“In relazione al dibattito in corso sulle celebrazioni del 150/mo anniversario dell’Unità d’Italia –è scritto in una nota diffusa dal Quirinale– si precisa che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella lettera inviata lo scorso 20 luglio al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva sottolineato come occorra ormai con la massima urgenza un chiarimento: se necessario, un esplicito e preciso ripensamento selettivo, e dunque ridimensionamento del programma di investimenti infrastrutturali, tenendo conto delle disponibilità del bilancio pubblico (Stato, Regione ed Enti locali). E nello stesso tempo, una soddisfacente definizione delle iniziative più propriamente rispondenti al carattere e agli scopi di una seria celebrazione dell’evento”.
Caro Presidente, mi scusi l’ardire, ma sa a noi quanto poco può interessare il dibattito sulle celebrazioni per l’Unità d’Italia?
Non l’Unità del Paese, s’intende, ma le celebrazioni, francamente, ci lasciano indifferenti. Anche perché non sarà in qualche gagliardetto tricolore o sulle note dell’Inno di Mameli che ritroveremo ciò che sempre più ci è tolto da chi pensa al Federalismo e lo declina in razzismo e chi, fingendo di opporsi, si astiene per non contrariare troppo le bavose grida che dai postriboli della bassa prealpina spingono fin dalle parti di Piazza Colonna.
Ecco, sull’Unità d’Italia servono chiarimenti. Per esempio, Presidente, che ne dice del blocco della mobilità sul territorio nazionale per gli insegnanti precari disposto dal Ministero dell’Istruzione? Che ne dice del fatto che molti di loro, con anni di esperienza, si ritrovino dietro altri solo perché giunti dopo in quella provincia?
E poi, Presidente, dov’era andato quando la Lega propose il punteggio aggiuntivo nei concorsi pubblici in base alla residenza? E quando il Consiglio provinciale di Vicenza, Lega, Pdl e Pd incluso, votarono un ordine del giorno per impedire l’arrivo dei dirigenti scolastici da altre regioni?
Quando la Lega straparla di gabbie salariali o di esame di dialetto per gli insegnanti terroni, perché non ci regala un altro comunicato come questo, con toni chiari e dirimenti.
Presidente, la sua voce non si è mai levata contro l’obbrobrio dell’accordo con la Libia per il respingimento dei clandestini in mare; non abbiamo mai letto un suo intervento contro l’aberrante idea delle ronde in camicia verde; non abbiamo mai ascoltato un suo intervento sul fatto che un Ministero della Repubblica ignori bellamente le sentenze di un Tribunale Amministrativo della stessa Repubblica, come nel caso dell’Istruzione in relazione alle questioni dei trasferimenti e degli insegnanti di religione. Eppure, tutte queste cose, in principi, sono esposte e sancite nella Costituzione, e Lei ne è il garante.
Dei festeggiamenti, onestamente, proprio non me frega nulla. Aboliamoli, ed investiamo il risparmiato per l’accoglienza dei clandestini. E visto l’andazzo, visto che da meridionale vedo ridimensionato, se non negato, quotidianamente ogni mio diritto di cittadino italiano, da quello alla mobilità a quello al lavoro, da quello alla sanità a quello ad una giusta amministrazione, potremmo anche abolire l’Unità del Paese. Se i miei diritti valgono meno, se quasi non ne ho più, allora non ho più nemmeno doveri, incluso quelli verso una Patria che alla mia schiatta è stata pur sempre imposta con la forza delle armi da un esercito straniero, guidato da un generale marsigliese e sotto l’egida di un sovrano francofono.
Nelle settimane scorse il Quotidiano ha raccolto la provocazione di una cittadina stiglianese che, per protestare contro la carenza di prestazioni sanitarie, proponeva una petizione per chiedere la chiusura dell’ospedale locale. Di primo acchito, può apparire un controsenso: se mi lamento della mancanza di servizi chiedo il potenziamento della struttura, non la soppressione. Che senso ha chiedere la chiusura di un presidio sanitario per protesta contro la mancanza di un servizio? Avremmo così prestazioni migliori? Ovviamente no.
Cionondimeno, quella provocazione ha senso. Soprattutto, ha un fondamento ed un valore altamente democratici. E’ una forte riappropriazione della volontà di potere del cittadino all’interno del sistema di governo della res publica.
Siamo abituati ad intendere la democrazia così come l’abbiamo codificata e resa funzionante. Ma questo non significa che vi sia solo una e solo quella strada. Oggi conosciamo il processo democratico attraverso una variegata serie di passaggi e codificazioni, che si basano sulla somma dei diritti e dei doveri individuali e collettivi, sul loro rispetto, sulla loro rappresentanza. Proprio il concetto di rappresentanza, forse più di ogni altro, è la misura della nostra democrazia, che è rappresentativa appunto. Non potendo, per ovvie ragioni, ognuno rappresentarsi da sé, rappresentare i propri diritti e imporsi i doveri, si fa leva sull’istituto della delega alla rappresentanza, attraverso il voto, diretto o indiretto, ed attraverso varie forme di controllo che, in ultima istanza, sempre sul quel principio fondano la loro validità.
Ora però, se proviamo a guardare da un ottica “in negativo” questi principi, è anche vero il contrario: posso esprimere il mio volere di potere anche sottraendomi al processo della rappresentanza. Un po’ quello che succede quando assistiamo a gesti eclatanti e fortemente simbolici, come la rinuncia al documento d’identità o al certificato elettorale.
Il potere politico istituzionalizzato definisce spesso queste manifestazioni “fenomeni di qualunquismo”. Che però è un’archiviazione comoda solo per il potere stesso, che così evita di interrogarsi e tenta di delegittimare i processi che non può contenere o controllare. Questi fenomeni muovono invece da un altro tipo di costatazione, e si manifestano sempre più nelle democrazie maggiormente elaborate, dove è più difficile per il singolo intervenire direttamente sul potere. Il cittadino giunge a questo tipo di conclusione: “ho delegato altri a rappresentarmi, questi altri hanno costituito il potere ma della rappresentanza dei miei diritti non c’è traccia; allora rinuncio al diritto stesso”. Nell’esempio all’inizio dell’articolo, il ragionamento è più o meno: “ho il diritto alla sanità e qualcuno è delegato a rappresentarlo, ma non ho i servizi all’altezza dei bisogni; allora rinuncio al diritto alla sanità”. Un discorso che potrebbe valere, ovviamente, per qualsiasi settore. Ripeto, sembrerebbe un controsenso ma non lo è. Nell’ottica del singolo che chiede la rinuncia al suo diritto, non c’è la paura di perdere un servizio, che già denuncia di non avere, ma la voglia di non vedere più nessuno che si arroghi della rappresentanza di quel diritto senza che egli trovi soddisfazione: “se non ho servizi all’altezza nel campo sanitario o in quello della viabilità o dei trasporti, non voglio nemmeno nessuno che rappresenti politicamente questi diritti; via gli assessori competenti, le sovrastrutture del potere organizzato, via tutto”.
Vi sono sovrastrutture per il rispetto dei doveri e vi dovrebbero essere sovrastrutture per la soddisfazione dei bisogni e la tutela dei diritti. Se queste non funzionano, allora non voglio nemmeno quelle. La suprema rinuncia è poi quella alla rappresentanza in quanto principio. Niente diritti, niente rappresentanza, sembra dire il cittadino che rifiuta la propria carta d’identità od il proprio certificato elettorale. E niente rappresentanti, dal parlamento al consiglio comunale, relative prebende incluse.
Siccome non si riesce ad uscire unilateralmente da una situazione di gestione del potere, come già aveva notato Tucidide, a meno di non negarla alla radice, allora, attraverso questa particolare “democrazia in negativo” il singolo tenta di far saltare il banco, quasi a voler rendere realmente “cosa vuota e non prendibile”, come lo definisce Lucrezio, il potere.
La forza di simili azioni dei singoli, ovviamente, è legata al numero di quanti le mettono in pratica.
Nessun eletto. Di nuovo. Il collegio di Stigliano, come cinque anni fa, non elegge nessun rappresentante all’interno del consiglio provinciale. Il motivo è facilmente intuibile: l’eccessiva frammentazione dei consensi fra i vari candidati. Un po’ il male comune a tutti quei piccoli e medi centri che hanno la caratteristica di formare, da soli, un collegio. Se manca in questi paesi una leadership forte e riconosciuta, attestata ad un partito o ad un candidato, è chiaro che i voti difficilmente si concentrano, determinando piccoli risultati per ognuno dei candidati.
E siccome si viene eletti all’interno delle liste in base alla cifra individuale, in percentuale, raccolta nel rispettivo collegio, il risultato è spesso scontato. Nei collegi che invece raggruppano più comuni questo fenomeno non è presente, perché sovente ogni comune all’interno del collegio esprime pochi candidati e su questi si concentra il voto. Ecco perché nei collegi con più comuni vengono eletti sempre dei consiglieri, a differenza di quanto a volte accade nei collegi composti da un solo centro.
A Stigliano, però, stavolta c’è in più un dato curioso. Sono stati tre gli assessori candidati, e due di loro, perché la sorte è ironica, hanno mancato l’obiettivo per un pugno di voti. Spesso si indica l’accordo fra le forze politiche come soluzione per eleggere un rappresentante. Cosa ovviamente difficile da ottenere. Ognuna vorrà il suo candidato, fa parte del gioco. Ma, mi chiedo: nemmeno all’interno di una stessa giunta comunale è possibile trovare un simile accordo?
Era necessario candidare, in pratica, l’intero esecutivo? Già, perché per fortuna che il collegio è uninominale, altrimenti il partito che esprime diversi assessori, forse, li avrebbe candidati tutti. Non era proprio possibile trovare una sintesi?
Immagino sia difficile, quasi impossibile, quando si è impegnati a livello di militanza o istituzionale, dire no al proprio partito politico circa una candidatura. Ma non si può dire “troviamo una sintesi con i partiti con cui dividiamo l’azione amministrativa”?
E poi mi viene da chiedere: ma è importante avere un rappresentante alla Provincia per un’amministrazione comunale? Perché, se la risposta è si, allora non capisco la frammentazione; diversamente, non comprendo perché un’amministrazione dovrebbe candidare i propri assessori.
Ed infine, perché i vari partiti hanno scelto di candidare i loro vertici istituzionali locali? Per mettere a valore in termini di consenso il lavoro da questi fatto nell’esecutivo? Se è così, i dati imporrebbero una riflessione: 4.760 elettori e solo mille quelli che sono andati a votare ed hanno scelto di dare la loro preferenza ad uno dei rappresentanti della giunta comunale. Non so leggere la politica, però mi pare poco. E poi, il partito di maggioranza assoluta nella giunta e nel consiglio caratterizzato da una paradossale maggioranza senza opposizione? Solo cinquecento e rotti voti?
Ma sarebbe facile continuare ancora questa analisi un po’ ironica. Il dato più serio, però, nel comune di Stigliano è ancora una volta quello dell’astensione o del voto non dato. Dei 4.760 aventi diritto solo 2.559 hanno espresso un voto valido. Ben 266 si sono pure presi la briga di andare ai seggi, ma hanno lasciato in bianco la scheda o l’hanno deliberatamente annullata: la quasi totalità delle nulle, infatti, non erano errori; erano schede scarabocchiate o con sopra frasi che andavano dall’ironico allo scurrile.
In quel non voto è da leggere la volontà di esprimere il proprio parere: non dando potere di rappresentanza attraverso la preferenza, ma sottraendo consenso con l’astensione. Un modo per dire “non in mio nome”: dai tanti residenti che ormai vivono fuori, e che non comprendono perché venire a votare una classe politica dalla quale non saranno nei fatti mai amministrati, o che spesso per gli errori della quale sono dovuti andar via, ai molti che semplicemente non sentono come “affar loro” quello che accade nelle urne. Certo, per chi fa politica è molto più comodo archiviare tali fenomeni sotto la voce “qualunquismo” invece che indagarne le cause ed analizzarne gli effetti.
Infine un ultimo dato: gli elettori cinque anni fa erano 5.018, oggi solo 4.760. Interessa a qualcuno?
Il primo dato che balza agli occhi dai risultati elettorali delle provinciali nel collegio di Stigliano è l’elezione dello stesso rappresentante nel consiglio di via Ridola di cinque anni fa: nessuno.
Almeno in prima battuta, infatti, il collegio di Stigliano non riesce ad esprimere un proprio rappresentante nella massima assise provinciale. Certo poi ci potrebbero essere evoluzioni diverse, dovute a dimissioni di consiglieri per l’incompatibilità con altre cariche, come potrebbe essere il caso degli assessori che andranno a comporre la nuova giunta provinciale, e conti di questo genere già si fanno fra i cittadini e negli ambienti della politica locale, ma siamo ancora nell’ambito del forse. Di sicuro c’è che nessuno è stato eletto il 6 e 7 giugno e questo è un dato un po’ pesante, specialmente in un comune amministrato dal centro sinistra ed in una situazione che vede la vittoria dello stesso centro sinistra.
Ma veniamo ai dati. 1.447 voti vanno a Stella, il 56,5 per cento, 344 a Ruggiero, il 13,4 per cento, 309 a Labriola, il 12 per cento, 218 a Pinto, 8,5 per cento, 132 a D’Amelio, 5,15 per cento, 102 alla Mastrosimone, 3,98 per cento, e soli 7 voti per Martino. Questo per quanto riguarda i candidati presidenti e le coalizioni.
Nel dettaglio dei vari partiti e candidati, il più suffragato è stato Antonio Barisano del Pd, con 515 voti, seguito da Rocco Simone dell’Udc, 344 le preferenze raccolte, Giosué Ferruzzi dei Popolari Uniti, 323 voti, Giovanni Pasciucco del Pdl, con 240 preferenze, Leonardo Digilio, de La Grande Lucania, 215 voti, e Francesco Mandile, lista Pdci/Prc, con 201 voti. Sotto le 200 preferenze troviamo Giovanni Capalbi, Partito Socialista, che ne ha raccolte 193, ed a seguire Domenico Laurenza, Mpa, con 132 voti, ed Anna Vinelli, per l’Alleanza Democratici di Centro, con 102 preferenze. Sotto i cento voti, infine, si posizionano Salvatore Santamorena, Idv, con 92, Maddalena Berardi, Sinistra per la Basilicata, con 62, Francesco De Noia, Lista Stella, con 34, Giuliano Colucci, per l’Mpi della Santanché, con 19, Vincenzo Buonfiglio, La Destra/Fiamma Tricolore, con 17, Nicola Deruggiero, Udeur, con 15, Vincenzo Di Trani dei Verdi e Giuseppe Di Lecce dei Popolari Liberali, entrambi con 7 voti e Maddalena Papangelo, Uci, che ha raccolto 6 preferenze.
Il centro sinistra si conferma la coalizione più forte, anche se ben lontana dal 71 per cento di cinque anni fa. Ed i tre assessori comunali candidati, Barisano, Capalbi e Ferruzzi, sono fra i primi sette più votati, anche se raccolgono insieme poco più di mille voti. Importante il risultato dell’Udc, secondo partito subito dopo la supercorazzata, almeno sulla carta, Pd. Buono il riscontro dei Popolari Uniti, di poco inferiore a quello di cinque anni fa, allora Udeur, sebbene lontano dai 619 voti conquistati dai quattro consiglieri alla comunali 2007. Buono anche il risultato del Partito Socialista, sostanzialmente in linea con i voti delle provinciali scorse, all’epoca Sdi, e migliore del dato comunale 2007, così come quello della lista Pdci/Prc. Da segnalare anche il risultato de La Grande Lucania, dove forse può aver giocato positivamente pure la candidatura a presidente di uno stiglianese di nascita come Pinto.
Francamente non entusiasmante, sebbene primo nella competizione, il risultato del PD. Il partito del Sindaco, di tre assessori comunali su 6, con nove consiglieri comunali su 16 e con un assessore locale alla provincia si ferma a soli 515 voti. Cinque anni fa Ds e Margherita raccolsero insieme 1.000 voti, ed oltre 1.300 ne conquistarono i consiglieri comunali ora Pd nella competizione del 2007.
Infine un ultima considerazione. Come altre volte il primo partito a Stigliano si conferma quello di coloro che scelgono di non scegliere. Su 4.760 elettori solo 2.825 si sono recati alle urne e di questi solo 2.559 hanno espresso un voto valido. Un dato che sicuramente vorrà pur dire qualcosa ed un fenomeno sempre in crescita negli ultimi anni che merita attenzione. Non basta e, credo, sia completamente fuorviante archiviarlo con superficiali e comodi giudizi che spesso tendono ad identificarlo come semplice “qualunquismo”.
“La mia patria è la Banca. Ma io vivo in esilio”. Sono le parole di un poeta di cui non ricordo il nome ma che da un po’ di giorni campeggiano nella mia mente. Ci sono arrivate non so nemmeno più da dove, hanno piantato le tende ed ora stanno lì. Pronte a festeggiare ad ogni occasione. E di occasioni, in questo periodo, ne hanno davvero molte.
Ogni giorno sento persone parlare di nuovi modi di intendere lo stare al mondo, in tutte le sue forme. Questo mio Paese, ormai, sembra non essere capace più di pensare l’altro se non in termini di vittoria o sconfitta. E’ una gara continua, anche se in palio, vi giuro, nessuno è ancora riuscito a spiegarmi cosa c’è poi veramente. Ma una cosa è certa: se non sei un vincente, se non fai parte del gruppo dei vincenti, semplicemente non esisti.
Sono momenti pre-elettorali quelli che stiamo vivendo ora. Bene, anche lì i discorsi sono più o meno sempre gli stessi. “Se non sei parte della maggioranza, non conti nulla”. E nel sostenere tale tesi, suppongo, ci si riferisca ad un’idea di maggioranza totalitaria ed onnicomprensiva. Perché se è vero che questo discorso vale per tutti, solo la maggioranza unanime (che poi è un ossimoro: una maggioranza può esistere solo in contrapposizione ed in funzione di una minoranza. Da sola è totalitarismo) può garantire la tenuta del “tutti dentro”. Per fare che? Be’, che importa. L’importante è stare lì dove le cose accadono. Non conta se la nave maggioritaria va nella direzione che noi vogliamo o meno: l’importante è stare a bordo. Tanto quello, il capitano intendo, sa quello che fa.
Perché tutti sono maggioranza, ma pochi “comandano”. Avrete mica pensato ad una maggioranza a decisione democratica? Che assurdità. Uno comanda, e gli altri, in maggioranza, stanno attenti a non disturbare il manovratore. Non è scritto pure sugli autobus “non parlate al conducente”? Quindi bando alle ciance. Uno vince e tutti gli altri corrono in suo soccorso.
E se qualcuno sostiene altre teorie? Anancronistico, idealista, sognatore. Ma anche pusillanime, individuo senza volontà e nessun senso della realtà. E nella peggiore delle ipotesi disfattista, guastafeste, rompicoglioni.
Questo per un aspetto della società, quello della politica. Negli altri invece, be’, lì quello che conta davvero è…vincere. Fare soldi, essere famoso, riconoscibile e conosciuto, importante. Su quale scala? Ma proprio non riuscite a togliervelo il vizio di dare fastidio voi anacronistici idealisti sognatori, pusillanimi senza volontà e senso della realtà, disfattisti, guastafeste e rompicoglioni?
La mia patria è tutto questo. Un posto dove guardare in un vetro il farsi mondo delle cose più misere e vedere andare in miseria dimenticati nel nulla i più grandi valori e le migliori cose del Mondo. Un posto dove non sei se non sei parte della maggioranza, che la si vorrebbe infinita e complessivamente comprensiva di tutto e tutti, dove si è strani se non si bela all’unisono con tutto il resto degli armenti, a cui ormai non rimane più nemmeno la traccia del sogno di voler rompere gli stabbi.
La mia patria è ormai tutto questo. Ed anche io vorrei vivere in esilio.
Quelli che seguono sono degli appunti, scritti di getto sulla tastiera senza il filtro della riflessione e pubblicati sul mio blog e nella mia pagina facebook senza nemmeno la rilettura che solitamente dedico ad ogni cosa che scrivo, dalla relazione all’sms.
Mi interessa condividere, con chi avrà la bontà e la pazienza necessarie per leggere queste poche righe, un pensiero che da stamane sta riempiendo la mia giornata. Un pensiero che si è formato dopo aver letto un brano del nuovo libro di Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse”, riportato su di un quotidiano. L’assunto di Zizek è che proprio in un momento di crisi culturale sia necessario un “Salto di Fede”; che proprio in un’epoca che sembra rigettare alle ortiche tutte le teorie, gli schemi analitici e riflessivi del mondo e della società finanche la semplice riflessione per abbracciare il “verbo” dell’azione, dell’agire sempre e senza preamboli, sia necessario ritornare agli ideali, al valore delle posizioni anche estreme nate dal pensiero e dall’analisi, per così dire, ideologica.
Zizek compie davvero un’operazione “controcorrente”. Ed il bello, o il brutto, è che mi ci ritrovo totalmente. Non nel concetto fideistico di adesione ad un ideale, certamente, ma nella necessità di un ritorno alla supremazia dell’idea sull’azione. Sarà per una mia personale tara, ma continuo a credere che fermarsi a pensare, a studiare il mondo per quello che è e per come si manifesta, analizzare le cause dei fenomeni e valutarne gli effetti con tutte le loro implicazione, ragionare intorno ai principi che sottendono ai processi che di volta in volta ci si trova ad affrontare sia l’unico modo per capire. E capendo si generano le idee, che, ma è solo una mia opinione, devono essere il vero movente delle azioni.
Ma sempre di più mi vado convincendo di essere una sorta di ailleurs fin-de-siècle, il personaggio di un romanzo di Huysmans, il retaggio di un tempo che non esiste più. Scusate il disturbo, e la noia che ho arrecato a chi in questo tempo avrebbe potuto fare altro di molto più interessante che leggere le mie parole. A chi invece questa riflessione che ho voluto condividere scrivendo è piaciuta dico grazie, “attraverso le desolate distanze dei tempi”.
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