L’arte come forma di espressione. L’arte come rappresentazione del mondo, di ciò che si sente. L’arte come momento di condivisione. Potremmo continuare all’infinito nel trovare accezioni con le quali definire l’arte. Ma essa, spesso e ben volentieri, non vuole essere de-finita, non si presta ad una semplice e talvolta sbrigativa catalogazione. Come l’ornitorinco echiano, sfugge alle categorie prestabilite, non si fa prendere, è altro.
Un discorso che per alcune forme di espressione artistica è ancora più vero. Fra queste l’arte di strada rappresenta l’emblema di tale fenomeno. Tanto “emblematica” sotto questo profilo che il suo nome non rimanda ad una pratica o ad un modo di interpretarla, ma nel nominarla ci si riferisce all’unica cosa che di questa forma d’espressione si può dire: il luogo in cui si manifesta.
Non è teatro, non è musica, non è pittura, non è poesia; non è tutte queste cose se s’intende con “è” una de-finizione, una de-limitazione, ma le è nel suo attraversarle, ripensarle, riutilizzarle.
E poi, è un’arte che è il luogo in cui avviene. Strano concetto, quello di una forma di espressione che non si identifica con il prodotto realizzato o con la tecnica usata, ma che fa tutt’uno con il luogo in cui si manifesta. Un’arte di cui è impossibile la differita, che è tale solo se in diretta, solo mentre avviene, nel suo luogo, in quel momento.
Essa si completa e si manifesta nel momento stesso in cui avviene e nella situazione, considerata nel più complesso modo possibile, in cui la performance si svolge. Non è solo un artista che agisce in un luogo, è un arte che, grazie alle capacità dell’artista, agisce “con” il luogo. E’ fondamentale lo spazio, sempre diverso, in cui avvengono le performance. Ma gioca un ruolo significativo e fondamentale anche il pubblico.
Chi osserva l’arte di strada nel suo divenire spettacolo in una piazza, fa esso stesso parte della manifestazione, interagisce ed è “interagito” dal manifestarsi delle espressioni dell’artista. Nell’ambito di quel grande e più generale concetto della democratizzazione dei rapporti, della socializzazione delle esperienze, l’arte di strada si pone come metro e misura di tali fenomeni. Non c’è palco, e questo da’ già un senso nuovo all’esperienza della conoscenza artistica. Lo spettacolo avviene “a livello” del pubblico: uno spettacolo che si fa racconto “fra” conoscenti, che come in un convivio, svolge la parte di un momento ludico e piacevole che intramezza lo svolgersi del corso dei rapporti umani e sociali.
Infine, l’arte di strada sconvolge e ripensa il rapporto con lo spazio, con la città. E’ promozione dello spazio, inteso come la sua riproposizione ai cittadini, la sua riappropriazione da parte degli abitanti e dei visitatori. Una promozione totale, integrale, ma di una “qualità” diversa da quella che potrebbe essere, ad esempio, la semplice sua valorizzazione in chiave turistica. Con l’arte di strada, infatti, lo spazio – una piazza, un vicolo, una strada – viene ad essere apprezzato per quello che è, integralmente, contemporaneamente inteso nel suo essere palcoscenico per lo spettacolo e nel suo essere portatore di valori, cultura, rapporti sociali, in una parola, luogo dei rapporti umani.
Una differenza di qualità, nell’intendere lo spazio e la città quella che interviene attraverso questa forma d’arte, che la dottrina economica definirebbe come il passaggio dal valore di scambio al valore d’uso: dallo piazza intesa solo come risorsa fisica, da sfruttare attraverso il suo utilizzo per fini immobiliari o come luogo delle attività commerciali, alla piazza vista come patrimonio intriso di una pluriforme ricchezza, contemporaneamente risorsa da salvaguardare e prodotto da valorizzare.
Questo ultimo aspetto spiega forse bene anche l’estrema diffusione che questa forma d’arte sta avendo, ed il suo affiancamento a progetti di valorizzazione e recupero dei centri storici, delle aree a forte vocazione culturale o turistica di città e borghi, come di quelle da rivitalizzare o delle periferie. E poi, alla fine, è sempre arte, multiforme ed affascinante, e come tale riesce a coinvolgere, a farsi amare.
Scusate la domanda e perdonate la misura dozzinale e apparentemente qualunquista con cui affronto l’argomento: ma il Presidente del Consiglio Regionale serve? E’ necessario che qualcuno ricopra quel ruolo, oppure no?
Non sono molto addentro alle questioni statutarie e di regolamento, ma quando domenica mattina ho letto sulla stampa che la discussione sul rinnovo dell’intero ufficio di presidenza del Consiglio Regionale, presidente compreso, è rinviata all’autunno mi sono chiesto se tale figura sia proprio indispensabile per la vita democratica ed istituzionale della nostra Regione. Perché, se così fosse, non si capisce la leggerezza con la quale si è deciso, in un’oretta, di rinviarne la discussione e l’elezione a settembre (quasi si dovesse rivalutare un discente poco diligente), o addirittura ad ottobre.
Per dirla diversamente, se quel ruolo è cardine istituzionale delle funzioni di rappresentanza della massima espressione democratica lucana, e come tale non se ne può disporre della presenza o assenza a seconda degli umori delle varie forze politiche, delle anime correntizie o delle mire personalistiche, allora è necessario eleggere chi dovrà ricoprirlo, al di là delle questioni d’equilibrio. Diversamente, se quella postazione può rimanere vacante (come oggi è) da aprile a luglio e poi rinviarne l’elezione del presidente a settembre/ottobre, allora sarebbe lecito pensare che non sia poi tanto “necessaria”.
Perché se per la “politica” il Presidente del Consiglio Regionale può non esserci per sei o sette mesi, per chi scrive (ma, arrischio a supporre, per la maggioranza dei lucani) può anche non esserci mai. Se non è necessario o se ne può fare a meno, allora non lo si nomini affatto. Per l’operaio della Nicoletti che ieri ha ricevuto il suo ultimo stipendio credo che la cosa cambi poco. Per i tanti disoccupati che ogni anno lasciano la Basilicata è totalmente indifferente. Per le madri ed i padri che vedono i loro figli menare la propria vita fra disoccupazione e precariato con la prospettiva, che sempre più si fa speranza, dell’emigrazione la cosa è interamente destituita di interesse. E se (e qui ritorna l’apparente qualunquismo) qualche aspirante al ruolo rimane deluso, poco male: credo avrà comunque “migliaia” di buoni argomenti con cui consolarsi.
Lo so (e l’ho detto in apertura) che è dozzinale affrontare così la questione, ma un discorso analogo a quello per la presidenza del Consiglio vale anche per tutte le altre postazioni e dirigenze, presidenze ed incarichi vari. Servono o meno le dirigenze di quegli enti da anni sospesi in un imbarazzante limbo di commissariamenti o gestioni straordinarie?; si può fare a meno o è indispensabile nominare i tanti direttori generali, i molti amministratori unici a capo di enti che poi, quando i “conti di corrente” non tornano, restano affidati a commissari, scelti anche fra il personale dell’Ente stesso?
Perché, ripeto, se si può soprassedere a tali incombenze, allora non capisco il blocco delle attività che determinano nel mondo politico e nella sfera istituzionale simili questioni. Altrimenti, le si risolva subito (se si è capaci) e si affrontino altre vicende, che pure non mancano.
Di nuovo in crisi. E’ durata appena un anno l’apparente luna di miele delle forze politiche che sostengono il governo regionale della Basilicata. Il De Filippo bis è nato dopo la crisi apertasi il giorno dello spoglio delle urne per il ballottaggio delle amministrative del 2007.
Mentre a Matera le tv locali davano i primi responsi dei sondaggi che vedevano il centro sinistra sconfitto (poi confermati dai dati dello spoglio), a Potenza il governo regionale di centro sinistra veniva azzerato. Ci volle poi un mese per la composizione della nuova giunta. Il risultato fu un governo più spostato verso il centro, con la sinistra fuori dall’esecutivo (erano forse i prodromi della new way veltroniana?) ed un Pd che si ritrovava ad avere presidente, vice presidente, 2/3 della giunta, presidente del consiglio e di tutte, o quasi, le commissioni consiliari: alla faccia della coalizione!
Si realizzava così, almeno in Basilicata, il teorema dell’auto sufficienza, ratificato, però, dall’accettazione di questo stato di fatto dalla sottoscrizione di un patto con il governatore da parte di ben 22 consiglieri su 30. A firmare quel patto, e quindi ad accettare quello stato di cose, c’erano pure i consiglieri di quelle forze (Prc, Pdci, Verdi) fuori dall’esecutivo, oltre a quei consiglieri che più aspramente avevano criticato le scelte di De Filippo. Ironico, no? Ma tant’è, anche perché la politica, per i politici, una soluzione la trova sempre: uno scranno nelle prossimità di un qualche presidente, un ente da qualche parte, una commissione, alla peggio, una candidatura blindata per qualcuna delle due Camere.
Ricercare soluzioni a problemi reali è spesso difficile e sconta i tempi lunghi della politica intrisa di difficoltà, vere, presunte o artate, normative ed amministrative. Trovare soluzioni per politici amareggiati o delusi, al contrario, è sempre possibile ed immediato.
Perché il quesito vero e la sua risposta sono tutti qui. Come accontentare tutti e trovare compensazioni nel caso qualcuno dovesse rimanere scontento. E se la soluzione dialogica prosegue su e fra tali termini, anche i richiedenti ed i questuanti si organizzano all’uopo. Ed allora nascono nuovi gruppi con nomi fantasiosi ed immaginifici per far leva sulla portata dei numeri, o si afferma la propria individualità e si marca la propria differenza per puntare ad un compendio “di corrente”; si lanciano nello stagno sassi recanti pretese che già si sanno inaccoglibili per mettere a registro qualche “credito”, o ci si finge interessati a ricoprire altissime e svariate postazioni solo per teatralizzare improbabili “passi indietro”.
E nel mentre frana l’intero tessuto sociale ed economico della regione, con un innalzamento dei picchi di mortalità aziendale e di emigrazione giovanile, la politica ai più alti livelli regionali (o che tali dovrebbero essere) è tutta intenta a guardare al proprio interno, al proprio ombelico.
Al varo del De Filippo bis dissi ad un amico che quello era un esecutivo dai giorni contati. Mi fu risposto che era solo “invidia” per l’esclusione della sinistra dalla giunta.
Non fui facile profeta: semplicemente, ogni equilibrio precario ha scritto dentro di sé la propria caducità, è quasi una legge fisica.
Sic transit gloria mundi! E’ bastata qualche riallocazione, qualche cambiamento di gruppo da parte di alcuni consiglieri regionali ed eccoci qui a rimirare ancora i tentativi della politica di trovare l’equilibrio.
Uno spettacolo non bello, a cui guardano quegli stessi cittadini che vedono i propri figli, genitori, consorti andare via in cerca di lavoro, che vedono fallire le proprie aziende o quelle in cui lavorano, che vedono duplicarsi gli emolumenti dei politici per questioni regolamentari, e, sempre per meccanismi burocratici, bloccarsi i pagamenti dei premi in agricoltura che consentono alle loro imprese ed alle loro famiglie di sopravvivere. Uno spettacolo in cui il pubblico (pagante, perché avrà pure un senso il termine “contribuente”) assiste, registra, e non lo si dimentichi, dopo va a votare.
Nonostante il trauma elettorale che ci ha investiti, che molti hanno vissuto come una vera e propria tempesta, in tanti sono ancora pronti a rimboccarsi le maniche ed a far politica “a Sinistra”. Sono, siamo pronti perché ancora crediamo che sia possibile ripartire, ritornare a “dire la nostra” nello scenario della politica. Pronti e disponibili, perché ancora siamo convinti che seppur spariti dal Parlamento siamo ancora presenti nel Paese.
Siamo presenti nella società, sempre più schiacciata dalla crescita dell’ingiustizia sociale elevata a metro per giudicare le capacità; dove chi ha tanto è ritenuto di conseguenza anche bravo e chi non ha nulla è espulso dal consesso civile. Una visione preilluminista, per non dire direttamente medievale, diffusa ed amplificata dalla cassa di risonanza mediatica ed al soldo di chi possiede le redini degli strumenti che quotidianamente la diffondono.
Siamo presenti, e parlo per quello che più mi riguarda, nel Mezzogiorno, sottoposto a logiche economiche che lo stringono in un angolo e schiaffeggiato da un federalismo cialtrone e millantatore che lo vorrebbe condannato a finire vittima di un’opera certosina e chirurgica mirata alla distruzione del tessuto unitario della Nazione e finalizzata alla irrazionale ed illogica separazione dell’Europa dalla sua naturale porta e porto sul Mediterraneo.
Siamo presenti nel mondo del lavoro, dove sempre di più, ed ancora, ogni giorno muoiono persone come fossero dettagli di una cinica contabilità. Dove scellerati burocrati nel miraggio di una incredibile “modernità” presentano come estremo passaggio futuribile la precarizzazione infinitesimale del lavoro ed il superamento del limite delle 48 ore settimanali, inseguendo un dozzinale mito fondato sull’assioma più lavori, più guadagni, più hai funzione e merito nella società: in realtà, un salto indietro a prima dell’inizio delle rivendicazioni del movimento dei lavoratori.
Siamo e dobbiamo essere presenti in un mondo del lavoro che nel meridione e nella mia Regione, la Basilicata, sembra essere un miraggio destinato sempre più a pochi eletti, fortunati clientes. Dove una finta modernità fa dell’uso spregiudicato di una instabilità ed una precarizzazione del mondo dei contratti una fine e spietata arma ricattatoria. Dove, e parlo ancora di più per il Mezzogiorno e per la mia Terra, da sempre più parti viene la preghiera di lottare per la piena e buona occupazione, per l’ottenimento di un lavoro buono e stabile, per la persecuzione di tutte quelle azioni che possano portare ad un tessuto produttivo ed imprenditoriale di qualità e sano e non invece all’illusione sempre più tradita di un’assistenza misera e fondata sullo scambio, e sul voto a questo sistema collegato, tra la dignità della persona ed un presunto e vacuo potere amministrativo.
Dal tema del lavoro, che è poi il fondamento della qualità della vita, la Sinistra deve oggi ricostruire il suo campo di azione e di agire politico. E’ impensabile immaginare la crescita politica della Sinistra senza incidere nella discussione sul tema del lavoro, dell’organizzazione produttiva della società. Né tantomeno è pensabile arginare l’attacco culturale che ci giunge dalle destre ergendo barriere fatte solo di simboli, nomi e definizioni. Non ci sarà alcuno spazio per una sinistra dei simboli se non ci sarà un campo culturalmente ampio per una sinistra politica. Il rischio, altrimenti, è quello che la distinzione percepita fra destra e sinistra diventi più una questione tecnica da addetti ai lavori, una verità per il ceto politico, ma incomprensibile dai lavoratori, dai poveri, dai disoccupati, da quelli, insomma, che poi vanno a votare e scopriamo che non votano più ciò che alcuni ritengono essere il meglio per loro.
Ma c’è il pericolo di smarrirsi e bisogna fare attenzione; perché non sta scritto da nessuna parte che quella che abbiamo vissuto il 13 e 14 aprile non sia una crisi di lunghissimo periodo, definitiva. Potrebbe essere anche la prima avvisaglia che in Italia si sta innescando un meccanismo per il quale si potrebbe in futuro avere una forte sinistra diffusa nelle esperienze dei singoli e nella sottotraccia della società ma incapace ad acquisire spazio politico. E’ un fenomeno già esistente nel Mondo, ce lo spiegava Antonio Gramsci nella sua analisi della politica degli Stati Uniti “Americanismo e Fordismo”, e sappiano quanto oggi molti agognano un’americanizzazione anche della nostra scena politica.
Come resistere (e resistere nel senso “storico” del termine) a queste spinte? Rinnovando e rinforzando la cultura di una politica di sinistra, di una politica che, come sosteneva Rosselli, “sia amore ai problemi concreti”, ma che sia capace di guardare avanti, oltre le logiche legate solamente all’orizzonte immediato elettorale. Una cultura politica di sinistra per una sinistra che sia politica e culturale, in grado di dire in cosa è diversa e cosa la differenzia. Perché è nell’appiattimento sulla visione del mondo così com’è senza alternative che si origina la debolezza della sinistra.
Le culture politiche, le tanto vituperate ideologie del Novecento tentavano di spiegare il Mondo e di intravedere un orizzonte possibile. La politica di oggi, in molti casi, al massimo mira a vendere merci ai cittadini-consumatori. Su questo altare si è iniziati a sacrificare la qualità delle proposte politiche con la quantità dei pacchetti elettorali, scambiando la politica come attenzione quotidiana ai bisogni della polis con una sorta di customer satisfaction, trasferendo nella politica le pratiche all’ingrosso del Carrefour. Ma in questa logica che ha coinvolto tutti (e quando non lo ha fatto con le opere, mutuando il linguaggio dalla liturgia eucaristica, lo ha fatto con le omissioni) il cittadino ha voluto punire soprattutto la Sinistra, che a quello avrebbe dovuto rappresentare un argine e forse spesso ha abdicato a tale funzione.
Come ripartire ora che tutto sembra in salita e arduo? Riallacciando il filo del dialogo con la società reale, lavorando ogni giorno nei territori e nei luoghi di lavoro, così come nelle scuole e dove si formano le culture delle prossime generazioni, offrendo un esempio ed una visione di alternativa possibile. I congressi, le assemblee servono, sono necessari, ma non bastano di per sé stessi a trovare il bandolo della matassa per ricominciare. Diciamolo chiaramente e cerchiamo di non aver paura dell’analisi dei fatti: i partiti di sinistra, così come li abbiamo conosciuti, sono stati sciolti dagli elettori. Oggi da solo nessuno può farcela. Né tantomeno si può pensare di continuare a marcare differenze, a segnare rotture e demarcazioni nella spasmodica ed inutile ricerca di visibilità personale o di cerchia. Bisogna avere forza e capacità per riunire due aspetti fondamentali della pratica della sinistra politica: disporre di chiavi di lettura e di analisi della società e delle sue sfaccettature ed essere in grado di cogliere il senso ed il significato delle istanze che quotidianamente da essa emergono. Così come c’è, ora più che mai, bisogno di “Unità”, di offrire al popolo della sinistra una prospettiva credibile e realmente alternativa. Unità che la si deve ricercare anche nel come ci si presenta politicamente, attraverso, magari, il lavoro quotidiano e costante teso a mettere in campo liste uniche per le prossime tornate elettorali. Una lista unitaria alle Europee, una lista unitaria con le anime di sinistra che vogliono davvero impegnarsi in un’alternativa di governo anche alle prossime amministrative.
E se l’unitarietà della sinistra è un obiettivo, lo stesso deve essere la rinnovata unità del centro sinistra. Solo attraverso un rinnovato centro sinistra sarà possibile fermare il dilagare delle destre. E’ un tema, questo, che bisogna affrontare con serietà, con coraggio, rimuovendo le tentazioni di rivalsa che tutti (anche chi scrive) abbiamo e che nascono dalle vicende elettorali ultime scorse.
Ed infine bisogna aprirsi alla partecipazione, alla discussione ed al confronto. Diamo al termine democratico una valenza sostanziale, se non addirittura “sostantiva”, senza ridurlo a mera aggettivazione di un partito.
Partecipazione, cultura politica ed impegno quotidiano: proviamo a ripartire da qui.
E’ da un po’ di tempo che non trovo pace. La sinistra, i comunisti ed i socialisti, sono scomparsi dal Parlamento. L’altro giorno Marco Travaglio ha ricordato quello che lui stesso ed altri giornalisti avevano scritto a proposito delle società fondate dall’attuale presidente del senato Schifani con altre persone poi indagate e condannate per Mafia e si è levato un putiferio di accuse contro il giornalista-scrittore. Nessuno si è chiesto se quelle cose fossero vere o meno, ma da tutti e due gli emicicli di Camera e Senato (con l’eccezione di Di Pietro ed i suoi) un coro unanime di condanna per Travaglio. Anche, e forse soprattutto, dal Pd di Wonder Walter. E, come non concordare col buon ex Pm di Mani Pulite quando dice che l’opposizione è finita perché l’una e l’altra parte attaccano Travaglio.
E poi ancora, una retata anti clandestini in tutta Italia, un’altra anti viados a Roma (conclusasi fra gli applausi della folla), il no del Ministero delle Pari Opportunità al patrocinio del prossimo gay pride e le molotov contro i campi Rom a Napoli. E poi ancora, nei mesi precedenti, un decreto per le espulsioni chiesto a gran voce dal leader del Pd, assalti neonazisti a Verona ed in Trentino, eccetera, eccetera, eccetera.
Ed ancora la proposta di Margherita Boniver di “usare” gli immigrati “clandestini e non” per ripulire la Campania dai rifiuti, quasi fosse possibile metterli ai lavori forzati solo perché “immigrati” (o lo è?), le ronde in giro per le città a garantire la sicurezza delle strade la notte (e da loro chi ci garantisce?).
So che la sicurezza è un problema reale, e di certo non voglio negarlo. So che è avvertita come priorità da molti italiani. E so anche che bisogna cercare di dare risposte ai problemi per non fare come quelli che nascondono la polvere sotto il tappeto. Ma non credo che le risposte siano da ricercare in strumenti di misura securitaria senza alcuna attenzione alle cause ed alle dinamiche sociali che producono quegli stessi problemi.
Ma in fondo in fondo, a spaventarmi è anche altro. E chissà perché mi sovvengono dei versi di Bertolt Brecht:
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.
Due a zero. E speriamo palla al centro. Non c’è che dire, siamo stati sconfitti. Punto e basta. Ora il gioco del tirare la croce addosso a quello o a quell’altro non serve a nulla, anche se sta coinvolgendo tutte le forze degli sconfitti, dal Pd alla Sinistra Arcobaleno.
Bisogna capire perché si è perso. Innanzitutto, dal mio punto di vista, è necessario capire perché la Sinistra ha perso tanto da scomparire dal Parlamento. Colpa del voto utile? Un po’, ma non è tutto. Colpa di un’alleanza un po’ raffazzonata e sentita solo come un cartello elettorale? Anche, ma non credo sia tutto. La Sinistra (e lo dico con tutta la brutalità che una cocente sconfitta mi ispira) è sparita dal Parlamento perché prima ancora era già sparita dalla vita reale. La Sinistra non c’era più nei luoghi di lavoro, non parlava più e non ascoltava più quelli che diceva di voler rappresentare: il popolo, i lavoratori, la gente comune. Ha perso il Pd perché la gente non ha capito l’inglese di Walter Veltroni, quel I care che non si sostanziava in nulla di concreto e quel yes, we can che lasciava perplessi. Ha perso il Pd perché dietro quell’americanismo vi era una proposta che inseguiva quella della destra, e che ha spinto l’elettore a scegliere l’originale. Così come ha perso la Sinistra l’Arcobaleno perché l’italiano di Fausto Bertinotti era ancora più incomprensibile dell’inglese di Veltroni, perché quel concetto dell’antiliberismo non era commestibile, perché si davano visioni del mondo e della società costruite a tavolino, perché si è tentato di proporre una ricetta con delle risposte studiate in biblioteca a domande che venivano dalla strada e che non si sapeva più ascoltare.
E la dimostrazione di ciò è venuta domenica e lunedì da Roma. Rutelli ha perso contro Alemanno, il piacione delle serate fra paiette e lustrini è stato sconfitto dal più ruspante politico ex-missino (marito di una donna che di cognome fa Rauti, tanto per gradire) che invece che nei salotti è sceso a prendere abbracci o insulti, e non lo sai finché non ci vai, nelle periferie e nelle borgate. E proprio lì ha vinto di più. Ma non è solo questo. Negli stessi giorni si è votato anche per il presidente della Provincia di Roma. Zingaretti, candidato del centro sinistra, ha vinto, prendendo a Roma città 60 mila voti in più di quelli che ha raccolto Rutelli. Cioè, 60 mila elettori sono entrati in cabina ed hanno votato Zingaretti alla Provincia ed Alemanno al Municipio. E perché Zingaretti si, e Rutelli no? Non certo perché il primo era più “famoso”, tutt’altro. Forse invece è stato proprio il fatto di essere meno sotto la luce dei riflettori che ha spinto gli elettori a scegliere Zingaretti (oltre, ovviamente, al dato che la gestione della candidatura al Comune fatta dal Pd ha dimostrato una concezione proprietaria della politica cittadina che gli elettori non hanno gradito). In altre parole, Zingaretti rappresentava un politico “essenziale”, che bada al sodo, alla risoluzione dei problemi, alla condivisione di un progetto di società con i propri elettori, in una parola a “fare Politica” e non vetrina.
Voglio dire che anche la Sinistra l’Arcobaleno ha fatto vetrina? Un po’ si. Ma ha anche dimenticato come si sta fra le persone. Voglio essere ancora più cattivo, e tenendo presente che io ho fatto la campagna elettorale per la Sinistra l’Arcobaleno: mentre il Pd ha ricercato i voti del centro politico, la Sinistra l’Arcobaleno ha inteso raccogliere quelli del centro storico, quelli dell’elite culturale, quelli un po’ snob e intellettualoidi che, come direbbe Di Pietro, non c’azzeccano nulla col popolo e coi lavoratori. Risultato: ha stravinto Berlusconi, ed ho detto tutto.
La sicurezza è stato un must di questa campagna elettorale. Ora, che le risposte della destra al problema siano inutili e securitarie è assodato. Ma noi abbiamo fatto finta che non ci fosse per nulla il problema. E no, signori miei. Nelle periferie dove vivono i lavoratori e gli operai, a cui guardiamo, qualche problema c’è. Non possiamo mica far finta che tutto va bene. Quelli che hanno realmente paura di uscire la sera sono quelli che stanno nei quartieri più poveri, mica i ricchi. E a quelli vogliamo dirgli o no che “noi siamo dalla vostra parte e cerchiamo insieme una soluzione”? O è “fascista” pure avere paura?
Il tema del lavoro è un altro desaparecidos della politica di sinistra. Perché al netto di proclami, di carne al fuoco non se ne è messa molta. Stamattina leggevo un reportage su un call center di Matera. Una delle lavoratrici mi ha stupito. “Quando ero all’outbound – dice – guadagnavo a seconda dei prodotti piazzati ed il mio stipendio si aggirava intorno ai 1.600 euro mensili. Ci compravo tante cose, soprattutto vestiti che mi piacciono molto. Poi l’aut-aut: passare all’inbound o andare via. Ho accettato, ma a malincuore. Ora in busta mi rimangono solo 850 euro al mese, ne spendo 350 per un posto letto ed i vestiti li comprerò quando ci saranno i saldi. Se mi avessero offerto un contratto a tempo indeterminato? Avrei rinunciato. Quello che conta oggi sono i soldi, il contratto e poco importante”. Potrebbe sembrare eccessivamente materialista, infantile, ma non lo è. Che succede? Ora siamo noi di sinistra a fare gli schizzinosi e ad abovvive qveste volgavità mateviali? Quella ragazza rimpiange il periodo in cui guadagnava di più, ed ha ragione. Quanto poi al contratto, è chiaro che non posso condividere quanto ha detto, in linea generale. In alcune realtà economiche però è diverso. Ma ragazzi, io da due mesi non sto lavorando perché mi è scaduto il contratto, pensate davvero che sarei tanto schizzinoso se mi offrissero un lavoro con contratto “purchessia”? O credete che lavorare in un’azienda del sud con contratto a tempo indeterminato a 900 euro sia meglio che lavorare con la stessa azienda con contratto rinnovato di anno in anno a 1.600? La sicurezza del posto fisso dite? Forse nel Trevigiano è così, ma qui la cassa integrazione ed il licenziamento per cessazione attività sono la regola anche per i gruppi industriali più stabili. Quindi, pochi maledetti e subito, e poi si pensa. So che è triste dirlo, so che sembra una resa (ma vi assicuro che non lo è, perché io non mi arrendo), ma o incominciamo a lottare per la piena occupazione, come si faceva un tempo, o altrimenti sono solo chiacchiere che chi ha la pancia vuota non si consente nemmeno il lusso di ascoltare.
E così come la lotta alla Mafia. Non è una battaglia ideologica. La si deve combattere (ed anche qui leggete quanto scrivo con la massima brutalità di cui siete capaci) creando alternative. Perché hai voglia a fare bei discorsi, ma se non si riesce a trovare nulla per assicurare un futuro per se e per la propria famiglia, per assicurare una vita dignitosa, secondo i principi della Costituzione, il tutto è pura vacuità intellettuale. Pablo Escobar era considerato un eroe dal popolo del suo Paese perché aiutava i poveri della sua terra, i quali non avevano tempo per starsi a chiedere se i soldi con i quali mangiavano arrivavano da percorsi legali o meno. Alcuni bambini di una scuola campana, parlando della Camorra, hanno scritto nei loro testi “si, lo sappiamo che quello che fanno è sbagliato, ma quando si ha un problema loro sono gli unici che ci sono”. Rispondete voi a quei bambini per favore, io ancora non ne ho la forza.
Dicevo prima che non è una resa, ma una brutale considerazione della realtà. Quella vera. Qualcuno potrebbe obiettare che il discorso sulla sicurezza è semplicistico perché questa “insicurezza” ha ragioni più profonde, che la ragazza che preferiva il contratto dei puffi perché guadagnava di più è vittima di una visione distorta della società mirata solo al consumo, che quei bambini campani non capiscono che è proprio quell’atteggiamento culturale a creare l’humus nel quale cresce la criminalità organizzata: certo, e chi dice di no. Però non si dimentichi che tutto quello che esula dal momento primario diventa questione di coscienza; che, come qualcuno diceva, è determinata dall’essere sociale. Estremizzando: rubare è sbagliato, ma se l’alternativa e morire di fame…
Mi sento di sinistra appunto perché voglio lavorare sulle cause, non solo punire o stigmatizzare gli effetti. Ma voglio lavorare soprattutto per risolvere i problemi che ci sono e che sono avvertiti, non far finta che non ci siano solo perché si ha paura di non saper dare le risposte adeguate. Non me la sento di dire al padre di famiglia che vive in periferia che è solo a causa della mistificazione televisiva se lui ha paura quando fa buio e sua figlia non è ancora rincasata. Lui che non può andare via perché le case in centro costano mezzo milione di euro, perché un affitto in una zona migliore di quella in cui abita costa più di quanto guadagna, non può pure sentirsi dire da me che è un bigotto ed uno stupido che crede a quanto gli dice la tv. Lui ha paura perché quello che a noi lo dice la tv a lui glielo insegna tutti i giorni la strada in cui vive. Ed è insieme con lui che voglio costruire un’alternativa.
Non me la sento di dire a quei bambini campani che non hanno capito nulla di come va il mondo perché i libri che ho letto dicono che è così. Non li hanno ancora letti quei libri, e forse non li leggeranno mai, ma sanno quello di cui parlano perché lo vivono, molto di più di quanto non lo hanno fatto gli autori di quegli stessi libri. Sanno che per loro il futuro probabilmente sarà l’emigrazione, vedono i loro fratelli maggiori andare via in cerca di lavoro. Sanno pure che quelli che non se ne sono andati non riescono a trovare lavoro, e se lo trovano è massacrante e sottopagato. E poi vedono che quelli che hanno fatto altre scelte avere case grandi e macchine importanti, vestire bene e spendere al ristorante. Quei bambini ci dicono quello che a noi forse fa comodo non sentire. Ma è con loro e per loro che voglio lavorare ad un’alternativa.
Quella ragazza infine ci dice qualcosa che non ci aspettavamo, ma pure quella è la vita. Ci dice che “alla fine chi se ne frega del contratto, a me servono i soldi”. Per comprare i vestiti? Anche, io non me la sento di dirle che sbaglia perché è malata di consumismo. E me la sentirei meno se glielo dicessi indossando vestiti in cachemire. Quella ragazza, e milioni di altri lo hanno fatto con il voto, ci dicono che bisogna ascoltare le loro domande se si vogliono dar loro risposte concrete. Se l’alternativa al precariato non è un lavoro stabile ma la disoccupazione senza alcuna fonte di reddito o, nella migliore delle ipotesi, un lavoro più regolato ma che non ti consente di arrivare comunque alla fine del mese, allora io non me la sento di dire a quella ragazza che ha torto. Ma è con lei, con i milioni di ragazzi come lei che intendo ripartire per costruire un’alternativa.
Infine una considerazione, breve, visto che tutto il resto è stato lungo. Io intendo ancora lavorare alla costruzione di un’alternativa di sinistra. Perché? Perché non mi rassegno. Perché ancora credo che ce ne sia bisogno. Ma un bisogno concreto e fatto di cose concrete. C’è bisogno di sinistra perché in Italia e nel Mondo c’è ancora troppa diseguaglianza, fra chi ha tanto che non riuscirà mai a consumarlo e chi invece non ha nulla. Fra chi vive negli agi col lavoro degli altri e chi non riesce a vivere decentemente del proprio lavoro. Fra un dirigente che prende di liquidazione quanto mille lavoratori guadagnano in un anno ed un operario che vede scendere il suo salario col ricatto della “globalizzazione”. Fra chi si arricchisce speculando in borsa e pagando meno tasse di un salariato e chi muore di fame perché quelle speculazioni fanno salire il prezzo delle derrate alimentari. Credo che c’è bisogno di sinistra in un Mondo in cui un miliardo di persone vive con meno di un dollaro al giorno, 18 milioni e mezzo di persone, fra cui 3 milioni di bambini, muore di fame ogni anno e solamente 10-12 milioni di persone (il 2 per mille della popolazione mondiale) detiene e controlla la metà delle ricchezze del pianeta.
Credo ancora che c’è bisogno di Sinistra perché non mi rassegno a che questo sia l’unico mondo possibile.
La campagna per il voto utile sembra, in alcuni casi, dettare le regole di questa tornata elettorale. Utile ed inutile, a mio avviso, sono due categorie che non si applicano al concetto di voto come espressione democratica. Anche perché qualcuno si dovrebbe anche chiedere: ma utile per chi?
Perché io non capisco se votando i maggior esponenti dei due partiti-coalizioni tra loro fintamente contrapposti (visto che sono capace anch’io di non nominarli?) il voto sia utile per chi lo da o per chi lo riceve. Propenderei per la seconda ipotesi, comunque.
Ma, volendo invece avventurarsi su di un discorso più articolato, non capisco perché si continua a dire questa falsità che il voto è utile se dato ad uno schieramento che ha le carte per poter vincere e quindi governare. Davvero, anche perché, a meno di essermi perso qualche modifica alla Costituzione, l’Italia è una Repubblica parlamentare, e non presidenziale. Quindi si vota per eleggere un Parlamento, non un Governo, tanto meno un premier. E non lo dico io, lo dicono quei milioni di italiani che, meno di due anni fa, hanno respinto con un referendum quella scellerata proposta di modifica costituzionale presentata dal centro-destra che aveva nel presidenzialismo la sua più caratteristica connotazione. Che succedere? Ora il presidenzialismo dei saggi della baita padana è buono pure per wonder Walter? Allora, fino a che si elegge un parlamento è inutile cercare di girarci intorno: si vota per eleggere dei parlamentari scegliendoli fra i partiti che si presentano e dando il proprio consenso a quelli che più riteniamo in grado di poterci “rappresentare”. Non “governare”, ma “rappresentare”; è un concetto difficile da capire per chi di democratico conosce solo gli aggettivi.
Ma allora sono contro il governo? Niente affatto. Penso invece che il governo debba nascere dalla sintesi fra le istanze del popolo, ed esplicarsi nell’azione condotta da un esecutivo che sia in linea con la rappresentanza popolare espressa attraverso il voto. Tradotto: quello che prevede la Costituzione italiana, che da nessuna parte dice che alle elezioni politiche si elegge un premier. Formalismi? Forse.
Intanto il bipartitismo coatto sta spingendo alla disaffezione per la politica. L’astensionismo nasce proprio da ciò; se si dice o votate per noi due o è inutile andare a votare, se Pd e Pdl continuano a ripetere che chi è di centro-sinistra deve votare Veltroni e chi è di centro-destra Berlusconi e che non vi sono alternative allora è logico che molti pensano ad andare al mare. Ad un elettore non puoi dire “o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”, non stiamo mica giocando, stiamo parlando di qualcosa che è degli elettori, il diritto a decidere. Non solo e non tanto chi li deve “governare”, quasi fossero animali da cortile, ma chi può e deve rappresentarli, quale formazione politica è più vicina al proprio sentire, alla propria visione del mondo e dei rapporti che lo regolano. E poi quella stessa forza porterà il suo contributo nell’azione di governo, se sarà di maggioranza, anche mediando fra le posizioni delle altre compagini (che era poi lo spirito dell’Unione e del centro-sinistra prima della deriva veltroniana del “sonoefacciotuttoio”) o nel ruolo di opposizione. Il tutto attraverso il confronto e la discussione. Perché “noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia”, citando Pericle ed il suo discorso agli ateniesi. Sempre che la democrazia sia sostantivo, e non un aggettivo come un altro.
A margine di questo post, permettetemi di fare un breve appello al voto per la Sinistra l’Arcobaleno. Perché? Per difendere e tutelare i diritti dei lavoratori, perché il precariato non sia la misura della vita umana, per garantire l’esistenza di uno stato sociale e dei servizi pubblici ed universali quali la scuola e la sanità, per i diritti civili di tutti, indipendentemente dal dove sono nati o dal loro orientamento sessuale, per una Italia più equa e più giusta. E perché c’è bisogno di una forza di sinistra che sia rinnovata e forte. Il 13 e 14 aprile votate e fate votare la Sinistra l’Arcobaleno, grazie.
Ne ho lette e sentite tante di analisi su questa prossima tornata elettorale. Ognuno ha la sua diagnosi e ciascuno propone una propria cura. Ma spesso sfugge il dato (o forse lo si nasconde) che sempre di più sono coloro che a queste elezioni scelgono di non partecipare.
Non sto parlando solo del fenomeno del “grillismo” (sul quale io rimango fortemente critico), ma di una serie di diverse situazioni in cui sempre di più sono coloro che dicono di non voler andare a votare. Per spiegarmi meglio prendo i casi della mia regione.
Qualche tempo fa, il comitato civico “Per la montagna materana”, nato dalle lotte dei cittadini in difesa dell’ospedale di Stigliano, ha proclamato la propria astensione critica dal voto del 13 e 14 aprile, annunciando che tale defezione durerà fino a quando non saranno prese in considerazione seriamente e concretamente le problematiche di quell’area, quindi anche per le prossime elezioni che verranno negli anni futuri. In quelle stesse settimane, a Bernalda, il comitato “Cittadini Attivi” annuncia di non partecipare alle consultazioni politiche. Sempre a Bernalda, l’associazione “Libera Cittadinanza” dichiara la propria solidarietà con i “Cittadini Attivi” ed annuncia la propria astensione dal voto. “Loro non ci ascoltano e noi non li votiamo” è stato poi lo slogan di una manifestazione del comitato regionale “Per le 151 giornate”, un movimento di braccianti forestali che si propone l’incremento delle giornate lavorative di questi operai in Basilicata. A Policoro, il più grosso comune della regione dove si terranno anche elezioni amministrative, il gruppo di “Alleanza Popolare” annuncia anch’esso la propria astensione come strumento critico “per rispondere allo strapotere dei partiti”.
Premetto subito, per me quella non è una soluzione. Ma difficilmente si può archiviare il tutto in modo superficiale definendola solo una pratica “qualunquista e populista”. Qui non stiamo parlando di persone deluse o tradite che decidono di non prendere parte al rito della democrazia elettiva al motto di “tanto sono tutti uguali”. Ci troviamo dinnanzi, invece, a gruppi organizzati che, criticamente e sistemicamente, annunciano di non voler partecipare al voto. A gruppi che “fanno politica” con un senso civico importante e che esprimono il proprio dissenso non esprimendo alcun voto.
Le motivazioni sono le più varie, legate a problemi del territorio, di categoria, sociali, ma anche “politici” nel senso più comune. In alcuni casi l’astensione è frutto e figlia del sistema elettorale: cittadini che non amano questa legge elettorale e non intendono andare a votare per eleggere organigrammi di partito. Un sentimento acuito anche dalle stupidaggini sul voto utile: a non pochi sembra offensivo che non solo non si possa scegliere il candidato da eleggere, ma qualcuno debba dire loro anche per quale partito votare. Non si può sognare un modello americano a due partiti in fotocopia e poi lamentarsi che cominci a realizzarsi quello che è uno dei fenomeni più tipici di quel modo di fare politica: l’astesionismo. E se poi questo qui da noi è anche organizzato è testimonianza del fatto che la nostra democrazia è sostantivo e non la si può declinare a semplice aggettivo di partito.
In più, spesso la “politica governante” sembra vivere da un’altra parte. La Basilicata, ci dice la ormai nota Zamparutti (si legga il post precedente), “è l’emblema del caso Italia, una regione stretta nella morsa della partitocrazia”. E “nella situazione di impoverimento generale, la Basilicata paga di più”. Colpa “della mala gestione della cosa pubblica”. La verità “è che tutti vorremmo essere liberi di esprimerci. Il problema è la gestione del potere pubblico che in Basilicata si esprime con maggiore durezza”. Ricordo nuovamente che Elisabetta Zamparutti è candidata in Basilica alla Camera dei Deputati per il Partito Democratico, fra le cui fila militano coloro che hanno governato e governano questa regione. Quindi, autocitandomi: ma a chi lo dite?
Ma la Zamparutti è altoatesina, e quindi, forse, gli sarà sfuggito questo particolare. Quello che invece fa sorridere è che, a sentirlo parlare, deve essere sfuggito anche al presidente della Regione Vito De Filippo (Partito Democratico, candidato n. 6 al Senato in Basilicata), che in un comizio in Val d’Agri (la valle ricca di petrolio, dove però l’emigrazione è ancora il prodotto più tipico della zona), magnificava l’azione di governo e spiegava come, rinnovando la classe politica con il voto a Veltroni, le cose sarebbero andate meglio, e si sarebbe potuti anche continuare il buon lavoro fatto fin qui in Basilicata.
Peccato però che il giorno dopo, in un dibattito organizzato dalla Conferenza Episcopale lucana (quindi non dai soliti “sovversivi”) il vice direttore dello Svimez, Luca Bianchi, spiegava come dalla Basilicata la crescita è ferma all’uno per cento e nel solo 2006 fossero andate via 4.000 persone (più della grandezza media dei comuni lucani) e come i giovani che decidono di restare in pochissimi casi riescono a raggiungere una situazione economica stabile in grado di consentire loro di “metter su famiglia”, depauperando, quindi, l’ultima vera risorsa rimasta al Sud: la risorsa umana.
E chissà perché furon in tanti quelli che scelsero di non partecipare…
“Se verrà la guerra, Marcondiro'ndero/se verrà la guerra, Marcondiro'ndà/sul mare e sulla terra, Marcondiro'ndero/sul mare e sulla terra chi ci salverà?/Ci salverà il soldato che non la vorrà/ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà”. Era con un estremo augurio di un briciolo di sanità mentale in un mondo sull’orlo della follia che Fabrizio De André apriva il suo pazzo “Girotondo” dell’album “Tutti morimmo a stento”. Il soldato che rifiuta la guerra come misura e sostanza della pace, la volontà di vita del singolo contro la spinta suicida delle folle stregate dal potere. Una speranza che anche nella canzone durava poco, e la guerra alla fine contagiava tutti, pure i bambini.
Però che bel sogno. O realtà. Mentre le diplomazie non hanno la forza ed il coraggio per dire una parola forte contro quello che accade in Tibet, nemmeno per dire alla Cina “senti, se non la smetti subito ci veniamo alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, ma tutti con una t-shirt con su scritto ‘Liberate il Tibet’, e lo scriviamo anche su tutte le bandiere che esporranno le nostre squadre ed i nostri atleti”, un uomo ha deciso di intraprendere da solo la battaglia. Si chiama Bhaichung Bhutia, capitano della nazionale di calcio indiana. Bhutia avrebbe dovuto portare per un pezzo la fiaccola olimpica in rappresentanza del suo Paese, ma si è rifiutato. “Sono per la causa tibetana, quella fiaccola non la porterò mai”, ha detto. Evviva. Come dire, state massacrando i diritti civili in casa vostra ed a casa d’altri, non ho la forza per impedirvelo, ma non potete mica pretendere che mi piaccia pure.
Certo come sarebbe bello poter dire alla Cina “noi veniamo alle Olimpiadi, ma ti grideremo dagli spalti e dai campi che non ti reputeremo uno stato civile fino a quando non rispetterai i diritti umani”. Di più, come sarebbe bello se potessimo dire alla Cina “noi non impediremo ai tuoi prodotti di giungere da noi, ma scriveremo sulle etichette la verità: prodotti senza alcun rispetto delle regole e dei diritti dei lavoratori”. Seee, magari.
Perché non possiamo farlo? Perché loro direbbero: “si, prodotti senza regole, ma per le vostre aziende, che non si lamentano affatto”. E come potremmo dargli torto? Perché il tema è sempre lo stesso: se il rispetto dei diritti umani in Cina vale meno dei risparmi che le multinazionali realizzano attraverso la loro negazione…
A farla breve, io ho una formazione socialista e, sull’esempio di Carlo Rosselli, intendo il socialismo come “amore ai problemi concreti”. Quindi anche alle risposte concrete. Cosa possiamo fare noi per dare un segnale concreto se vogliamo contrastare realmente la violazione dei diritti umani nel Paese del Dragone e le nostre democrazie nominali non intendono muoversi? Semplice, seguire l’esempio di Bhaichung Bhutia. Boicottiamola noi la Cina. Non guardiamo le Olimpiadi (mica muore nessuno), facciamo, come possiamo e quando possiamo, sentire il nostro dissenso (sui blog, sui siti internet, anche nei concertini dei gruppi adolescenziali se possiamo), e, soprattutto, compriamo meno prodotti cinesi o fatti in Cina (vorrei dire non compriamoli del tutto, ma so che è ormai impossibile).
Tranquilli, non si va all’inferno. E poi, non capisco perché nessuno si scandalizza se Cina, Corea e Giappone bloccano le mozzarelle di bufala perché ne hanno trovata una in Italia con tracce di diossina (che poi quelle che mangiano loro, credo, le facciano pure a Taiwan) ed invece si griderebbe al colbertismo se alcuni cittadini, spontaneamente, decidessero di non comprare più palloni fatti dai bambini o in un Paese che esegue centinaia di sentenze capitali all’anno e calpesta i diritti di altri popoli. Come dire, se le nostre diplomazie tacciono per tutelare le economie delle multinazionali almeno noi “aizamm a voce”, come direbbero i produttori di mozzarella offesi dall’atteggiamento di chi le “bufale”, e non quelle a pasta filata, le ha assurte a prodotto nazionale tipico.
“Non serve essere nati a Potenza piuttosto che a Bolzano per comprendere come gli interventi per migliorare le condizioni nel Sud avranno successo se accompagnati da una seria lotta non solo alla criminalità organizzata ma a tutte le forme di illegalità e di clientelismo”.
Lo scrive Elisabetta Zamparutti, radicale altoatesina candidata in Basilicata nella lista del Pd per la Camera dei Deputati. E come darle torto. Il clientelismo frena innegabilmente lo sviluppo economico nel Sud.
Ma scrivere, come fa la Zamparutti, che sarà inutile puntare al successo se prima non si elimineranno le forme di clientelismo significa anche ammettere che oggi quelle forme di clientelismo che lei propone di eliminare ci sono. Ora, siccome ci hanno insegnato, che il clientelismo è quella pratica attraverso cui qualcuno fa valere il suo potere politico e/o istituzionale per favorire qualcun altro, è chiaro che una simile affermazione chiama in ballo la classe di potere di un territorio. Inoltre la Zamparutti si candida in Basilicata e, credo, è al popolo lucano che rivolge quel messaggio, visto, inoltre, che quel messaggio è contenuto in un intervento che la stessa ha inviato agli organi di stampa locali e che è pubblicato su di un giornale regionale (“Il Quotidiano della Basilicata” di oggi, 29 marzo 2008, a pagina 9); quindi se l’assunto di prima è valido in generale, la Zamparutti in parte sottintende che anche in Basilicata vi sono fenomeni di clientelismo. Di conseguenza, per la deduzione di cui sopra, ad essere tirata in ballo dalle dichiarazioni della radicale e democratica è la classe di potere di quel territorio.
Mi chiedo, ma la Zamparutti lo sa o meno di essere candidata per il partito che annovera fra le sue fila chi ha governato la Basilicata da sempre? E se lei può dire di non esserci stata prima, per i suoi colleghi di lista ed i suoi amici di partito candidati al Senato la cosa sarebbe più difficile. Insomma, se la Zamparutti sembra sostenere che in Basilicata, come in tutto il Sud, ci sono stati fenomeni di clientelismo che hanno frenato lo sviluppo economico i suoi colleghi di partito che nel frattempo governavano la Regione dov’erano?
No, non è semplice dialettica da campagna elettorale. E’ che a sentire quelli del Pd in questa regione come in tutta Italia sembra che loro, fino a ieri, erano al mare o vivevano la politica da spettatori.
Un altro esempio lucano, per rimare “in terra”. All’apertura della campagna elettorale del partito di Veltroni, il giovane segretario regionale Piero Lacorazza ha osservato che quest’anno andranno a votare alle politiche per la prima volta i nati nell’89, data della caduta del muro. Gli stessi ragazzi che girando sulle reti mediaset nel 94 “cercando i Puffi o Lupin”, ha dichiarato nell’occasione il segretario democratico lucano, si imbattevano già negli stessi visi (Berlusconi, Bossi e Fini) che oggi si candidano a governare l’Italia, parlando di rinnovamento e necessità di cambiare. Giusto, è chi lo nega.
Ma gli stessi ragazzi in questa regione si troveranno a votare, per la prima volta, persone che quando loro nascevano già sedevano in consiglio regionale, o comunque stavano da tempo sulla scena politica lucana. Mi chiedo (retoricamente): può il segretario di un partito che voleva offrire la postazione di presidente regionale ad un politico che siede fra gli scranni del Parlamento da quando la patria Repubblica nacque, e che ha candidato in questa competizione chi governa ed ha governato questa regione fin dalla sua istituzione, accusare altri di “presentare sempre le solite facce”? Verrebbe voglia di dire sia alla candidata alla camera che al segretario regionale del Pd, ma a chi lo dite?
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