Nessun eletto. Di nuovo. Il collegio di Stigliano, come cinque anni fa, non elegge nessun rappresentante all’interno del consiglio provinciale. Il motivo è facilmente intuibile: l’eccessiva frammentazione dei consensi fra i vari candidati. Un po’ il male comune a tutti quei piccoli e medi centri che hanno la caratteristica di formare, da soli, un collegio. Se manca in questi paesi una leadership forte e riconosciuta, attestata ad un partito o ad un candidato, è chiaro che i voti difficilmente si concentrano, determinando piccoli risultati per ognuno dei candidati.
E siccome si viene eletti all’interno delle liste in base alla cifra individuale, in percentuale, raccolta nel rispettivo collegio, il risultato è spesso scontato. Nei collegi che invece raggruppano più comuni questo fenomeno non è presente, perché sovente ogni comune all’interno del collegio esprime pochi candidati e su questi si concentra il voto. Ecco perché nei collegi con più comuni vengono eletti sempre dei consiglieri, a differenza di quanto a volte accade nei collegi composti da un solo centro.
A Stigliano, però, stavolta c’è in più un dato curioso. Sono stati tre gli assessori candidati, e due di loro, perché la sorte è ironica, hanno mancato l’obiettivo per un pugno di voti. Spesso si indica l’accordo fra le forze politiche come soluzione per eleggere un rappresentante. Cosa ovviamente difficile da ottenere. Ognuna vorrà il suo candidato, fa parte del gioco. Ma, mi chiedo: nemmeno all’interno di una stessa giunta comunale è possibile trovare un simile accordo?
Era necessario candidare, in pratica, l’intero esecutivo? Già, perché per fortuna che il collegio è uninominale, altrimenti il partito che esprime diversi assessori, forse, li avrebbe candidati tutti. Non era proprio possibile trovare una sintesi?
Immagino sia difficile, quasi impossibile, quando si è impegnati a livello di militanza o istituzionale, dire no al proprio partito politico circa una candidatura. Ma non si può dire “troviamo una sintesi con i partiti con cui dividiamo l’azione amministrativa”?
E poi mi viene da chiedere: ma è importante avere un rappresentante alla Provincia per un’amministrazione comunale? Perché, se la risposta è si, allora non capisco la frammentazione; diversamente, non comprendo perché un’amministrazione dovrebbe candidare i propri assessori.
Ed infine, perché i vari partiti hanno scelto di candidare i loro vertici istituzionali locali? Per mettere a valore in termini di consenso il lavoro da questi fatto nell’esecutivo? Se è così, i dati imporrebbero una riflessione: 4.760 elettori e solo mille quelli che sono andati a votare ed hanno scelto di dare la loro preferenza ad uno dei rappresentanti della giunta comunale. Non so leggere la politica, però mi pare poco. E poi, il partito di maggioranza assoluta nella giunta e nel consiglio caratterizzato da una paradossale maggioranza senza opposizione? Solo cinquecento e rotti voti?
Ma sarebbe facile continuare ancora questa analisi un po’ ironica. Il dato più serio, però, nel comune di Stigliano è ancora una volta quello dell’astensione o del voto non dato. Dei 4.760 aventi diritto solo 2.559 hanno espresso un voto valido. Ben 266 si sono pure presi la briga di andare ai seggi, ma hanno lasciato in bianco la scheda o l’hanno deliberatamente annullata: la quasi totalità delle nulle, infatti, non erano errori; erano schede scarabocchiate o con sopra frasi che andavano dall’ironico allo scurrile.
In quel non voto è da leggere la volontà di esprimere il proprio parere: non dando potere di rappresentanza attraverso la preferenza, ma sottraendo consenso con l’astensione. Un modo per dire “non in mio nome”: dai tanti residenti che ormai vivono fuori, e che non comprendono perché venire a votare una classe politica dalla quale non saranno nei fatti mai amministrati, o che spesso per gli errori della quale sono dovuti andar via, ai molti che semplicemente non sentono come “affar loro” quello che accade nelle urne. Certo, per chi fa politica è molto più comodo archiviare tali fenomeni sotto la voce “qualunquismo” invece che indagarne le cause ed analizzarne gli effetti.
Infine un ultimo dato: gli elettori cinque anni fa erano 5.018, oggi solo 4.760. Interessa a qualcuno?
Il primo dato che balza agli occhi dai risultati elettorali delle provinciali nel collegio di Stigliano è l’elezione dello stesso rappresentante nel consiglio di via Ridola di cinque anni fa: nessuno.
Almeno in prima battuta, infatti, il collegio di Stigliano non riesce ad esprimere un proprio rappresentante nella massima assise provinciale. Certo poi ci potrebbero essere evoluzioni diverse, dovute a dimissioni di consiglieri per l’incompatibilità con altre cariche, come potrebbe essere il caso degli assessori che andranno a comporre la nuova giunta provinciale, e conti di questo genere già si fanno fra i cittadini e negli ambienti della politica locale, ma siamo ancora nell’ambito del forse. Di sicuro c’è che nessuno è stato eletto il 6 e 7 giugno e questo è un dato un po’ pesante, specialmente in un comune amministrato dal centro sinistra ed in una situazione che vede la vittoria dello stesso centro sinistra.
Ma veniamo ai dati. 1.447 voti vanno a Stella, il 56,5 per cento, 344 a Ruggiero, il 13,4 per cento, 309 a Labriola, il 12 per cento, 218 a Pinto, 8,5 per cento, 132 a D’Amelio, 5,15 per cento, 102 alla Mastrosimone, 3,98 per cento, e soli 7 voti per Martino. Questo per quanto riguarda i candidati presidenti e le coalizioni.
Nel dettaglio dei vari partiti e candidati, il più suffragato è stato Antonio Barisano del Pd, con 515 voti, seguito da Rocco Simone dell’Udc, 344 le preferenze raccolte, Giosué Ferruzzi dei Popolari Uniti, 323 voti, Giovanni Pasciucco del Pdl, con 240 preferenze, Leonardo Digilio, de La Grande Lucania, 215 voti, e Francesco Mandile, lista Pdci/Prc, con 201 voti. Sotto le 200 preferenze troviamo Giovanni Capalbi, Partito Socialista, che ne ha raccolte 193, ed a seguire Domenico Laurenza, Mpa, con 132 voti, ed Anna Vinelli, per l’Alleanza Democratici di Centro, con 102 preferenze. Sotto i cento voti, infine, si posizionano Salvatore Santamorena, Idv, con 92, Maddalena Berardi, Sinistra per la Basilicata, con 62, Francesco De Noia, Lista Stella, con 34, Giuliano Colucci, per l’Mpi della Santanché, con 19, Vincenzo Buonfiglio, La Destra/Fiamma Tricolore, con 17, Nicola Deruggiero, Udeur, con 15, Vincenzo Di Trani dei Verdi e Giuseppe Di Lecce dei Popolari Liberali, entrambi con 7 voti e Maddalena Papangelo, Uci, che ha raccolto 6 preferenze.
Il centro sinistra si conferma la coalizione più forte, anche se ben lontana dal 71 per cento di cinque anni fa. Ed i tre assessori comunali candidati, Barisano, Capalbi e Ferruzzi, sono fra i primi sette più votati, anche se raccolgono insieme poco più di mille voti. Importante il risultato dell’Udc, secondo partito subito dopo la supercorazzata, almeno sulla carta, Pd. Buono il riscontro dei Popolari Uniti, di poco inferiore a quello di cinque anni fa, allora Udeur, sebbene lontano dai 619 voti conquistati dai quattro consiglieri alla comunali 2007. Buono anche il risultato del Partito Socialista, sostanzialmente in linea con i voti delle provinciali scorse, all’epoca Sdi, e migliore del dato comunale 2007, così come quello della lista Pdci/Prc. Da segnalare anche il risultato de La Grande Lucania, dove forse può aver giocato positivamente pure la candidatura a presidente di uno stiglianese di nascita come Pinto.
Francamente non entusiasmante, sebbene primo nella competizione, il risultato del PD. Il partito del Sindaco, di tre assessori comunali su 6, con nove consiglieri comunali su 16 e con un assessore locale alla provincia si ferma a soli 515 voti. Cinque anni fa Ds e Margherita raccolsero insieme 1.000 voti, ed oltre 1.300 ne conquistarono i consiglieri comunali ora Pd nella competizione del 2007.
Infine un ultima considerazione. Come altre volte il primo partito a Stigliano si conferma quello di coloro che scelgono di non scegliere. Su 4.760 elettori solo 2.825 si sono recati alle urne e di questi solo 2.559 hanno espresso un voto valido. Un dato che sicuramente vorrà pur dire qualcosa ed un fenomeno sempre in crescita negli ultimi anni che merita attenzione. Non basta e, credo, sia completamente fuorviante archiviarlo con superficiali e comodi giudizi che spesso tendono ad identificarlo come semplice “qualunquismo”.
“La mia patria è la Banca. Ma io vivo in esilio”. Sono le parole di un poeta di cui non ricordo il nome ma che da un po’ di giorni campeggiano nella mia mente. Ci sono arrivate non so nemmeno più da dove, hanno piantato le tende ed ora stanno lì. Pronte a festeggiare ad ogni occasione. E di occasioni, in questo periodo, ne hanno davvero molte.
Ogni giorno sento persone parlare di nuovi modi di intendere lo stare al mondo, in tutte le sue forme. Questo mio Paese, ormai, sembra non essere capace più di pensare l’altro se non in termini di vittoria o sconfitta. E’ una gara continua, anche se in palio, vi giuro, nessuno è ancora riuscito a spiegarmi cosa c’è poi veramente. Ma una cosa è certa: se non sei un vincente, se non fai parte del gruppo dei vincenti, semplicemente non esisti.
Sono momenti pre-elettorali quelli che stiamo vivendo ora. Bene, anche lì i discorsi sono più o meno sempre gli stessi. “Se non sei parte della maggioranza, non conti nulla”. E nel sostenere tale tesi, suppongo, ci si riferisca ad un’idea di maggioranza totalitaria ed onnicomprensiva. Perché se è vero che questo discorso vale per tutti, solo la maggioranza unanime (che poi è un ossimoro: una maggioranza può esistere solo in contrapposizione ed in funzione di una minoranza. Da sola è totalitarismo) può garantire la tenuta del “tutti dentro”. Per fare che? Be’, che importa. L’importante è stare lì dove le cose accadono. Non conta se la nave maggioritaria va nella direzione che noi vogliamo o meno: l’importante è stare a bordo. Tanto quello, il capitano intendo, sa quello che fa.
Perché tutti sono maggioranza, ma pochi “comandano”. Avrete mica pensato ad una maggioranza a decisione democratica? Che assurdità. Uno comanda, e gli altri, in maggioranza, stanno attenti a non disturbare il manovratore. Non è scritto pure sugli autobus “non parlate al conducente”? Quindi bando alle ciance. Uno vince e tutti gli altri corrono in suo soccorso.
E se qualcuno sostiene altre teorie? Anancronistico, idealista, sognatore. Ma anche pusillanime, individuo senza volontà e nessun senso della realtà. E nella peggiore delle ipotesi disfattista, guastafeste, rompicoglioni.
Questo per un aspetto della società, quello della politica. Negli altri invece, be’, lì quello che conta davvero è…vincere. Fare soldi, essere famoso, riconoscibile e conosciuto, importante. Su quale scala? Ma proprio non riuscite a togliervelo il vizio di dare fastidio voi anacronistici idealisti sognatori, pusillanimi senza volontà e senso della realtà, disfattisti, guastafeste e rompicoglioni?
La mia patria è tutto questo. Un posto dove guardare in un vetro il farsi mondo delle cose più misere e vedere andare in miseria dimenticati nel nulla i più grandi valori e le migliori cose del Mondo. Un posto dove non sei se non sei parte della maggioranza, che la si vorrebbe infinita e complessivamente comprensiva di tutto e tutti, dove si è strani se non si bela all’unisono con tutto il resto degli armenti, a cui ormai non rimane più nemmeno la traccia del sogno di voler rompere gli stabbi.
La mia patria è ormai tutto questo. Ed anche io vorrei vivere in esilio.
Quelli che seguono sono degli appunti, scritti di getto sulla tastiera senza il filtro della riflessione e pubblicati sul mio blog e nella mia pagina facebook senza nemmeno la rilettura che solitamente dedico ad ogni cosa che scrivo, dalla relazione all’sms.
Mi interessa condividere, con chi avrà la bontà e la pazienza necessarie per leggere queste poche righe, un pensiero che da stamane sta riempiendo la mia giornata. Un pensiero che si è formato dopo aver letto un brano del nuovo libro di Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse”, riportato su di un quotidiano. L’assunto di Zizek è che proprio in un momento di crisi culturale sia necessario un “Salto di Fede”; che proprio in un’epoca che sembra rigettare alle ortiche tutte le teorie, gli schemi analitici e riflessivi del mondo e della società finanche la semplice riflessione per abbracciare il “verbo” dell’azione, dell’agire sempre e senza preamboli, sia necessario ritornare agli ideali, al valore delle posizioni anche estreme nate dal pensiero e dall’analisi, per così dire, ideologica.
Zizek compie davvero un’operazione “controcorrente”. Ed il bello, o il brutto, è che mi ci ritrovo totalmente. Non nel concetto fideistico di adesione ad un ideale, certamente, ma nella necessità di un ritorno alla supremazia dell’idea sull’azione. Sarà per una mia personale tara, ma continuo a credere che fermarsi a pensare, a studiare il mondo per quello che è e per come si manifesta, analizzare le cause dei fenomeni e valutarne gli effetti con tutte le loro implicazione, ragionare intorno ai principi che sottendono ai processi che di volta in volta ci si trova ad affrontare sia l’unico modo per capire. E capendo si generano le idee, che, ma è solo una mia opinione, devono essere il vero movente delle azioni.
Ma sempre di più mi vado convincendo di essere una sorta di ailleurs fin-de-siècle, il personaggio di un romanzo di Huysmans, il retaggio di un tempo che non esiste più. Scusate il disturbo, e la noia che ho arrecato a chi in questo tempo avrebbe potuto fare altro di molto più interessante che leggere le mie parole. A chi invece questa riflessione che ho voluto condividere scrivendo è piaciuta dico grazie, “attraverso le desolate distanze dei tempi”.
La democrazia è antieconomica. Lo è perché non deve sottostare per forza alle regole dell’utile e lo è perché tende ad affiancare all’obiettivo del vantaggio il metodo del giusto, mirando a non attestare al primo la supremazia sul secondo.
Non si possono, quindi, imporre alla democrazia i dettami dell’efficacia e dell’efficienza a tutti i costi senza snaturarla. Perché in democrazia si tende, o si dovrebbe, a non lasciare indietro nessuno, a cercare la mediazione per non penalizzare una parte piuttosto che un’altra, a non misurare i risultati solo in senso economico.
Lo stesso procedimento decisionale, sotto il profilo tecnico-ragionieristico, è un ingiustificato spreco di tempo e risorse. Una dittatura, al contrario, è più immediata, efficace ed efficiente. “Sotto Mussolini”, si diceva, “i treni giungevano in orario”. Ma dato che il lavoro del politico non è solo quello del capostazione, per riprendere una geniale battuta di Massimo Troisi, gli svantaggi in quel sistema erano più dei vantaggi, e non sto qui a spiegarli.
Il perché di questa lunga premessa è presto detto: per ricordare ciò che spesso si dimentica, ovvero che la democrazia è più complicata della ragioneria e che la buona politica non si esprime solo nei conti in ordine (cosa di cui, peraltro, non intendo sminuire l’importanza).
La politica è previsione, è progetto: si ha un’idea e si perseguono degli obiettivi quando si prendono delle decisioni, quando, in politica, si fanno delle scelte.
Certo, alcune condizioni e determinate situazioni limitano le possibilità di azione; ma la politica non procede mai per scelte obbligate, né può nascondersi dietro queste. In politica c’è sempre un’altra strada, altrimenti è la politica a non esserci.
Un tecnico può operare sotto dettatura delle circostanze, un politico non dovrebbe mai; una scelta politica è sempre una scelta voluta, in ossequio ad un’idea, mai l’unica possibile.
Ora, di grazia, qual è il progetto, la previsione, l’obiettivo prefissato e l’idea politica sottesa alla continua, inesorabile e progressiva soppressione dei servizi pubblici nei piccoli centri abitati?
Qualcuno potrebbe rispondere: “ma quelle sono scelte dettate dalla logica dei numeri”. Questa, però, sarebbe una risposta fuorviante oltre che basata sul presupposto, di cui prima si diceva, che la scelta, in politica, possa essere obbligata.
La risposta è fuorviante perché sposta l’attenzione sulle azioni, ma la domanda mirava a conoscere le idee politiche che le determinano.
Cioè, quella risposta chiarisce il come, non il perché. O meglio, dà conto dell’atto amministrativo, non del motivo politico.
Dire che si chiude un ufficio pubblico perché il numero degli utenti è inferiore a 100, facciamo per ipotesi, non chiarisce il “perché” vero della chiusura. Di fatti, 100 non è mica un parametro “di Natura”: è stato fissato arbitrariamente, come si sarebbe potuto fissare 10 o 1.000.
E poi, un solo parametro non descrive la realtà. Chiudere un ufficio in un piccolo comune per lo scarso numero di utenti senza dare il giusto peso ad altri fattori (distanza dall’ufficio più prossimo, difficoltà di collegamento, composizione della popolazione) non è poi tanto razionale come sembra.
Spesso alcuni servizi sono un baluardo contro il definitivo “esaurirsi” dei piccoli centri: lo sono per il dato economico ed occupazionale e per il mantenimento di un minimo di standard di qualità della vita. Ma lo sono anche per il valore simbolico di comunità ed identificazione che rivestono. Togliere una scuola, un ufficio pubblico, un presidio sanitario, oltre a tutto il resto, contribuisce anche a smantellare i simboli di una comunità e a disaggregarne il portato unitario.
Quindi, procedere con le soppressioni senza essere in grado di disegnare percorsi alternativi significa, nei fatti, continuare a contribuire ad aggravare le cause del progressivo spopolamento dei piccoli comuni.
Una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta: togliere servizi per il sopravvenire dello spopolamento, e contribuire, togliendo i servizi, allo spopolarsi dei comuni.
E poi, infine, non è mica iniziato per la caduta di meteoriti o per il sopraggiungere di un’era glaciale il fenomeno dello spopolamento dei piccoli centri. Nasce da scelte ben precise, con responsabilità individuabili, che seguendo mirate idee e logiche di “sviluppo” hanno determinato la marginalizzazione ed il progressivo “esaurirsi” dei piccoli comuni.
Insomma: “scelte politiche” hanno determinato l’avvio dello spopolamento ed altre “scelte” prese in ossequio a parametri individuati dalla “politica” contribuiscono ad accelerarne il decorso. Un danno ed una beffa contemporaneamente.
Quindi, tornando alla domanda di prima, qual è il progetto, la previsione, l’obiettivo prefissato e l’idea politica sottesa a tutto ciò?
Una domanda legittima, a meno di non voler pensare che si è incautamente determinata una valanga ed ora se ne accelera il corso intervenendo senza avere una visione adeguata della situazione.
Hanno iniziato con i Rom, con lo sgombero coatto dei campi abusivi, con la protervia securitaria elevata anche al di sopra dei diritti umani, con le folli idee di schedatura globale, anche per i bambini. Ma non c’è stata la barriera dell’opinione dei giusti che mi attendevo.
Poi hanno cominciato a prendersela con i fannulloni nella pubblica amministrazione, elevando a categoria alcuni cattivi comportamenti e facendovi rientrare tutti coloro che lavorano per conto dello Stato e delle sue articolazioni. Ed a molti non è dispiaciuto, anzi.
Si è poi proseguito colpendo gli insegnanti, ed in tanti si sono detti: “va bene, è giusto. Alla fine, poi, sarà un problema solo dei maestri e dei professori”.
Quando poi hanno cominciato a girare ipotesi, sempre più confermate, della volontà di limitare l’azione di magistrati e giornalisti, qualcuno ha cominciato a preoccuparsi; ma pochi. Per gli altri: “era ora che si ponesse un freno a questi presuntuosi togati o ai giornalisti che scrivono di tutto e tutti”.
E quando sono arrivate le ronde, non sono stati pochi quelli che vi hanno visto un freno serio al dilagare della delinquenza, un baluardo concreto contro “l’invasione incivile” delle nostre città. Infine si è attaccato il fondamento della contrattazione sindacale ed ora anche le modalità di esercizio del diritto allo sciopero, di fatto limitandole, per ora, ma credo solo momentaneamente, con riferimento solo al settore del trasporto pubblico. E sono pronto a scommettere che sono stati in molti quelli che hanno pensato: “finalmente, non se ne poteva più di questi che scioperano quando gli piace, costringendo il Paese a fermarsi”.
E ancora gli attacchi alla Costituzione, ai fondamenti della democrazia, al Parlamento ed alle funzioni della rappresentanza, sempre più ritenuti ostacoli e freni all’azione governista del leader. Anche qui, ho visto meno resistenza di quanta me ne aspettavo.
A tutti coloro che pensano che questa strada sia quella giusta, quella da percorrere per il bene del Paese, non offro giudizi di valore. Voglio solamente ricordare alcuni versi, che m’hanno guidato nello scrivere queste poche righe. Sono le parole di un grande drammaturgo e poeta tedesco, Bertolt Brecht.
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.
Se servono soldi non si può che non chiederli a chi ne ha di più. E’ stato un ragionamento di buon senso quello che ha mosso la Cgil, alcuni giorni fa, a proporre di aumentare l’aliquota di tassazione di 5 punti percentuali, dal 43 al 48, ai redditi superiori ai 150 mila euro annuali.
Lo stesso buon senso che spinse, qualche anno fa, il partito di Rifondazione Comunista ad iniziare una campagna pubblicitaria per chiedere di aumentare le tasse ai più benestanti, supportata dallo slogan, ironico e provocatorio, “Anche i ricchi piangano”, con tanto di panfili e ville di lusso sullo sfondo.
E che ci sarebbe di male? Aumentare le tasse ad un lavoratore dipendente, ad un operaio o un impiegato, sarebbe come strozzarlo. Altro che rilancio dell’economia. Se uno guadagna 900, 1000 € al mese è già tanto se riesce a vivere, figuriamoci se può contribuire di più al risanamento delle casse dello Stato. Diverso è il caso dei manager, degli imprenditori, o, che so io, dei politici. Chi guadagna 150 mila euro l’anno, anche se dovesse pagarne quasi la metà in tasse, gliene rimarrebbero pur sempre più di 75 mila. Che fanno circa 7 mila al mese, altro che problema della terza settimana. Ed i super manager, quelli che guadagnano milioni l’anno? E che dire, poi, di chi guadagna un milione di euro solo per organizzare un festival musicale?
Il reddito medio degli italiani è di circa 16 mila € l’annuo (fonte Banca d’Italia, reddito singoli percettori riferito al 2006). Significa che, mediamente, ci vogliono 62,5 italiani per guadagnare in un anno quanto ha preso in due mesi chi ha organizzato Sanremo. Questo mediamente, perché c’è da considerare che il 90 per cento delle famiglie italiane si divide il 55 per cento della ricchezza prodotta e, di contro, il 45 per cento della ricchezza totale del nostro Paese è nelle mani del 10 per cento delle famiglie.
Una redistribuzione della ricchezza diventa necessaria. Se patto sociale e collaborazione fra i diversi ceti della popolazione ci deve essere non può che passare attraverso norme come questa. Probabilmente non sarà risolutiva, ma certamente è giusta. Se non fosse stata già vanamente abusata come definizione, la potremmo chiamare Robin Hood Tax. Sarebbe anche “mediaticamente” conveniente per il Governo che l’attuasse, visto che colpirebbe solo un minima parte di società (che comunque non vedrebbe per questo compromesse le proprie possibilità di benessere), ma sarebbe sicuramente ben accetta dalla stragrande maggioranza della popolazione. Sarebbe un successo politico. Tutto sommato, nemmeno per i ricchi sarebbe un problema reale versare un 5 per cento in più di tasse. Farebbero bella figura e non metterebbero in crisi il loro stile di vita.
E allora perché Confindustria immediatamente ha bocciato la proposta della Cgil? Davvero per paura di pagare qualcosina di più in tasse? No, io credo che la verità l’abbia svelata proprio il vicepresidente dell’associazione degli industriali nella sua immediata levata di scudi “Un’operazione del genere – ha affermato in proposito Alberto Bombassei – alimenterebbe solo una lotta di classe superata da anni e porterebbe ben poco nelle casse dello Stato”.
Ed in effetti è quello il problema. La proposta della Cgil traccia un limite ineludibile per dividere la società. Chi sta da un lato e chi sta dall’altro, chi ha di più e chi ha di meno, chi sfrutta e chi è sfruttato, si sarebbe detto in altri tempi. Anche l’equidistanza, o equivicinanza di andreottiana memoria, in una siffatta prospettiva non sarebbe più un mero esercizio di neutralità.
Negli ultimi anni, attraverso la riforma del mercato del lavoro, la diversificazione dei contratti, la modularità dell’organizzazione della produzione erano riusciti a frammentare talmente tanto il mondo del lavoro che questo quasi non riusciva più a sentirsi parte di uno stesso percorso. L’impiegato non solidarizzava con l’operaio, che si distaccava dall’insegnate che poneva dei distinguo rispetto all’operatore della sanità, e poi, ancora, la grande distinzione fra precari e garantiti. Ed anche il precariato, in sé, non era condizione sufficiente a fare “classe”; al suo interno c’era l’operatore del call center a 400 € al mese, ed il consulente da 200 mila l’anno: difficile che avessero le stesse esigenze.
Negli ultimi mesi (sono partigianamente ottimista in questa conclusione) diversi eventi sembrano, però, raccontare anche un’altra verità. La lotta degli insegnanti insieme con gli alunni ed i genitori a difesa della scuola e lo sciopero congiunto del pubblico impiego e dei metalmeccanici della Cgil disegnano una prospettiva diversa. Ecco perché la proposta dell’aumento della tassazione dei redditi alti è aborrita dai vertici di Confindustria.
Su quel confine non si può ciarlare. Non è un limite soggetto ad interpretazioni, a punti di vista. O sei ricco o non lo sei. E se non lo sei, non hai nessuna posizione di rendita da salvaguardare attraverso il conservatorismo dello status quo.
La paura trapelata dalle dichiarazione del numero due di Confindustria è proprio questa: che risorga il concetto di classe legandosi non a visioni identitarie, ma a dati fattuali, ineludibili, inevitabilmente presenti in ogni occasione di confronto. E’ chiaro, che su di un siffatto terreno non si può barare, non si può tentare il vecchio trucco del divide et impera.
Quella tra ricchi e poveri è una distinzione grossolana, certo. Ma è definita. Ora chiedetevi, a chi conviene, in una tale divisione, tenere indistinto il limite fra le diverse condizioni?
Come non condividere il richiamo del presidente della Camera alla difesa della centralità del Parlamento, quale luogo della rappresentanza, nelle scelte legislative e contro le pulsioni “governiste” rappresentate dal ricorso sistematico al “voto di fiducia”. Fa sorridere, però, che giunga da chi, al momento del suo insediamento, definì auspicabile il tendere verso “una democrazia più rappresentativa e più governante”.
L’espressione di Fini è un curioso ossimoro, che in sostanza, però, sottintende che la “governabilità” sia il fine dell’azione politica e, per mutuazione, anche dell’intero universo democratico. Ovviamente, l’idea della “democrazia governante” non trova sostenitori solo da una parte, ed in essa anche lo stesso sistema elettorale ha senso solo se ha per oggetto la scelta del governo (si legga “voto utile”).
All’organo di governo, in tale visione, è logico ipotizzare di trasferire quanto più potere possibile, svincolandolo, contemporaneamente, da tutte le interferenze: anche da quelle della rappresentanza. E, poiché l’esecutivo è espresso solo dalla parte maggioritaria, non è più l’intera assemblea elettiva, attraverso processi di sintesi e mediazione, ad indicare e decidere il da farsi, ma solo la parte maggioritaria.
Questo in astratto. Perché in concreto l’esecutivo ha una composizione ancora più ristretta e meno rappresentativa, e siccome è questo a dettare le scelte poi ratificate dalla parte maggioritaria della rappresentanza, allora è con esso che va ad identificarsi la meta ed il fine della politica e della democrazia governanti.
Gli esecutivi divengono, quindi, una sorta di Cda guidati da amministratori delegati che solo formalmente dipendono dall’assemblea dei soci (la parte rappresentativa), in un progressivo processo di imposizione dei modelli dell’impresa alle forme dell’agire politico. Una prospettiva in cui i poteri, anche quelli di indirizzo, si spostano verso l’organo esecutivo da quello rappresentativo, dove il bilancio diventa lo strumento di valutazione dell’efficacia e della validità della politica, e dove, dato che i temi della rappresentanza contano sempre meno rispetto ai risultati del governo, si assiste progressivamente alla sostituzione del vecchio modello politico del mediatore con un “nuovo” ceto manageriale.
In una simile ottica, il pluralismo, da valore di idee frutto dell’eterogeneità della rappresentanza, diviene impiccio, causa di inefficienza, ostacolo, disturbo al manovratore. E diviene “inutile” quella parte della rappresentanza che non esprimere un esecutivo.
Ora, chi teorizza la democrazia governante non può poi indignarsi che l’azione di governo si esplichi solo attraverso decreti legge e voti di fiducia; chi sostiene l’incremento dei poteri in capo ai sindaci ed agli esecutivi, ha poco da lamentarsi se l’azione dei consigli si riduce, di fatto, alla sola ratifica di atti di giunta.
Se il concetto della rappresentanza assume sempre più valori negativi per l’assonanza, indotta, fra pluralità e frammentazione, se l’unico orizzonte della politica è il potere esecutivo, allora le assemblee elettive e rappresentative saranno sempre più svuotate di senso, funzioni e poteri.
Nessuna meraviglia, infine, se i partiti si trasformano in comitati elettorali del “potente” (inteso come detentore del potere esecutivo) di turno. In una logica “governista”, i partiti possono essere solo “degli assessori”. E se pure consiglieri e parlamentari diventano comparse, figuriamoci i semplici militanti; come meravigliarsi della disaffezione verso una tale politica e le sue forme organizzative?
Se la politica non è più strumento della mediazione e luogo della rappresentanza, a rischio non sono solo le sue istituzioni, ma il concetto stesso di democrazia. Se il governo diviene l’unico fine ed il solo ambito dell’agire politico, allora lo stesso concetto di rappresentanza non ha più ragion d’essere. In una tale logica, quando la politica coincide e finisce col governo inteso come luogo delle scelte, non hanno senso concetti come maggioranza e minoranza all’interno degli ambiti rappresentativi, e tutto è delegato agli esecutivi, con il popolo privato del potere di eleggere i propri rappresentanti ed a cui, al massimo, è concesso quello di scegliersi i governanti.
Non voglio concludere con un giudizio di valore su un simile scenario, ma viene spontaneo un interrogativo: un sistema in cui il solo fine della politica è la gestione del potere esecutivo è sicuramente più “governante”; ma si può ancora parlare di democrazia?
Auguri a tutti da filopolitica, e da me, di buone feste e di un felice anno nuovo.
Sempre pensando che la speranza guidi i passi dell'oggi, metta ordine fra le carte dell'ieri e segni le vie del domani,
Rocco Olita
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