi meglio. Incastrano Moggi e Co. sulla questione dello scandalo calcio e lui risponde, difendendosi, “di cosa vi meravigliate? Non sapevate che funzionava così? Che così facevano tutti?”. Prendono un Savoia ed uno pseudopoliticante a trafficare con ragazze e faccende illegali di vario tipo, ed eccoli lì pronti a tirare in ballo quante più persone possibili. Anche Bettino Craxi quando fu indagato per tangenti tenne un’articolata dissertazione alla Camera dicendo a tutti, grosso modo, “e di che vi meravigliate, fanno tutti così, ma come non lo sapevate?”.
Innanzitutto mi preme dare una risposta postuma a Craxi: “caro Bettino, no, non lo sapevamo”, e comunque, rispondendo anche alle affermazioni di Moggi e Vittorio Emanuele, non credevamo fino a questo punto, credevamo ci fosse un limite all’indecenza. E poi, avremo almeno la libertà di indignarci? Oppure dobbiamo tollerare in silenzio che i ricchi si permettano il lusso di rubare mentre aumentano gli italiani che fanno fatica a raggiungere e superare la fatidica terza settimana?
Ma quello che, ripeto, mi lascia ancora più perplesso e l’illogica logica sottesa al fatto che, secondo questi signori ed un po’, ahimè, secondo buona parte degli italiani, più sono le persone coinvolte in un reato meno lo stesso reato è grave. Cioè quasi a dire che, siccome così fan tutti…
            Il cavolo! Più sono le persone a commettere un reato o a rendersi partecipi dello stesso crimine maggiore è il suo impatto sugli altri. Essere in tanti a commettere un illecito non sminuisce la colpa, semmai è associazione a delinquere. Il “mal comune” non è “mezzo gaudio” è “epidemia”, così come il crimine diffuso è un cancro per la società e non, come qualcuno arriverebbe a dire, una conquista di civiltà.

            Ahi povera Italia, costretta a cercare il riscatto morale perduto nei tribunali degli uomini e della Storia su i campi di calcio al mondiale…sarà forse per questo che al calcio, quello giocato ma anche quello “chiacchierato” e parlato, noi italiani ci teniamo più che gli altri?


scritto da: olitarocco alle ore 13:05 | link | commenti
categorie:

Avanti, Savoia

Ben ritrovati,
            vorrei oggi partire prendendo spunto da un sms arrivatomi in questi giorni. Il messaggino diceva: “E’ vero che la Storia può cambiare: oggi sono i lucani che arrestano i Savoia”.
            Ed in effetti la coincidenza, o meglio, la sottesa ironia che guida lo svolgersi della Storia e delle sue tappe, balza agli occhi. Premetto che mi sono sempre ritenuto, e mi ritengo ancora ogi, un garantista, ma credo che Passannante e Crocco abbiano avuto un sussulto dalle loro tombe, o da dovunque i loro resti a pezzi (così il Regno disse) si trovino, alla notizia che il sangue di chi li volle sottomessi e carcerati veniva rinchiuso fra le mura in un carcere della loro Terra. Ed io con loro.
O ancora che dire, sempre a proposito dell’ironia, sul Re che cade dal suo Castello, inteso però come il letto della sua cella. Come c’è del sotteso sberleffo nel carcerare a giungo il figlio del Re di Maggio. O nelle affermazioni del principino Emanuele Filiberto che si lamenta del fatto che suo padre “sia stato trattato come un bandito”. E come volevi trattassero un cittadino italiano accusato di sfruttamento della prostituzione, riciclaggio di denaro sporco, gioco d’azzardo illegale ed associazione a delinquere per i suddetti crimini? Come una star di Holliwood con tanto di crisi di panico ed isterismo collettivo? Senti caro il mio piccolo principe, pure a me non va che i miei avi che si battevano contro gli invasori delle loro terre siano stati chiamati briganti, e credo nemmeno a loro; però a noi i tuoi avi ci hanno proibito pure di gridarlo sui giornali o dai libri.
            Ma c’è dell’ironico pure nel coinvolgimento variegato dei personaggi in questa vicenda. Sembra infatti che Vittorio Emanuele si sia subito rincontrato con i cari amici del nonno: i fascisti. Già, con loro condivideva i suoi loschi affari e l’odio, a volte stupido e anacronistico, contro i “comunisti”.
            Purtroppo però, l’odio per i comunisti e le faccende da bandito non erano l’unica cosa che univa il Savoia con il Fascista. A legarli c’era anche un disprezzo cinico e imbecille verso l’universo femminile. Il turpiloquio e la volgarità che rivelano le intercettazioni, l’insopportabile linguaggio da bassifondi che in esse i due profondevano è, sinceramente, la cosa che mi offende di più. Non posso non condividere Prodi quanto si rammarica e si dispiace soprattutto per la totale mancanza di rispetto della figura femminile che viene fuori da quei dialoghi: fosse pure solo per questo oggi merita il mio voto più di ieri.
            D’altronde cosa c’era da aspettarsi da un’accoppiata che professa il “credere, obbedire, combattere” per gli uomini e il “sottostare, servire e partorire” per le donne? IDIOTI: non trovo altri termini.
            Ma poi mi viene un dubbio: vuoi vedere che definire una ragazza “un bel tipo di porcella” o affermare di una giornalista rapita in Iraq “figurati che schifo, donna e comunista” è segno di nobiltà? Meno male che sono di stirpe contadina … grazie al cielo il mio sangue è rosso e non blue.           
            Comunque – permettetemi una conclusione ironica ed irriverente nei confronti della Storia Patria – sebbene in Italia da più anni ci sia una deplorevole situazione di crisi di civiltà dovuta al sovraffollamento delle carceri, la circondariale di Potenza ancora ha un po’ di spazio e di posto. Dunque, AVANTI, SAVOIA!

scritto da: olitarocco alle ore 08:17 | link | commenti
categorie:
giovedì, 15 giugno 2006

Cinismo e schizofrenia

Salve,
            sono ancora amareggiato da quanto accaduto l’altro ieri in una cittadina delle colline romagnole. Non dirò il nome del paese per rispetto della brava gente che quel luogo lo abita e che, nonostante l’accaduto, sono certo che c’è.
In questo paese, un gruppo di imbecilli ha “crocifisso” un diversamente abile su di una croce di legno legandolo con corde e scattando poi una foto con il cellulare, così, per souvenir. Il fatto mi fa imbestialire ed a stento trattengo le parole che vorrei urlare contro questi dementi. Ma ancora di più mi amareggia la cornice che il tutto ha contornato.
            Il fatto non è accaduto in una desolata contrada nel bel mezzo della notte a chilometri dal più vicino segno di civiltà. Oddio, la civiltà è in effetti distante anni luce da quanto avvenuto, ma gli uomini, quelli no. Infatti il tutto si è consumato nel centro della cittadina, dinanzi ad un bar ancora affollato, con la gente seduta ai tavolini; e qualcuno, ne sono certo anche se non c’ero, ha magari pure riso, dimostrandosi ancora più demente ed idiota dei carnefici. Sicuramente ci sono state persone che nell’intimo hanno sofferto per il malsano spettacolo, qualcuno, sicuramente, avrà pure pregato quel Dio che quella croce simboleggia di porre un freno alla bestialità del gesto dissacratore, e non penso siano mancati quelli che hanno protestato per l’offesa subita dal malcapitato, e con lui dall’intera civiltà dell’uomo. Ma nessuno, non uno, è intervenuto per porre fine alla barbarie. Nessuno si è avventato sui carnefici per fermarli, nessuno si è sentito in dovere, per non dire in obbligo, di porre fine a quanto accadeva, nessuno ha nemmeno urlato la propria vergogna per risvegliare l’incredibile grottesco silenzio che circondava lo spettrale accadimento. E se non fosse stato per una pattuglia di Carabinieri per caso da quelle parti chissà cosa sarebbe potuto succedere.
            Amareggiato. Amareggiato perché, purtroppo, non è un caso isolato quanto è accaduto. Quotidianamente abbiamo notizia di pestaggi nelle ore del giorno in strade affollate, di stupri da branco in un parcheggio all’ora di punta, di violenze e crimini perpetuati nella più totale e cinica indifferenza. Indifferenza che è sempre più vera e propria CONNIVENZA.
            E’ una società malata e moribonda quella che stiamo vivendo, dove ognuno confonde quella sana dote di individualismo propria dell’uomo con un cieco pensare solo a sé stessi: indifferenti a tutti. Ma ciò che mi fa ancora più male è un’altra considerazione. Credo, anzi sono sicuro, che, come in ogni luogo d’Italia, anche nella “cittadina del misfatto della croce” la sera prima, magari proprio dentro quello stesso bar, gli animi ed i cuori si erano scaldati ed avevano sofferto e gioito condividendo, empaticamente, quasi si fosse tutti una sola persona, con estrema condivisione, le sorti e le fatiche di altri uomini, di altri loro simili. Credo che per la gioia sentita e condivisa con quei loro simili e per l’impresa da loro compiuta, alcuni di quegli uomini che erano davanti allo stesso bar abbiamo preso le loro vetture e, incuranti del pericolo di rovinarle o del dispendio di carburante, si siano messi a girare per le strade cittadine, strombazzando e urlando al mondo intero la gioia per la gioia di altri uomini, per la loro vittoria e per la loro felicità. E’ mai possibile che questa società sia così schizofrenica da indurre degli uomini ad insani gesti per celebrare una vittoria o piangere una sconfitta di altri su di un campo di calcio lontano centinaia e centinaia di chilometri, e, il giorno dopo, determinare negli stessi la più bieca indifferenza per la vita di un loro simile dall’altre parte della strada?  

scritto da: olitarocco alle ore 08:24 | link | commenti
categorie:
martedì, 13 giugno 2006

Prendi i soldi e scappa

Ben ritrovati,

            ci sono delle vicende, purtroppo sempre più frequenti, nella vita politica e amministrativa della nostra Regione, la Basilicata, che sempre di più assomigliano a situation cinematografiche.

            L’ultima, ma solo in ordine di tempo, è quella che vede protagonista la Natuzzi SpA, il noto produttore di divani di qualità. Il suo piano di riorganizzazione, infatti, dopo essere stato subito criticato dai sindacati di categoria lucani perché, di fatto, si traduceva nella chiusura della produzione nei due stabilimenti materani di Iesce e La Martella, con la trasformazione di quest’ultimo in un pomposamente non meglio definito “polo logistico” - nei fatti un magazzino - finalmente, per l’Azienda s’intende, è stato approvato. C’è di più, dinanzi agli esponenti dell’esecutivo del Governo nazionale e regionale, l’Azienda a illustrato nuovamente il proprio programma di riorganizzazione, raccogliendo, poi, la firma per espressa accettazione delle organizzazioni sindacali pugliesi, ma, ovviamente, e ci mancherebbe, non di quelle lucane.

            A parte il fatto che non credevamo ci potesse essere tanta mancanza di solidarietà fra sigle sindacali omonime a riguardo delle sorti del medesimo gruppo aziendale, non riusciamo proprio a comprendere le scelte dell’Azienda. Ancor meno,a riguardo, i segnali di soddisfazione espressi dall’assessore alle attività produttiva della Basilicata Donato Salvatore e dal presidente della giunta lucana Vito De Filippo. Certo, il piano è comunque frutto di una trattativa fra sindacati, Regione e Natuzzi, ma non credo ci siano i requisiti per definirlo un successo. Anche perché, al sodo, il piano si traduce in un provvedimento di cassa integrazione speciale di 24 mesi per ben 308 lavoratori. 308 lavoratori che si aggiungono ai 200 che già “beneficiano” dello stesso trattamento. La Natuzzi aveva definito la fine della produzione negli stabilimenti materani un problema relativo per i dipendenti. Anche perché, affermavano i vertici aziendali, si sarebbe trattato per gli stessi lavoratori di un trasferimento di qualche migliaio di metri (Matera confina con la cittadina pugliese Santeramo in Colle, sede del gruppo e degli stabilimenti che assorbiranno parte dei lavoratori). Anche qui, a parte che non capiamo perché i lucani possono spostarsi e l’Azienda no, visto che solo di qualche metro si tratta, i discorsi precedenti coprivano la realtà: la cassa integrazione per 308 dipendenti. In gran parte lavoratori lucani.

            Ha fatto bene il sindacato lucano a non firmare; quasi a voler dire Basta. Interventi straordinari del governo regionale, stanziamenti, formazione per i lavoratori, e poi nulla: “Prendi i soldi e scappa”, appunto. Per questo non condividiamo la ragione delle soddisfazioni espresse da Salvatore e De Filippo. Degli ultimi 500 dipendenti in cassa integrazione, oltre 300 sono lucani…c’è poco di cui essere soddisfatti. E purtroppo Natuzzi non è l’unica azienda ad abbandonare la produzione nella nostra regione. Barilla è un’altra, con l’aggravante che mentre Natuzzi e di Santeramo, di una terra confinante e contigua, Barilla è pure del Nord, proveniente cioè dalle più ricche zone d’Italia, e dove soventemente si considera la nostra regione come un piccolo dominio coloniale. Barilla va via, mentre la Fiat resta, ma non senza colpe. Sullo stile di “Arrivano i giapponesi”, la Fabbrica Torinese per antonomasia, infatti, come i giapponesi del film, pensa bene che per lo stesso numero di ore, un lavoratore dello stabilimento lucano di Melfi debba essere pagato meno del suo collega torinese. E quando gli operai sbottano e fanno presente all’Azienda che, dato che sono pagati meno dei loro colleghi, non riescono a capire per quali motivi dovrebbero essere sottoposti a turnazioni più pesanti e alienanti, il gruppo degli Agnelli/Elkann (e vi evito le facili battute) si stupisce e si meraviglia, magari, ma non ho prove per affermarlo, pensando che la protesta sia mossa solamente dalla celebre “mancanza di voglia di lavorare” tipica dei meridionali. Praticamente come i nipponici del film pensavano degli americani.

            Basta…Se non possiamo evitare che gruppi aziendali chiudano con tanta facilità i loro impianti lucani, cerchiamo almeno di non fornire loro i soldi per comprarsi il nuovo set di valige quando lasceranno la nostra Terra. Cerchiamo di favorire le aziende radicate sul territorio con investimenti mirati, contrastiamo la politica della lobby bancaria che raccoglie i fondi dei risparmiatori meridionali per investirli in progetti produttivi nel Nord Italia, favoriamo l’accesso al credito delle imprese lucane, aiutiamole a crescere, soprattutto credendo in loro e nei loro prodotti, interveniamo su infrastrutture e servizi ed evitiamo di lanciarci in bandi per aziende trevigiane, che poi mai si sono viste.

            Un ultimo interrogativo, più che altro un dubbio. Non è che qualcuno si è davvero convinto che a noi in Basilicata, per vivere ed essere felici, basta solo “Pane, amore e fantasia”?


scritto da: olitarocco alle ore 17:26 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 07 giugno 2006

Salve,
            oggi vorrei parlare di uno studio del Vaticano, condotto dal cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, pubblicato di recente e che già è balzato agli onori della cronaca. Il documento, dal titolo emblematico “Famiglia e procreazione umana”, è, ovviamente, una panoramica su, ma per i toni si potrebbe ben definire “una filippica contro”, aborto ed unioni di fatto, ma anche educazione sessuale e femminismo.
            Il tono di critica è chiaro, tanto quanto note sono le posizioni della Chiesa sugli argomenti. E le posizioni, come tutte, sono rispettabili anche quando non condivisibili. La Chiesa ha il diritto di esprimere le proprie posizioni e, in linea di massima, sono contrario alle facili “scandalizzazioni” a cui siamo abituati in Italia ad ogni sortita di Ruini e Co. Ruini ha il diritto di dire la propria, è, anche non condividendo il suo pensiero, sarei pronto, come Voltaire, a dare la vita per il suo diritto di esprimerlo. E qui finisce, però, la mia difesa delle posizioni che, da troppo tempo, la Chiesa sta assumendo in merito alla “Libertà”. Già, perché si tratta proprio di questo: Libertà, quella con la “elle” maiuscola. Libertà di vivere come e con chi si vuole, libertà di seguire i propri orientamenti sessuali, libertà di cambiare sesso ed essere accettati per le proprie scelte, libertà, poi, di essere rispettati per quello che si è. Anche e soprattutto dalla Legge.
            Perché se è giusto che il Clero parli alle coscienze dei suoi fedeli, è altrettanto giusto che lo Stato riconosca l’uguaglianza di tutti dinnanzi alla propria legge. In altre parole, così come la stessa Chiesa ammette che il fatto che una cosa sia “Legge” per uno Stato non significa direttamente che essa sia “Morale” per i fedeli, lo Stato dovrebbe capire che il fatto che una cosa sia “Morale” per una confessione non significhi che essa debba divenire una sua “Legge”. Semplificando ulteriormente, se i cattolici ritengono che le unioni di fatto siano contro la propria morale evitino di praticarle, ma riconoscano e lascino il diritto agli altri di vivere secondo la propria morale la loro vita.
            I toni del cardinale Trujillo, invece, sono eccessivi per uno studio o per un testo divulgativo. In questo modo, purtroppo, si spinge davvero a considerare diversi e reietti tutti coloro che non la pensano come chi crede negli insegnamenti della Chiesa. Io proverei ad amare il prossimo “così com’è” prima di avventurarmi in facili accuse e anatemi. Un omosessuale è prima di tutto un individuo, e deve avere tutto il rispetto possibile da parte della società. Deve poter vivere con chiunque voglia, senza che nessuno debba impedirglielo “per Legge”. Per quale ragione, poi, uno Stato non debba riconoscere i diritti dei suoi stessi cittadini, o di una parte di essi, davvero non lo capisco. Se due persone vivono insieme, è giusto che uno abbia il diritto di assentarsi dal lavoro se l’altro sta male. Riconoscere questo diritto non vuol dire minare le fondamenta della famiglia tradizionale. Io mi sposerò fra qualche mese, e, davvero, la mia concezione della famiglia non è minimamente compromessa dal pensiero che potrebbe esserci un’altra possibilità di “unione”. Mi sposo in Chiesa e voglio fondare una famiglia come quella in cui sono cresciuto perché così ho scelto liberamente. Non perché questo è l’unico modo possibile. Se il concetto di famiglie, come molti sembrano affermare, ha bisogno di leggi a tutela per non essere disperso, allora il problema non è nelle leggi che mancano, ma nel concetto. Personalmente ritengo che la famiglia necessiti di leggi a sostegno, non di leggi a tutela mirate ad “escluderne i concorrenti”.
            Sulle adozioni da parte di coppie omosessuali, lo ammetto, anch’io devo razionalmente superare una restrizione mentale dovuta alla mia stessa formazione. Ma poi penso a tutte quelle centinaia di bambini che ogni giorno muoiono di fame, e credo che per loro l’amore di due persone, indipendentemente dal loro sesso o stile di vita, potrebbe significare la possibilità di sopravvivere, e non aggiungo altro.

            Un ultima cosa. Trujillo attacca anche i movimenti femministi condannandoli perché, a suo dire, “hanno esacerbato il carattere della relazione fra individui”. Come se il voler essere considerate più che semplici sguattere al servizio di uomini/padroni fosse un reato. Ma la concezione del femminismo di alcuni esponenti della Chiesa era chiara da tempo, e non voglio analizzarla qui per l’innato rispetto che porto verso tutte le donne del mondo. Vorrei solo ricordare un’affermazione del 2004 dell’allora cardinale Ratzinger sulla donna, definita “diversa dall’uomo” secondo una differenza, che non va “negata” o “livellata”, ma “riconosciuta”. Non voglio giudicare le espressioni di altri, non mi arrogo tale diritto, chiedo solo perché questo stesso concetto il Clero non possa applicarlo anche a chi la pensa diversamente dalla Chiesa?


scritto da: olitarocco alle ore 17:32 | link | commenti
categorie:
lunedì, 05 giugno 2006

Benvenuti

Salve,
            da oggi, lunedì 5 giugno 2006, nasce “FiloPolitica”, il mio blog incentrato, nemmeno a dirlo, su Filosofia e Politica, e sulle svariate possibilità di comunicarle.
            Innanzitutto una precisazione. Questo che avete aperto in effetti non vuole essere un diario on line, ma un luogo di discussione, un “corso” o una “piazza”, svolgendo la medesima funzione che questi tradizionalmente svolgono nelle cittadine e nei paesi italiani: luoghi di incontro. Come il paradosso del non luogo di Augé, esemplificabile nella sala d’aspetto della stazione, dove si sta ma si è in procinto di andare, dove fisicamente si è ma nella quale si vive solamente una momentanea stasi del movimento, questo blog per me è un luogo reale. O almeno come tale intendo usarlo.
“FiloPolitica” sarà un’altra bacheca dove fermarsi nel passeggiare lungo il “corso” della rete. Davanti ad una bacheca in un corso ci si ferma, spesso non da soli, passeggiando con calma. E leggendo ciò che vi è scritto, sovente, iniziano discussioni e dissertazioni che, non di rado, portano a parlare dell’argomento discusso nella bacheca, ma spostandosi frequentemente anche su molto altro, per ore. Ecco, “FiloPolitica” vuole essere questo: uno spunto di discussione, un’occasione per riflettere. Con un arma in più rispetto alle tradizionali bacheche: l’interagibilità.
E’ mia intenzione non solo fornire direttamente spunti di discussione o dire “la mia” sulle questioni che sono poi la materia del blog, ma soprattutto leggere i messaggi e accettarne le proposte. Un luogo dove tutti possono parlare, dire “la propria”, dare un contributo alla crescita di tutti: una piazza, magari al sole tiepido del tramonto in una sera di primavera, come oggi.
Vi invito a passeggiare in questo blog, a partecipare alla discussione, a omaggiarmi della vostra presenza. Grazie, Rocco  

scritto da: olitarocco alle ore 16:08 | link | commenti (2)
categorie:

Questo sito non è una testata giornalistica e non viene aggiornato periodicamente. Pertanto, non è soggetto alle norme della legge 47/78 richiamata dalla legge 62/2001 e successive.

Chi sono

Utente: olitarocco
Nome: Rocco Olita
Sono nato a Stigliano (MT) il 3 luglio del 1977, e attualmente vivo a Roccavione, a pochi chilometri da Cuneo. Ho una laurea in Filosofia, conseguita a Bari nel 2000 e sono specializzato in scienze della comunicazione. Mi occupo di comunicazione per professione, di politica per passione e di filosofia perché non posso farne a meno. E proprio dalle mie passioni, vocazioni e professione nasce l'idea di questo blog: raccogliere, esprimere e, di conseguenza, comunicare, temi ed argomenti legati alla Filosofia ed alla Politica, con un occhio particolare, sotto quest'utlimo profilo, ai temi dell'economia e del lavoro.

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte